L’ecologia inizia a scuola

La scuola è un’esperienza condivisa. Tutti passano dalla scuola e, in un modo o nell’altro, questa esperienza ci plasma. Nonostante l’importanza dell’educazione, la questione di cosa impariamo e come viene spesso lasciata sullo sfondo, mentre quella — più profonda — di cosa sia effettivamente la scuola viene completamente trascurata. In un mondo interconnesso in cui le implicazioni del collasso climatico e le nuove tecnologie digitali stanno rimodellando il modo in cui viviamo le nostre vite, non dovrebbero forse far ripensare anche il modo in cui ci prepariamo ad esse? Questa domanda è il punto di partenza di Dessine-moi un avenir (Disegnami un futuro), pubblicato in francese da Actes Sud. Abbiamo parlato con Edouard Gaudot, co-autore del testo insieme a Rodrigo Arenas e Nathalie Laville, delle sfide centrali per i sistemi educativi oggi, e del perché le scuole dovrebbero essere al centro delle politiche “verdi”.

Green European Journal: Il suo libro parte dall’affermazione che il progetto politico all’origine dell’educazione scolastica in Francia ha fatto il suo tempo. Perché?

Edouard Gaudot: La nostra analisi della crisi della scuola francese ci fa dire che non si tratta solo di una questione di finanziamenti, di personale o di formazione: la crisi deriva fondamentalmente dall’obsolescenza del progetto originale. Il modello repubblicano di educazione che esiste oggi in Francia è stato concepito alla fine del Diciannovesimo secolo, quando la Terza Repubblica e la costruzione della Francia moderna erano in corso. Lo scopo principale di questa scuola repubblicana era, da un lato, quello di consolidare la missione universalista dell’Illuminismo, che pretendeva di portare avanti diritti umani e civili e emancipazione attraverso la cultura, la conoscenza, la comprensione e, naturalmente, la ragione. D’altra parte, conteneva anche un progetto politico vitale: radicare la Repubblica nella nazione e difendere questa Repubblica contro i suoi nemici interni (la Chiesa) ed esterni (la Germania). L’educazione scolastica oggi in Francia rimane basata su questo modello, anche se è oggi è obsoleto a causa di molti fattori, tra cui il cambiamento demografico, la democratizzazione della cultura, l’integrazione europea e la globalizzazione, la composizione e la maturità della società francese. Il risultato è che la nostra società non è più adatta a questa scolarizzazione.

L’istruzione è sempre più riconosciuta come un fattore che divide politicamente. In che modo la polarizzazione della società francese e il diffuso disprezzo per le élite (come abbiamo visto con il movimento dei gilets jaunes, ad esempio) sono legati ai problemi del sistema educativo francese?

C’è un paradosso nel successo dell’educazione moderna. Il grande successo è che abbiamo raggiunto un livello di conoscenza generale che non ha precedenti nella storia umana: questo non vale solo per la Francia ma per tutto il mondo sviluppato. Oggi anche le persone meno istruite hanno un livello di conoscenza superiore al passato. Questa emancipazione intellettuale significa che più persone pensano “da sole”, anche se, a volte, questo porta a credere a sciocchezze come “la Terra è piatta”. Quando i ragazzi se ne escono con teorie del complotto trovate online, paradossalmente stanno adottando lo stesso approccio degli “scienziati”: sono andati a cercare la conoscenza, anche se la fonte è contaminata.

Un fattore dietro la grande crisi di fiducia nelle istituzioni è sicuramente legato alla scuola. Come cittadini non ascoltiamo più, collettivamente, le parole dell’autorità in maniera acritica e dubitiamo delle istituzioni e del Governo. Questo fatto è contemporaneamente una cosa buona e qualcosa di estremamente problematico: quando si mette in dubbio l’autorità si deve essere in grado di sostituirla o con la propria autorità, o con autorità alternative. Ma le autorità alternative potrebbero rivelarsi un mullah online, un guru spirituale, o un complotto online…  Ed è qui la cosa si fa interessante: la scuola, in parte, ha compiuto la sua missione dandoci gli strumenti per trovare la conoscenza, ma non è stata in grado di prepararci alla missione successiva, che è quella di essere autonomi nella nostra autorità.

Inoltre, la polarizzazione intorno all’educazione è anche legata all’emancipazione culturale delle élite dal resto della società. Gli studi demografici mostrano che oggi, un buon terzo della società istruita a livello universitario vive in una sorta di bolla privilegiata. Se la scuola non garantisce più un’equa diffusione del sapere, è perché una parte della società si è, in un certo senso, inaridita. I gilets jaunes mostrano — come altri movimenti — che una parte della popolazione si senta disprezzata e trascurata — e non hanno torto — da coloro che detengono l’istruzione, il sapere e il potere. Si tratta di una categoria sociale fatta di persone che hanno abbastanza educazione e conoscenza per notare questa differenza e considerarla come un affronto alla loro dignità, e hanno ragione. Ma non hanno i mezzi politici e culturali per colmare questo divario.

Questo implica che la promessa dell’educazione — l’idea che tutti riceveranno un’educazione che li preparerà per il successo — è stata infranta.

La meritocrazia è la promessa. È come il paradiso cattolico: se stai tranquillo, fai quello che ti viene detto e rispetti l’autorità, grazie il tuo lavoro e i tuoi risultati, sarai in grado di migliorarti. Invece l’esperienza, la sociologia e il buon senso ci insegnano che questo è falso. Questa promessa meritocratica, che era già ingannevole anche negli anni Sessante quando c’erano piena occupazione e crescita, oggi si scontra con il muro della disuguaglianza.

Questo è il problema della scuola. La scuola dice agli alunni di lavorare per ottenere una qualifica o trovare un lavoro, mentre la situazione economica e l’esperienza immediata di molti ragazzi mostra che questa promessa è falsa: vedono i loro genitori disoccupati o impiegati in posti per i quali sono sovraqualificati, vedono la discriminazione, sanno perfettamente che non vanno al Louvre come i giovani borghesi parigini. Sanno che, anche se fanno il meglio che possono, non raggiungeranno mai il livello quelli che hanno avuto un vantaggio iniziale.

Quindi, riassumendo: il progetto politico della scuola è obsoleto e la sua promessa di meritocrazia non viene mantenuta. Lei inizia il libro citando Greta Thunberg, che ci ricorda una promessa forse ancora più grande, quella del futuro. Greta ci chiede: perché andare a scuola se non c’è futuro? Il suo libro suggerisce che l’educazione e la scuola possono fornire una via d’uscita. Come?

La nostra opinione è che quella che chiamiamo “crisi d’identità della scuola” deriva dal fatto che, collettivamente, la nostra società non si pone mai la giusta domanda sulla scuola. Quando si tratta di riforme, si cerca sempre di  adattare la scuola ad un nuovo ambiente, mantenendo la stessa struttura e la stessa grammatica. Nel libro, invece, sosteniamo che non si tratta solo di adattare la scuola, ma di ricostruirla per far entrare le domande che il mondo ci pone oggi. Dobbiamo fare la domanda che fa Greta: perché andare a scuola se non c’è futuro? Cosa impareremo a scuola? Un mestiere? La socializzazione? La conoscenza in generale? Oggi, con la biblioteca universale che è Internet, la conoscenza può essere acquisita ovunque, non solo a scuola. Per questo ci sembra che la scuola debba soprattutto preparare i nostri figli ad affrontare un mondo che non è come quello che hanno conosciuto i loro genitori.

Ci sono tre elementi intorno ai quali crediamo sia necessario ripensare l’educazione. Il primo è il mondo del vivente. Oggi non si può più studiare biologia o geografia senza riconoscere il crollo del mondo vivente e lo sconvolgimento del cambiamento climatico. Ma la questione non si può affrontare semplicemente aggiungendo un capitolo ai libri di testo di scienze naturali e di storia e geografia: è più profondo di così.  Questa questione chiede di pensare tutto il nostro rapporto con il mondo vivente, al cuore stesso delle materie e al cuore della scuola. Per fare un esempio concreto: siamo convinti che la scuola debba insegnare anche il giardinaggio: non parlo di coltivare gerani, ma di insegnare a capire l’energia e la scienza che collegano semi, il terreno, il clima, la pazienza e il tempo, le condizioni di crescita e… l’ecosistema.

Il secondo elemento fondamentale è la tecnologia digitale. Nel libro la chiamiamo “il virtuale”. La tecnologia digitale è un linguaggio, un universo… e non è né distinto né simile alla realtà in cui viviamo. C’è un continuum tra offline e online. Il virtuale sta scuotendo le nostre relazioni con gli altri esseri umani, il mondo, la democrazia, lo spazio pubblico e l’educazione. La nostra paura è che oggi la scuola non faccia altro che sfornare lacchè per la “start-up nation” di influenza macroniana: una manciata di persone che riescono ad andare avanti in questa nuova economia, mentre tante altre rimangono indietro e si ritroveranno a lavorare per Deliveroo, a guidare per Uber, o a pulire gli uffici dei nuovi padroni dell’economia. Se non siamo in grado di anticipare lo sconvolgimento digitale nel mondo del lavoro, della politica e, naturalmente, delle relazioni umane, ci ritroveremo con ancora più polarizzazione, divisione e disuguaglianza.

Il terzo elemento è l’interdipendenza, le “connessioni”. Oggi i liberali sono gli unici che ancora dicono che non c’è bisogno della società e che si può fare da soli. Il mito del self-made man è finito. Dobbiamo sostituire questo mito con un altro, quello della connessione: in altre parole, dare una descrizione della nostra interdipendenza. E dobbiamo imparare questa interdipendenza anche a scuola, non solo tra i paesi, ma tra il mondo virtuale e quello vivente, tra noi e gli altri: secondo noi è un prerequisito per imparare il rispetto.

Quali sono le implicazioni per i metodi di insegnamento? Capire il mondo virtuale non è solo imparare l’Html. Imparare a conoscere il mondo vivente non è solo imparare il giardinaggio.

Il cambiamento nel contenuto dell’insegnamento comporta necessariamente un cambiamento nella metodologia di insegnamento. Quando si impara il mondo vivente, non si impara più la biologia, la geologia, la geografia o la chimica. Si imparano, invece, i collegamenti tra tutte queste cose e il rapporto con la materia cambia. Lo stesso vale per il codice di programmazione e, come Bernard Stiegler, che ha scritto la postfazione del nostro libro, siamo ardenti sostenitori dell’apprendimento del coding a scuola.

Ci sono poi, ovviamente, cose importanti da cambiare. Il primo è il modo in cui reclutiamo i nostri insegnanti, perché questo cambierà anche i metodi di insegnamento. In Francia, gli insegnanti sono assunti attraverso un sistema di esami competitivi nel quale la selezione si basa sull’erudizione e sullo studio accademico della materia. Per questo motivo esiste spesso un divario tra il livello di padronanza della materia acquisito dagli insegnanti e il livello richiesto in classe. Dobbiamo quindi cambiare il processo di selezione e pagare meglio gli insegnanti, che sono molto mal pagati in Francia; dobbiamo organizzare la loro carriera in modo che non siano prigionieri della scuola ma insegnanti che hanno una vera esperienza di vita. I nostri insegnanti devono essere molto più che semplici esperti del curriculum: devono essere vere e proprie guide. Come dice Heidegger, dei “pastori dell’essere”.

In tutto questo dove si inseriscono le nuove metodologie di insegnamento?

I metodi di insegnamento come Montessori o Steiner, ache se sono importanti per aumentare la consapevolezza, sono semplicemente reazioni alla rigidità del sistema. Non si tratta solo di una competizione tra il sistema tradizionale e le nuove metodologie di insegnamento: dobbiamo ripensare il nostro rapporto con i bambini. Nella nostra società occidentale, i bambini sono “piccoli selvaggi”. Oppure sono i “nobili selvaggi” di Rousseau che devono essere lasciati liberi di essere se stessi, di vivere e di trovare se stessi, come sostengono le metodologie di insegnamento alternative. Oppure, ancora, i bambini sono per natura creature selvagge che devono essere addomesticate e civilizzate alla Emmanuel Kant, che ha enormemente influenzato il modello repubblicano francese di educazione scolastica.

Ma i bambini non sono né nobili, né ignobili selvaggi: i bambini sono persone. Solo cambiando il nostro rapporto con i bambini e vedendoli come persone che hanno diritti e che hanno bisogno di imparare (anche gli adulti hanno bisogno di imparare) il cambiamento sarà possibile. Porre fine allo scollamento tra infanzia ed età adulta, anche con quel periodo prolungato che è l’adolescenza, significa cambiare l’organizzazione della scuola: il modo in cui si organizzano le classi, il modo in cui si amministra la disciplina, persino cambiare gli edifici scolastici che, a volte, assomigliano a caserme.

In “The Fifth Sacred Thing (La quinta cosa sacra), Starhawk descrive un sistema in cui la scuola si fa principalmente sul campo, in mezzo alla natura, così come in altri luoghi significativi. Per esempio, visitano siti di memoria seguendo un percorso di apprendimento. Crediamo che ci sia bisogno di un sistema educativo che combini sia il sapere che il fare, che non insegni solo la teoria e la tecnica, ma che le metta insieme.

Che ruolo avrebbero i bambini, i genitori e tutte le persone intorno alla scuola che non sono necessariamente insegnanti?

La comunità educativa è un continuum. Nelle società isolate, la comunità del villaggio condivide la responsabilità dell’educazione: che si tratti di cacciatori che insegnano a cacciare o di cuochi che insegnano a cucinare. La scuola che abbiamo costruito è il prodotto del nostro istinto di separazione. Abbiamo una cultura della disconnessione: tra privato e pubblico, secolare e religioso, natura e cultura, bambini e adulti, uomini e donne, destra e sinistra. L’educazione dovrebbe lavorare unire tutto questo.

Ecco perché non vogliamo “portare la scuola nel Ventunesimo secolo”: vogliamo portare il Ventunesimo secolo nella scuola. Il Ventunesimo secolo significa ambiente, un rapporto diverso con se stessi, con la società, con il mondo, con gli uomini e con le donne, e noi vogliamo portare tutto questo nella scuola. Vogliamo che la scuola cambi e diventi sia un luogo privilegiato, cioè un luogo in qualche modo protetto, sia un luogo aperto e flessibile in cui possano esercitarsi influenze diverse. Ovviamente, è un’immagine un po’ teorica: non possiamo avere genitori che si presentino in classe o che vanno verso il personale docente; ma non possiamo nemmeno avere un personale docente o amministratori che liquidano i genitori dicendo loro “lasciateci fare”. Le diverse parti della comunità educativa devono essere collegate in modo che l’educazione non sia solo una fase della vita, ma continui per tutta la vita. Tutto quello che stiamo dicendo sulla scuola e sulla politica dell’educazione per noi equivale a una rivoluzione politica. Questo non è un libro sulla metodologia dell’educazione, è un libro politico sulla scuola.

Per quanto riguarda la dimensione politica, vorrei fare un parallelo con il Regno Unito. Nel Regno Unito, le riforme che hanno dato alle comunità e ai genitori maggiori opportunità di gestire (e persino costruire) le scuole sono state associate a una sorta di privatizzazione. Portare le comunità nella scuola, e quindi indebolire il progetto politico repubblicano e universalista della scuola, comporta il rischio che le influenze esterne riducano ulteriormente l’uguaglianza e le opportunità per tutti a scuola?

Assolutamente sì, succede già oggi. Stiamo assistendo alla fine dell’universalismo educativo con, ad esempio, una maggiore autonomia? La risposta è che, in ogni caso, stiamo già vedendo la fine dell’universalismo repubblicano francese. La differenza con la Gran Bretagna è che non lo stiamo vedendo in termini di autonomia scolastica, ma piuttosto di decentralizzazione della politica educativa. Esiste oggi un divario di uguaglianza molto significativo tra una scuola nel centro di Parigi, Bordeaux o Lione, e una nella periferia della città o in una zona rurale. La demografia è diversa, l’ambiente socio-culturale è diverso, e così pure le condizioni materiali. I genitori cercheranno di aggirare il problema del bacino di utenza della scuola sul loro territorio. E se non ci riescono, cercheranno l’eccellenza e la meritocrazia nel settore privato, che oggi è spesso la risposta al fallimento della promessa repubblicana.

Il settore privato significa due cose: la scuola privata o il mercato del tutoring. È un mercato in piena espansione, e la pandemia e il primo lockdown hanno messo a nudo ed esacerbato le differenze di capitale culturale e di mezzi tecnologici tra le famiglie. Abbiamo visto un’esplosione del tutoring privato negli ultimi anni perché i genitori si sentono sopraffatti. Vogliono il meglio per i figli, ma non possono stare al passo con i loro studi. In più, hanno il lavoro e la casa da gestire. È la privatizzazione come la descrive Chomsky: quando il servizio pubblico non viene più finanziato e non funziona più, le persone si rivolgono ai servizi privati.

Attraverso il riconoscimento di queste tendenze in corso (che ci piacciano o no) il vostro libro ha iniziato un dibattito politico sul significato dell’educazione. Perché pensa che questo dibattito sia stato assente fino ad oggi?

La scuola è un progetto a lungo termine che non può adattarsi a posture politiche a breve termine. Una politica educativa oggi non dovrebbe essere pensata per i prossimi cinque anni, ma per i prossimi 20 anni. Eppure, la maggior parte delle riforme sono degli aggiustamenti, anche quando sono inquadrate come riforme ambiziose. Ecco perché insistiamo nel fare un dibattito politico sulla scuola, non su “come salvare la scuola” ma su come fare in modo che la scuola prepari i nostri figli a come sarà il mondo tra 20 anni.

Ci sono pochi movimenti politici oggi che hanno un vero progetto educativo. I reazionari ne hanno uno, sostengono il ritorno alla tradizione: insegnanti con autorità, disciplina e uniforme. Ma il loro sogno di militarizzazione della scuola è un progetto anti-educativo. Secondo noi, l’unica famiglia politica che ha ancora un progetto educativo sono gli ecologisti, ma hanno la tendenza a trascurarlo, soprattutto per ragioni legate alla storia dell’ecologia politica. Hanno costruito il loro progetto educativo negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta sul rifiuto dell’autorità, su metodologie di insegnamento alternative, sulla liberazione dei bambini, e alcune di queste sono oggi superate. Inoltre, in alcuni casi, si sono spinti troppo in là, sulla liberazione sessuale, per esempio. E gli ecologisti devono ancora ripensare il loro progetto educativo.

Se una volta erano molto perspicaci sulla scuola, i Verdi sono diventati sempre più esperti sulla lotta contro il cambiamento climatico, la transizione energetica o la democrazia partecipativa. Ma hanno appena abbozzato la loro visione tecnocratica della scuola. Quando vanno al potere, sia nei Länder tedeschi che nelle città francesi, spesso si occupano molto poco di educazione: sanno e dicono che l’istruzione è vitale per il futuro, ma c’è uno scollamento tra il progetto verde e il modo in cui viene espresso nella sfera istituzionale.

Quindi la scuola può essere un modo per i Verdi di realizzare il loro progetto politico nel Ventunesimo secolo?

Siamo convinti che lo sia. Ed è per questo che il titolo di lavoro del nostro libro era “L’école-logis” [un riferimento al concetto di scuola, come casa o abitazione, e al suono della parola ecologia in francese, ndt]. L’ecologia è il futuro. Ed è anche il futuro dell’educazione. I Verdi devono raddoppiare la loro attenzione sulla scuola, e non solo per insegnare ai bambini a riciclare la spazzatura (perché questo è qualcosa che la Commissione europea può fare): devono fare della scuola uno dei loro pilastri, una delle loro fondamenta e dei valori fondamentali…  la punta di lancia per portare la società nel Ventunesimo secolo. La decarbonizzazione dell’economia avverrà con o senza i Verdi. La sfida del Ventunesimo secolo non è l’economia o la transizione energetica: è il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il pianeta. L’ecologia ha un piano per tutto questo e sta a loro svilupparlo. E comincia a scuola.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

Come i Verdi al governo stanno affrontando il problema dei senzatetto

Da Helsinki a Brighton, i Verdi nei governi locali hanno lavorato a soluzioni durature al persistente problema dell’alloggio per le persone senzatetto, da un lato ispirandosi a politiche pionieristiche messe in atto nel mondo, dall’altro chiedendo un diverso approccio nella comprensione della questione e nelle risposte per affrontarla. Le proposte dei Verdi hanno portato a progressi significativi a diversi livelli di governo, ma la situazione attuale minaccia di far fallire questi sforzi. Anche se l’inizio della pandemia di Covid-19 è stato un impulso a trovare soluzioni, molte delle politiche che hanno affrontato la questione delle persone senzatetto sono temporanee e quindi suscettibili di essere ritirate, mentre i tagli ai finanziamenti imposti dalle politiche di ripresa rischiano di peggiorare la situazione.

Secondo i dati del Parlamento europeo, ogni notte più di 700mila persone dormono all’aperto in Europa. Questa cifra è aumentata del 70% nell’ultimo decennio, in rapporto all’aumento degli affitti in città, alla diminuzione del numero di case popolari e, anche, alle risposte dei governi all’impatto del crollo finanziario del 2008. A questi numeri si aggiungono poi i milioni di persone che vivono in alloggi temporanei, rifugi informali, divani e pavimenti di amici, familiari e conoscenti.

Il profilo delle persone senza fissa dimora varia in tutta Europa: è difficile avere un quadro chiaro, dato che non ci sono dati transeuropei. Un confronto dei dati nazionali rivela, comunque, che alcuni gruppi sono più a rischio di altri, e che questo quadro sta cambiando. I migranti senza documenti, per esempio, non hanno accesso alla protezione sociale e sono ad alto rischio in tutta Europa: in alcune città europee, come a Madrid, costituiscono oltre la metà delle persone che dormono in situazioni cosidette “irregolari”. Al contrario, in Portogallo, il 79% dei 1.386 senzatetto sostenuti dalla ONG Assistência Médica Internacional (AMI) è originário nel paese. In Austria c’è una crescente preoccupazione per l’impatto che può avere l’aumento degli affitti sulla “classe media” lavoratrice. Nel Regno Unito, un numero crescente di giovani sotto i 25 anni è diventato senzatetto. A Bruxelles, dati del 2016 ci dicono che delle 3.386 persone senza casa in città, il 35% viveva per strada, il 25% in alloggi temporanei e il 39% in alloggi definiti “inadeguati”.

La pandemia di coronavirus ha messo sotto i riflettori l’urgenza di affrontare il problema di coloro che vivono senza una fissa dimora, e i governi hanno preso misure senza precedenti per proteggere chi vive per strada dal rischio di infezione e di morte. Nel Regno Unito, per esempio, il Governo ha finanziato brevemente il programma “Everyone In” nel marzo 2020 per alloggiare i senzatetto negli alberghi che si erano svuotati. A Bruxelles, invece, chi non ha dimora fissa ha ricevuto dei “pass per il coprifuoco” che permettevano di stare per strada. A Parigi, i dati di Medici senza Frontiere dicono che quattro persone su dieci che si trovavano in foyer per i senzatetto sono risultate positive al Covid-19, con tassi che hanno toccato il 94% in una struttura in particolare.

Brighton: alleanze progressiste per politiche ambiziose

Negli ultimi sei anni, diverse “ondate” Verdi hanno attraversato i paesi dell’Europa occidentale e hanno portato più rappresentanti dei Verdi al potere a livello locale, regionale e nazionale. Queste nuove (e a volte più vecchie) amministrazioni Verdi e guidate dai verdi si sono trovate a dover affrontare il crescente fenomeno dei senzatetto come parte delle loro agende politiche. Per farlo, hanno spesso preso ispirazione da approcci innovativi alla fornitura di alloggi, costruendo al contempo servizi di ostelli di emergenza, creando più alloggi sociali e cercando di rafforzare i diritti delle persone che sono più a rischio di rimanere senza dimora.

Brighton e Hove, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, presentano molti dei problemi dalle città di mare, che hanno sofferto per la perdita delle industrie tradizionali e che oggi si ritrovano con un aumento del lavoro stagionale a bassa retribuzione nel settore turistico. Qui esiste una lunga lista d’attesa per le case popolari, centinaia di famiglie si trovano in alloggi d’emergenza e diverse persone dormono per strada. Durante la pandemia di Coronavirus, il Consiglio cittadino ha lavorato duramente per togliere i senza tetto dalle strade come parte dello schema “Everyone In”. Il consiglio locale è guidato da un’amministrazione di minoranza del Partito Verde dall’anno scorso, e la questione dell’alloggio e delle persone senza dimora fissa è una delle loro priorità.

David Gibson è co-presidente della commissione edilizia della città: spiega che l’amministrazione sta lavorando a diversi livelli, aumentando l’offerta di case popolari ed espandendo la disposizione “Housing First”. “Da quando siamo in Consiglio, abbiamo messo a disposizione più case popolari in un anno di quante ne abbia date la precedente amministrazione in quattro anni”, racconta.

Sotto i Verdi, il consiglio ha accelerato il suo programma di acquisizione di alloggi a Brighton, che vanno aggiunti a quelli che ha commissionato, usando un mix di prestiti e denaro proprio. “Parte del pacchetto è che dobbiamo affrontare il lato dell’offerta”, ha aggiunto Gibson. L’amministrazione è stata in grado di perseguire questa politica anche quando l’industria delle costruzioni si è fermata a causa della pandemia. Gibson spiega che come amministrazione di minoranza i Verdi lavorano congiuntamente con il Partito laburista su un programma comune sulla questione degli alloggi e dei senzatetto, per poter adottare politiche e assicurarne il budget e per mettere in agenda obiettivi più ambiziosi.

Il Consiglio ha, inoltre, acquistato molti degli edifici in migliori condizioni utilizzati per gli alloggi temporanei, con l’obiettivo di trasformarli in alloggi a lungo termine. Per esempio è stato recentemente acquisito un progetto di 38 appartamenti nella circoscrizione di Gibson: questo significa che questi alloggi, che sarebbero stati sul mercato immobiliare, ora vengono assegnati attraverso l’amministrazione.

Un “considerevole successo” per Gibson e l’amministrazione Verde è l’espansione del parco delle case del progetto “Housing First” da 20 a 60, con altre in cantiere che seguiranno. Basato sull’approccio sperimentato a New York negli anni Novanta, “Housing First” punta sul fatto che le persone che ne hanno bisogno possano contare su un alloggio stabile per poi risolvere o soddisfare altri bisogni, come la salute mentale o una dipendenza.  Si tratta di un approccio completamente opposto all’idea diffusa che prima di poter accedere a un alloggio bisogna aver affrontato gli altri problemi, cosa praticamente impossibile quando si vive in strada o in condizioni di instabilità.

L’espansione del progetto cade a pennello per Brighton e Hove: molte delle persone che hanno trovato riparo negli hotel in seguito alla crisi sanitaria sono esattamente coloro che possono essere aiutati attraverso Housing First. Resta il fatto che, senza un aumento dei finanziamenti da parte del governo centrale e con la prospettiva che il divieto di sfratto in Inghilterra venga revocato (il divieto è stato esteso fino a maggio), la situazione potrebbe complicarsi. Gibson prevede che il Consiglio avrà difficoltà ad ospitare tutti i bisognosi: “C’è questo problema a lungo termine:  senza finanziamenti, non possiamo avere  la prospettiva di risolverlo”.

Le barriere burocratiche minano le soluzioni di Amsterdam

Ad Amsterdam, sul problema dei senzatetto l’amministrazione guidata dai Verdi sta affrontando sfide simili con il Governo centrale, spiega Marijn van der List, portavoce di GroenLinks (Sinistra Verde). Nella capitale il problema delle persone senza fissa dimora è particolarmente forte e il Governo cittadino ha dovuto rispondere alla crisi del Covid-19: “Ci veniva detto di ‘stare a casa’. Ma come è possibile se non hai una casa? Tutta la contraddizione è qui”, nota van der List. In città la mancanza di alloggi blocca il sistema: “Vorresti che tutti avessero una casa il più velocemente possibile o un piccolo aiuto perché le persone possano per poter riprendere la loro vita normalmente, un po’ alla volta. Ma non ci sono case”, spiega.

A livello nazionale, le politiche anti-immigrazione approvate successivamnete dai Governi dei Paesi Bassi fanno sì che tante persone senza documenti e senza fissa dimora non possano accedere ai servizi.  Marijn ha iniziato a fare politica proprio attraverso l’opposizione a queste scelte (negare un alloggio o l’accesso a un sistema di asilo equo): “Le città hanno sempre fornivano un alloggio alle persone senza documenti”, spiega.

Esiste un programma nazionale che permette di accedere a un alloggio in cinque governi locali (tra cui Amsterdam) e l’amministrazione guidata dai Verdi ha aumentato i finanziamenti per espandere la capacità di accoglienza. Il programma fornisce un alloggio di 24 ore per circa 500 persone e un accompagnamento nelle pratiche di domanda di asilo. Inoltre, insieme ad altri partiti, stanno valutando l’idea di lavorare su una “carta d’identità cittadina” per i residenti di Amsterdam che includa le persone senza documenti, sul modello di New York, Parigi e altre città europee per garantire alcuni diritti base come la possibilità di avere un conto in banca e l’accesso ad alcuni luoghi. 

Van der List racconta la sua frustrazione: gli sforzi su scala locale non sono accompagnati da politiche del Governo centrale per ridurre le cause della carenza di alloggi o sul finanziamento ai servizi di salute mentale: “A volte è dura guardare a quanto denaro spendiamo per un sistema come questo che aiuta le persone solo quando hanno davvero toccato il fondo: se stai ‘troppo bene’ non sei aiutato”, spiega. Le lunghe liste d’attesa per accedere agli alloggi e le regole su base locale di accordo per i servizi rendono la situazione complicata, soprattutto per chi si è spostato in diversi luoghi. Inoltre, il welfare olandese scoraggia la condivisione dell’abitato e taglia gli aiuti a chi condivide una casa, compresi i genitori con figli adulti. Queste politiche, sviluppate a livello nazionale, complicano la gestione alle autorità locali. “Non puoi risolvere tutti i problemi a livello della città”, continua van der List.

I Verdi in Finlandia: sfruttare il potere nel governo per cambiare le politiche

La Finlandia è già uno dei Paesi in testa nella riduzione del problema della casa per le persone senza fissa dimora. Nel 1987 il Paese contava circa 18mila persone in situazione di precarietà abitativa. Il Governo, negli anni Novanta e nei primi anni Duemila ha adottato l’approccio “a scala” nel quale, in teoria, una persona senzatetto inizia un percorso che va dalla strada verso una struttura di accoglienza, poi verso un alloggio temporaneo e infine ad uno permanente. Questo approccio pero’ non è riuscito ad affrontare il problema dei senzatetto sul lungo periodo

Nel 2007, il Governo e alcuni comuni, tra cui Helsinki, hanno intrapreso politiche di “Housing First”: 1250 case sono state costruite o rese disponibili nelle città finlandesi per persone senza dimora fissa di lungo corso. I rifugi esistenti sono stati riconvertiti e il tutto è stato accompagnato da un lavoro di supporto alla salute e al benessere sociale.

In parallelo, il Governo ha migliorato gli sforzi nella prevenzione, continuando a costruire alloggi sociali per le esigenze generali. Nel 2017 si contavano 6.600 senza fissa dimora, oggi sono 4.600. Questi dati sono in netto contrasto con altri parti d’Europa: nel Regno Unito per esempio è stato registrato un aumento del 141% negli ultimi dieci anni.

Come parte dell’accordo con i cinque partiti che formano il Governo, i Verdi finlandesi hanno negoziato includendo l’obiettivo di dimezzare il numero delle persone che sono senza alloggio entro il 2023 e di fare in modo che non ci sia più nessuno senza casa entro il 2027.

Krista Mikkonen, della Lega Verde, è Ministro dell’Ambiente e del Cambiamento climatico ed è responsabile realizzazione della questione abitativa. Il Governo ha introdotto un nuovo programma di cooperazione sulla questione abitativa per i senzatetto che coinvolge lo Stato, i comuni, i fornitori di servizi e le Ong. Questo programma si concentra sulla fornitura di fondi e sul sostegno al lavoro delle municipalità sulla questione delle persone senza fissa dimora.  Inoltre, in parallelo, il Governo si sta muovendo per andare verso una legge che renda stabile la consulenza sugli alloggi: in questo modo ogni comune avrebbe il servizio obbligatorio, permetterebbe di accentrare i servizi e di intervenire per prevenire gli sfratti e di negoziare su questioni come gli impagati sugli affitti.

Come è il caso in molti paesi, il fenomeno delle persone senza fissa dimora  in Finlandia è concentrato nelle città e in particolare a Helsinki, dove i costi degli alloggi sono aumentati al di là della capacità di pagare delle persone. I Verdi finlandesi a Helsinki occupano le cariche di vicesindaco per la sanità e l’assistenza sociale e sulla questione degli alloggi. Il partito ha lavorato per integrare diversi servizi per aiutare le persone con bisogni diversi e complessi, come la questione dell’alloggio, della dipendenza e della salute mentale. Il gruppo sostiene il progetto “Housing First” come principio alla base delle politiche abitative. A differenza del modello newyorkese di “Housing First”, gli inquilini in Finlandia pagano l’affitto interamente da soli (attingendo al sistema di benefici) e i servizi sanitari e sociali relativamente ben finanziati fanno sì che ci sia meno bisogno delle grandi multi-agenzia di supporto usate negli Stati Uniti.

Progressi e prospettive a livello Ue

La questione dell’aumento dei costi degli alloggi in città è qualcosa su cui la deputata olandese di GroenLinks, Kim Van Sparrentak, ha lavorato in quanto relatrice per il Parlamento europeo sull’accesso ad un alloggio decente ed economico per tutti. Van Sparrentak ha redatto un rapporto che raccomanda al Parlamento una nuova legislazione europea (una fase chiave del processo legislativo nell’Ue). La relazione di Van Sparrentak sugli alloggi è il frutto di un anno di lavoro e copre una vasta gamma di questioni come l’accessibilità del costo, la questione dei senza tetto, la discriminazione, la speculazione, gli investimenti in alloggi pubblici e gli sfratti.

La raccomandazione principale del rapporto è la proposizione di un obiettivo a livello europeo per eliminare il problema delle persone senza fissa dimora entro il 2030:  il gruppo Verdi/EFA in Parlamento sta portando avanti una petizione a sostegno di questo obiettivo.

Van Sparrentak sostiene però che se i governi continueranno a seguire le politiche di austerità, questo obiettivo sarà difficile da raggiungere. “Le persone senza fissa dimora non sono un realtà immutabile e non vanno considerate come tali”, dice Van Sparrentak, sottolineando il successo ottenuto in Finlandia. “Le soluzioni esistono e dobbiamo avere il coraggio di investire e di adottare un approccio diverso al sostegno sociale”, aggiunge. La lotta del problema dell’alloggio ha degli appoggi in Europa e esistono modi per aiutare i governi nazionali e locali ad agire per affrontare le cause profonde del fenomeno, come la speculazione.

Il lavoro si basa sul Pilastro europeo dei diritti sociali, adottato dalla Commissione europea nel 2017. Il principio 19 riguarda l’assistenza abitativa e la questione dell’assenza di alloggi, e dà mandato all’Ue per lavorare sulla questione. La Commissione ha pubblicato il suo Piano d’azione ad inizio marzo 2021 e, anche se non il documento non è completo, si tratta di un passo importante. In parallelo esistono dei Piani per una “piattaforma di collaborazione” per gli Stati dell’Ue per lavorare insieme e condividere informazioni sulla questione delle persone senza fissa dimora. L’Ue può anche giocare un ruolo importante nel migliorare la qualità e la disponibilità dei dati e per sviluppare un quadro comune concettuale e un linguaggio politico per affrontare la questione dell’assenza di un alloggio.

Il rapporto di Van Sparrentak chiede, inoltre, che tutti gli Stati membri adottino una strategia per la questione dei senzatetto (con l’Ue che fornisce il coordinamento) e che la soluzione principale sia quella di fornire alloggi permanenti e sicuri: una sorta di implementazione di “Housing First” in tutta Europa, secondo Van Sparrentak.

L’intersezionalità è un altro aspetto fondamentale dell’approccio dei Verdi al problema dei senzatetto, con un’attenzione specifica per soddisfare le esigenze particolari di gruppi come i giovani LGBT e le donne: oggi, infatti, la fascia di persone che sono senza alloggio si è ulteriormente diversificata. Un’area in cui la Commissione potrebbe intraprendere un’azione più forte, secondo Van Sparrentak, è quella della criminalizzazione dei senzatetto. In Ungheria, per esempio, dormire all’aperto è un reato penale, e questo in violazione del diritto comunitario.

La grande sfida — ed è qui che l’Ue potrebbe, potenzialmente, avere il maggior impatto — è il lavoro sulle cause che agiscono alla base del problema e che fanno sì che le persone senza fissa dimora aumentino. Le politiche di austerità significano che oggi esiste un gap di 57 miliardi di euro negli investimenti in alloggi sociali e a prezzi accessibili in tutta Europa, e questo sta accadendo insieme alla privatizzazione degli alloggi pubblici e alla deregolamentazione del prezzo degli affitti negli alloggi privati.

“Assistiamo al fatto che tante persone sfuggono al sistema degli alloggi sociali e degli affitti privati e ne restano al di fuori”, spiega Van Sparrentak. Non sono in grado di accedere a uno stock di alloggi sociali in declino, né di permettersi un alloggio privato in affitto. I governi nazionali hanno certamente un grande potere per affrontare il problema dei senzatetto, ma anche l’Ue può giocare un ruolo in questo senso, sostenendo i governi nazionali e locali. Le regole fiscali dell’Ue sono ora particolarmente centrate sull’equilibrio dei bilanci e sull’eliminazione dei deficit: questo non permette il livello di investimenti necessario per gli alloggi e altre infrastrutture. Queste regole, pero’, sono state essenzialmente sospese fino al 2023 a causa della pandemia e potrebbero ispirare un atteggiamento generoso verso gli investimenti per aiutare le economie dell’Ue a riprendersi.

Ad un livello più ampio, l’Ue può aiutare ad affrontare il problema della speculazione edilizia. Grandi compagnie istituzionali come Blackstone hanno comprato diverse abitazioni e usato il valore delle case e il flusso di reddito generato dagli affitti per prendere in prestito altro denaro e comprare altre case. In pratica queste società possono guadagnare denaro dalla rivendita, dal reddito degli affitti e dal prestito: il tutto attraverso le obbligazioni.

L’Ue può usare il suo potere di agire sulle regole bancarie e finanziarie per avere un impatto, attingendo dalle politiche esistenti e dalla ricerca in corso. “Questa è una delle grandi questioni, il meccanismo che sta facendo salire i prezzi e causando la crisi degli alloggi”, dice Van Sparrentak. Nel 2019, l’allora relatore speciale delle Nazioni Unite sugli alloggi e il Gruppo di lavoro su affari e diritti umani scrissero a Blackstone sottolineando le loro preoccupazioni sul ruolo della società nella finanziarizzazione degli alloggi. Blackstone, in risposta, si difese energicamente.

L’entità del fenomeno delle persone senza tetto è destinata a crescere nelle città e oltre, mentre i governi decidono come meglio rispondere al danno economico creato dalla pandemia. Nel Regno Unito, il Governo ha già fatto sapere che probabilmente abbraccerà un’altra serie di politiche di austerità e taglierà la spesa pubblica. Questo minerà i progressi fatti dai governi locali per affrontare il problema dei senzatetto attraverso la costruzione di alloggi sociali e politiche di tipo “Housing First”. Queste politiche espongono le generazioni future ad un rischio maggiore di essere senza dimora fissa. I Verdi possono giocare un ruolo vitale nel resistere a queste tendenze a livello nazionale ed europeo, mentre fanno la differenza a livello locale dove hanno potere.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

Dalla ricerca del profitto alla protezione della vita: una cura di qualità per le persone e il pianeta

La pandemia di Covid-19 ha messo sotto i riflettori gli operatori sanitari e i lavorati dell’assistenza alla persona. Gli applausi e le lodi verso questi “eroi” sono svaniti con l’affievolirsi della crisi, sostituiti dal brusio del ritorno alla normalità. Dove lasciamo coloro che hanno permesso alle nostre società di attraversare la crisi, spesso a enormi costi personali? La sociologa Sara Farris spiega che la “riproduzione sociale” offre un buon punto di osservazione per comprendere la sottovalutazione strutturale del lavoro che mantiene in piedi la società. È necessario uno spostamento delle priorità — passare dal profitto alla vita — per garantire un sistema che metta la qualità delle cure — per le persone, ma anche per il pianeta — al primo posto. 

Green European Journal: Cos’è la teoria della riproduzione sociale e come può aiutarci a capire quello a cui abbiamo assistito durante la pandemia? 

Sara Farris: La teoria della riproduzione sociale è un insieme di idee che cercano di capire il ruolo di quelle che alcuni studiosi e attivisti chiamano “le attività che riproducono la vita” all’interno del nostro sistema economico e sociale: attività come la cura dei bambini, l’assistenza agli anziani, la pulizia, la fornitura di cibo e alloggio, l’istruzione e la sanità. Chiamiamo queste attività “creatrici di vita” proprio perché si occupano di  vita e permettono la riproduzione dell’esistenza umana. Molte di queste attività sono state al centro dell’attenzione durante la pandemia. Lavori come l’assistenza agli anziani, la cura dei bambini e l’assistenza sanitaria sono stati considerati essenziali proprio perché si tratta di mestieri che mantengono le persone in vita, promuovono il benessere e permettono alle persone di riprodurre la loro esistenza. 

Le teorie della riproduzione sociale possono essere molto utili per comprendere la pandemia. Da molto tempo queste teorie evidenziano l’importanza sociale delle attività di creazione della vita in un contesto in cui sono solitamente stigmatizzate o sottovalutate. Viviamo in un sistema capitalista che tende ad enfatizzare l’importanza di altri tipi di lavoro, generalmente quelli associati al profitto. In un certo senso, la pandemia ha completamente ribaltato questa gerarchia del lavoro, mostrando che molti lavori ben pagati non erano realmente necessari durante una crisi sanitaria ed economica globale. Al contrario, i lavori mal pagati, socialmente stigmatizzati e considerati non qualificati sono emersi proprio come quelli di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. 

I lavoratori migranti, le minoranze etniche e/o le donne sono sovrarappresentati in questi tipi di lavoro, quelli di “riproduzione sociale”. Come operano le dinamiche di razza, genere e classe nel sistema di assistenza così come è strutturato oggi? 

In Europa, come in altre parti del mondo, gran parte di questo “lavoro di riproduzione sociale” è svolto da migranti o da minoranze razzializate, e questo proprio perché storicamente c’è stata una forte tendenza ad assegnare i lavori poco qualificati e poco pagati a persone che fanno parte di minoranze etniche. Le attività di riproduzione sociale forniscono un’opportunità unica per capire le intersezioni tra genere, razza e classe, perché si tratta di un settore economico in cui c’è una sovrarappresentazione di donne razzializate e della classe operaia. 

Tradizionalmente le donne sono state relegate alla sfera domestica, dove lavoravano perlopiù gratis; negli ultimi trent’anni un numero crescente di donne è entrato nel mercato del lavoro retribuito al di fuori della casa, pur continuando a farsi carico della maggior parte dei lavori domestici. Allo stesso tempo si è creato un vuoto dovuto dalla partecipazione di molte donne alla cosiddetta sfera produttiva, che è stato riempito da donne migranti e appartenenti a minoranze etniche che hanno assunto quelle attività che prima venivano svolte in gran parte gratuitamente. Naturalmente, le donne che fanno parte delle minoranze etniche e le donne di colore sono sempre state attive nel mercato del lavoro, molte di loro lavoravano nella “riproduzione sociale”. La novità del neoliberalismo (inteso qui come il sistema economico e sociale in cui abbiamo vissuto negli ultimi trenta o quarant’anni) è la portata del fenomeno: i migranti internazionali, in particolare le donne, si sono spostati per occupare queste posizioni nelle parti più ricche del mondo. 

La riduzione della mobilità transfrontaliera durante la pandemia ha anche evidenziato la dipendenza dei sistemi di assistenza occidentali dai lavoratori migranti. 

Assolutamente, ed è stato davvero interessante vedere come in tutta Europa la retorica anti-immigrazione abbia dovuto essere messa in pausa, proprio perché tutti quei lavoratori che venivano applauditi e descritti come “eroi”, “essenziali”, “lavoratori chiave”, erano anche — in molti casi — proprio quei lavoratori migranti che alcune forze politiche vogliono espellere. Quegli stessi lavoratori si sono dimostrati essenziali per le nostre società e per la nostra sopravvivenza. 

Alcuni sondaggi realizzati durante la pandemia hanno dimostrato che la percezione pubblica del fenomeno migratorio è cambiata rispetto ai tempi del referendum sulla Brexit nel 2016. Molte persone che hanno votato per la Brexit sono diventate più aperte ai migranti, a quelli che lavorano nel settore sanitario in particolare, perché riconoscono il lavoro essenziale che esercitano questi lavoratori. 

Non sappiamo quanto durerà questo atteggiamento: l’immigrazione è sempre un tema molto sensibile che cambia e viene strumentalizzato a seconda della congiuntura politica. Ma allo stesso tempo è interessante vedere come un periodo di crisi come quello del Covid abbia anche significato lo spostamento, almeno temporaneo, di posizioni xenofobe piuttosto forti nei confronti di alcune popolazioni migranti (lo stesso non si può dire nel caso dei migranti cinesi, o dei cittadini che hanno visto aumentare gli atteggiamenti razzisti nei loro confronti dall’inizio della pandemia). 

Oggi il settore dell’assistenza è sempre più mercificato e commercializzato. Cosa guida questi processi e quali sono le implicazioni, sia per i lavoratori del settore che per le persone che vengono assistite? 

Dall’inizio degli anni Novanta (anche se dipende dal paese), le attività di cura che una volta erano per lo più svolte in casa gratuitamente, vengono trasferite verso persone che lo fanno in cambio di un salario, o sotto forma di assunzione di un lavoratore a domicilio, o attraverso la creazione di un asili privati a scopo di lucro per i bambini o case di cura per gli anziani. Questa spinta alla mercificazione è concepita secondo una logica neoliberale, ed è stata sostenuta da due processi in particolare.  

Il primo, come ho detto prima, è la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, il che significa che non sono più così disponibili a svolgere il lavoro che prima facevano gratuitamente a casa. Il secondo processo è l’invecchiamento demografico. Poiché le persone vivono più a lungo, il bisogno di sistemi di assistenza per prendersene cura aumenta. 

Ci sono diversi modi per rispondere a questi fenomeni. Uno di questi è che lo Stato fornisca servizi pubblici di assistenza come asili pubblici o case di cura. Questa è stata la strada intrapresa nei paesi nordici, in particolare in Finlandia, Danimarca e, in una certa misura, in Svezia (va detto che le cose stanno cambiando anche in questi paesi). In altri paesi c’è stata una tendenza a mantenere l’assistenza all’infanzia, almeno a partire dai tre anni, pubblica, gratuita e accessibile. 

Tuttavia, dagli anni Novanta queste soluzioni pubbliche sono diventate rare, e le grandi aziende stanno investendo sempre più nella cura dei bambini e degli anziani. Oggi nel Regno Unito, più dell’80% degli asili sono privati, e molti di questi sono a scopo di lucro. Ugualmente, la maggior parte delle case di cura per anziani sono a scopo di lucro, e molte sono gestite da multinazionali (e la tendenza va aumentando). Il Regno Unito è l’esempio più avanzato di come l’assistenza si stia trasformando in un’industria, ma anche in altri Paesi oggi (come la Francia o la Germania) osserviamo una tendenza ad andare verso la commercializzazione e il “for-profit”. Molte delle forze politiche che sono state al governo in diversi paesi europei dagli anni Novanta hanno applicato un dogma neoliberale di libera scelta e privatizzazione. 

Questi processi sono stati sostenuti da due idee principali. Il primo, che dice che i servizi privatizzati sono più efficienti, più convenienti e meglio organizzati. Secondo: che le persone dovrebbero essere in grado di scegliere tra una gamma di opzioni quando si tratta di assistenza, e che l’assistenza pubblica non offriva questa scelta. Oggi sappiamo che questi due assunti non sono veritieri. Il “for-profit” non significa migliore organizzazione dell’assistenza, al contrario. 

In che modo? Ci può fare qualche esempio? 

Nel Regno Unito alcune delle grandi società che si occupavano di assistenza agli anziani hanno fallito negli anni passati (Southern Cross e Four Seasons sono i due maggiori esempi), lasciando centinaia di lavoratori disoccupati e centinaia di assistiti senza assistenza. Queste case di cura hanno dovuto chiudere o andare in amministrazione controllata proprio perché erano state gestite male dal punto di vista finanziario.  

Durante la pandemia nel Regno Unito, gli studi hanno dimostrato che le maggiori case di cura, quelle parte di catene, sono quelle che hanno avuto i più alti tassi di contagio e di mortalità. Perché? A causa della pressione costante a risparmiare sui costi, in particolare quando si tratta di salari per gli operatori sanitari, ma anche di salute e sicurezza generali. Soprattutto all’inizio della pandemia molti operatori sanitari non avevano i dispositivi di protezione individuale (DPI). A questo si aggiunge il fatto che un operatore veniva spesso mandato a lavorare in più di una struttura, aumentando così il rischio di diffusione del virus. La pandemia ha mostrato molto chiaramente che le case di cura private e a scopo di lucro non sono ben gestite, la qualità delle cure non è alta e non offrono buone condizioni di lavoro. 

Un altro mito che la pandemia ha sfatato è l’idea che sia importante per gli individui essere in grado di scegliere tra una gamma di opzioni. In realtà questo principio ha portato a una “corsa al ribasso” e a una moltiplicazione delle disuguaglianze. Se c’è un mercato della cura e dell’assistenza nel quale diversi fornitori sono in competizione, i prezzi sono tendono a salire. Sembra controintuitivo, ma in linea generale le tariffe sono diventate molto più alte e le migliori strutture tendono ad essere così costose da essere assolutamente inaccessibili per la maggior parte delle persone. 

Dato l’invecchiamento della popolazione, come possiamo ripensare l’assistenza agli anziani in un mondo post-pandemico? 

Il paradosso della mercificazione dell’assistenza è che lo Stato non è realmente esente dal fornire assistenza, ma ridistribuisce le sue risorse ai fornitori privati. Invece di gestire le proprie strutture di assistenza, lo Stato ora sovvenziona fornitori privati per farlo. La prima cosa da fare sarebbe organizzare delle vere e proprie strutture di assistenza per gli anziani, che siano statali e finanziate dallo Stato. L’argomento dei costi non sta in piedi, perché ora lo stato continua a pagare per l’assistenza, ma con i fornitori privati, che presentano tutti i problemi che ho menzionato prima. Non esistono argomenti realmente forti per confutare l’idea che lo stato possa organizzare la propria assistenza in modo che sia pubblica, di alta qualità e gratuita per tutti. 

Nell’ultimo anno, il Governo britannico ha dato miliardi di sterline a compagnie private per organizzare alcuni dei servizi sanitari che erano necessari per affrontare la pandemia. I due principali servizi che sono stati esternalizzati a società private sono stati la fornitura di DPI e il cosiddetto “test and tracing” (test e tracciamento). Spesso le aziende private che hanno ricevuto i fondi erano gestite da persone vicine ai conservatori — a volte veramente “vicine” — per darvi un’idea del capitalismo clientelare all’opera. Risultato? È stato un disastro: il sistema di test e tracciamento è considerato un fallimento e ci sono indagini in corso su come sono stati spesi i soldi. 

Il programma di vaccinazione gestito dal Servizio Sanitario nazionale è, invece, in mano pubblica. Questo è l’unico servizio [nella gestione della pandemia di Covid-19] che allo stato attuale da’ risultati: funziona abbastanza bene e secondo il programma. Questo è un argomento molto forte contro il mito che la privatizzazione funziona meglio del pubblico. 

Ai discorsi di sui lavoratori chiave ed essenziali durante la pandemia non sono seguite misure per migliorarne sostanzialmente i salari e le condizioni di lavoro. Questo linguaggio è stato strumentalizzato: quali sono le prospettive per tradurre la retorica in cambiamento? 

L’uso di questo linguaggio era quasi inevitabile; era chiaro che tutto questo lavoro essenziale avrebbe dovuto essere riconosciuto per quello che è. I commentatori politici — a sinistra e a destra, anche se in modi diversi — hanno sottolineato la necessità di riconoscere pienamente questo tipo di lavoro e la sua importanza per la società, anche attraverso una retribuzione più alta. Ma alle parole non sono seguiti i fatti e, anzi, per molti versi le condizioni di lavoro in questi settori sono addirittura peggiorate. Nel Regno Unito, i lavoratori dell’assistenza sono stati uno dei gruppi più colpiti dal virus. Molti sono deceduti, proprio perché sono stati mandati al lavoro in condizioni non sicure. Il riconoscimento di questi lavoratori attraverso applausi, oppure chiamandoli “eroi” è una retorica di cui non hanno bisogno. Ciò di cui hanno bisogno è un adeguato riconoscimento del loro valore, che passa attraverso salari più alti e migliori condizioni di lavoro. 

È probabile che vedremo richieste comuni e organizzazione da parte dei lavoratori di questi settori, visto il deterioramento delle condizioni e l’enorme tensione a cui sono stati sottoposti? 

È difficile prevedere il futuro. Nei momenti di crisi può essere più difficile per alcuni lavoratori fare richieste proprio perché  sentono un’enorme pressione per fornire alcuni servizi. Inoltre, tanti si considerano fortunati ad avere un lavoro nella situazione attuale: c’è un alto tasso di disoccupazione, anche se non così tanto nei servizi essenziali. Ciononostante io resto abbastanza ottimista sul fatto che in futuro questi lavoratori si ricorderanno di questa situazione, e di come la pandemia ha dimostrato così chiaramente l’importanza del loro lavoro: penso che questo li incoraggerà a lottare per i loro diritti. 

Ci sono già alcuni segni di questo processo: i tassi di sindacalizzazione tra i lavoratori dell’assistenza sono aumentati, per esempio. Durante la pandemia, gli infermieri britannici che non accettavano le loro condizioni di lavoro hanno tentato di scioperare. Sono cautamente ottimista. Una cosa è certa, però: i lavoratori dell’assistenza nel Regno Unito non possono aspettarsi alcun riconoscimento dal Governo conservatore in carica. Qualsiasi cosa otterranno sarà attraverso la loro lotta. 

La pensatrice femminista Nancy Fraser ha descritto il capitalismo come un serpente che si mangia la coda, perché sta svalutando proprio il lavoro che è essenziale per la sua stessa sopravvivenza. Un tale sistema è chiaramente insostenibile. La teoria della riproduzione sociale è utile per pensare alla crisi climatica? 

È un sistema assurdo in cui le attività veramente necessarie per sopravvivere sono quelle che il capitalismo solitamente sottovaluta e stigmatizza. È un sistema in cui i profitti sono messi prima delle vite, con pochissime persone in grado di prosperare mentre la grande maggioranza è lasciata nella povertà e in cattiva salute. 

Il concetto di riproduzione sociale sottolinea la connessione tra riproduzione e produzione. Sottolinea che c’è un chiaro legame, un’interdipendenza, tra le attività produttive che forniscono beni e profitti, e le attività riproduttive che producono tutto ciò che è essenziale per la vita quotidiana. La riproduzione sociale ha molto da dire sull’ambiente e sulla catastrofe climatica, perché mostra come tutte quelle attività che vengono svalutate – o completamente non valorizzate – sono proprio quelle necessarie alla sopravvivenza del pianeta. 

Una società che dà la priorità alla riproduzione della vita piuttosto che al profitto è una società più sostenibile in cui la priorità assoluta è la qualità delle cure: si tratta di una società in cui alcune forme di distruzione ambientale non sono ammissibili. Enfatizzare la riproduzione sociale significa sottolineare la nostra interdipendenza non solo come persone – quando ci prendiamo cura gli uni degli altri, accettiamo la nostra interdipendenza come esseri umani – ma anche con la natura. Se capissimo appieno la nostra dipendenza dalla natura daremmo priorità a un modo diverso di vivere su questo pianeta. 

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

Una politica estera verde e femminista per l’Ue

Dalla Svezia al Messico, un’avanguardia di paesi è pioniera nella politica estera femminista. L’Unione europea ha fatto certamente fatto progressi nella promozione dell’uguaglianza di genere nella sua azione esterna, ma resta ancora molto da fare nell’ottica di un cambiamento strutturale. In questo articolo, Juliane Schmidt chiede una politica estera femminista verde radicata nell’intersezionalità che permetterà all’Ue di essere all’altezza dei suoi valori di libertà e uguaglianza.

Nell’aprile 2021, l’uguaglianza di genere ha fatto l’apertura dei quotidiani e della stampa a causa dell’incidente diplomatico che ha visto la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, senza sedia durante un summit in Turchia. Alcuni sostengono che la questione del “sofagate” sia stata esagerata: resta il fatto che si tratta di un incidente che mostra quanto ci sia ancora da fare nell’Ue, nelle sue istituzioni e negli Stati membri per aumentare la consapevolezza delle questioni di genere. Per molti, l’incidente è stato solo un’altra goccia nell’oceano del mondo della politica estera dominato dagli uomini. La politica mondiale oggi è sempre più complessa e conflittuale. L’Ue sta lottando per trovare il suo posto senza tradire i valori fondamentali di libertà e uguaglianza che animano il suo lavoro, e il suo impegno per i diritti umani e delle minoranze. L’adozione di una politica estera verde femminista permetterebbe all’Ue di dare a questi valori un ruolo centrale.

Sfidare le strutture e le dinamiche di potere dell’Ue

La politica estera femminista cerca di integrare l’uguaglianza di genere nella politica estera e di sicurezza. Fondamentalmente, si tratta di proteggere i diritti umani di donne e ragazze, riconoscendo che questo è un prerequisito fondamentale per raggiungere obiettivi di politica estera più ampi come la pace, la sicurezza e lo sviluppo sostenibile. Molto spesso l’attenzione viene portata su temi quali la lotta alla violenza sessuale, la promozione dell’istruzione, l’emancipazione economica e la rappresentanza delle donne nella politica e nei processi decisionali (e nei negoziati di pace).

La politica estera femminista verde va ancora oltre e riconosce che il genere è un costrutto sociale e che le sfide globali come i conflitti, i cambiamenti climatici e i disastri naturali hanno impatti di genere che esacerbano forme multiple di discriminazione. In questo senso va più in profondità nell’analisi delle radici delle questioni.

La politica estera femminista verde mette in discussione lo status quo, chiede un ripensamento delle norme di genere inique e delle dinamiche di potere patriarcali. È importante che una politica estera femminista verde abbia un approccio intersezionale, mirando a raggiungere l’uguaglianza per tutte le persone e i generi (non solo per le donne bianche, eterosessuali, abili e cisgender). La politica estera femminista  promuove un cambiamento basato sui diritti e su interazioni inclusive e non discriminatorie attraverso un approccio multidimensionale in tutte le aree politiche con una dimensione esterna. Sicurezza, diritti umani, migrazione, commercio, aiuti allo sviluppo, assistenza umanitaria e cambiamento climatico: tutti questi temi devono essere affrontati con un approccio interconnesso.

Cosa significa tutto questo nella pratica? In primo luogo, affrontare le strutture ineguali e i rapporti di potere all’interno delle istituzioni dell’Ue per migliorare la presenza delle donne e dei gruppi emarginati nel processo decisionale e per aumentare la consapevolezza delle questioni di genere.

Ad un livello più alto, dovrebbe essere implementata una serie di misure in tutte le istituzioni e i servizi dell’Ue. Tra le riforme necessarie ci dovrebbe essere una formazione obbligatoria per il personale dell’Ue, una politica di tolleranza zero sulle molestie sessuali e la violenza di genere, l’implementazione di linee guida sulla diversità, l’equità e l’inclusione e procedure di assunzione che tengano conto del genere.

Tutte queste riforme devono essere sostenute da obiettivi specifici e misurabili (compresi gli obiettivi di diversità per le istituzioni, le delegazioni e le missioni dell’Ue), un monitoraggio durante il percorso e bilanci e analisi nel processo.

In termini di contenuto politico, una politica estera verde femminista implica un ripensamento di diversi campi. Nella politica di sicurezza, significa lasciarsi alle spalle una comprensione androcentrica (con le connesse figure di uomini forti e le immagini del potere maschile) che andrebbe sostituita da una visione a lungo termine della sicurezza e della stabilità, femminista e inclusiva.

Le ricerche dimostrano che le politiche che non hanno come obiettivo di porre fine alla disuguaglianza e all’ingiustizia non avranno successo nel percorso verso una pace duratura. Per questo la politica di sviluppo dell’Ue dovrebbe cambiare profondamente, lasciando da parte l’approccio neocoloniale basato sulla dipendenza dagli aiuti e sull’estrazione delle risorse, per andare verso un approccio incentrato sull’emancipazione e sui diritti. In parte, questo richiede un’azione umanitaria dell’Ue che tenga conto delle questioni di genere e che cambi la narrativa intorno alle donne e ai gruppi emarginati, riconoscendoli come agenti di un cambiamento positivo piuttosto che meri beneficiari di aiuti.

Questo significa anche sfruttare l’influenza dell’Ue come attore nel commercio globale includendo capitoli specifici e vincolanti sul genere o requisiti di impegno ragionevole in tutti gli accordi commerciali dell’Ue. L’Ue dovrebbe, nella sua politica estera, definire un chiaro impegno a promuovere i diritti LGBTQI+, e cercare di assicurare che le donne e i gruppi emarginati siano inclusi nel processo decisionale internazionale sull’azione per il clima.

Una politica estera verde femminista deve basarsi su una stretta collaborazione con la società civile, in particolare con le donne che difendono i diritti umani e i con chi sostiene i gruppi emarginati. Costoro dovrebbero essere alleati naturali quando si tratta di promuovere strategie di ricerca inclusive con una prospettiva intersezionale, cosa che è ancora relativamente assente nel processo decisionale dell’Ue.

Un’analisi intersezionale rigorosa e le valutazioni d’impatto dovrebbero essere la base di tutte le politiche dell’Ue che, per questo, dovrebbe avere consulenti specializzati per monitorare i progressi e risorse e allocare budget dedicati per finanziare questi cambiamenti.

Nella primavera del 2021, il gruppo dei Verdi/EFA al Parlamento europeo ha fatto un passo in questa direzione, pubblicando una strategia che chiede una politica estera femminista e illustra come arrivarci. La strategia propone un approccio su quattro fronti: la rappresentanza di tutti i generi e la partecipazione ai processi decisionali; un approccio basato sui diritti che garantisca le libertà fondamentali di tutte le persone e non solo di pochi privilegiati; finanziamenti e risorse dedicate; e l’uso di dati, ricerche e consultazioni inclusive per informare e modellare soluzioni che affrontino forme multiple e congiunte di discriminazione.

Il lento progresso verso una politica estera dell’Ue che includa la parità di genere

Negli ultimi due decenni è emersa una tendenza globale verso un nuovo approccio nella politica internazionale. Nel 2000, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato la sua storica risoluzione su donne, pace e sicurezza. Nel 2018, l’Ue ha adottato la sua Agenda per le donne, la pace e la sicurezza, compreso il suo approccio strategico e il piano d’azione 2019-2024. Nel 2020, ha anche lanciato il suo Piano d’azione di genere III (GAP III), che definisce l’agenda per la parità di genere e l’emancipazione delle donne nell’azione esterna dell’Ue. Tutte queste iniziative hanno contribuito all’integrazione della dimensione di genere nella politica estera dell’Ue e potrebbero costituire la base di una politica estera femminista dell’Ue. Ci sono pero’ diversi paesi sono più avanzati dell’Ue dal punto di vista di una politica estera femminista.

La Svezia è stata un pioniere in questo campo: è stato il primo Paese al mondo ad annunciare l’adozione di una politica estera femminista nel 2014. Nel 2018, il Ministero degli Affari Esteri svedese ha pubblicato un report basato sul suo approccio: una risorsa per informare e ispirare ulteriori lavori nel settore della politica estera femminista. Come parte del suo progetto, la Svezia ha un coordinatore della Politica estera femminista, punti focali in tutti i servizi e un piano d’azione aggiornato su base annua. Inoltre, la Svezia stanzia il 90% dei suoi aiuti allo sviluppo per l’uguaglianza di genere. La politica estera femminista svedese è parte integrante di una più ampia agenda di uguaglianza di genere nel Paese e il Governo ha definito se stesso come “femminista”.

Seguendo le orme della Svezia, diversi paesi dell’Ue hanno annunciato l’adozione di una politica estera femminista, tra cui Lussemburgo, Spagna e Cipro, mentre la Francia ha stabilito un approccio femminista alla diplomazia. Dal 2014, altri 79 paesi hanno messo a punto piani d’azione nazionali per migliorare l’inclusione delle donne nella politica estera e di sicurezza. Oltre l’Ue, il Canada ha lanciato una politica di sviluppo femminista nel 2017. Nel 2020, il Messico è diventato il primo Paese latinoamericano ad adottare una politica estera femminista e la Malesia ha annunciato che farà lo stesso.

La realtà oggi è che le donne e i gruppi emarginati sono ancora in minoranza nelle posizioni di alto livello nei sistemi politici, nei servizi diplomatici e nelle forze armate degli Stati membri dell’Ue. E, al ritmo attuale di avanzamento, rimarranno tali per molto tempo. Il GAP III è un risultato importante, ma non ha una prospettiva abbastanza ampia per poter essere vettore di un vero cambiamento strutturale. Come la maggior parte dei documenti dell’Ue, il suo linguaggio non è abbastanza inclusivo, perché basato su una nozione binaria di genere.

Il GAP III non prevede un budget sensibile al genere e, nonostante identifichi la dimensione del genere come una “responsabilità di tutti” la realizzazione del piano di azione e delle politiche esistenti — comprese quelle che fanno parte dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza — è insufficiente. Molte politiche dell’Ue rimangono cieche al genere, non sufficientemente sensibili al genere o incoerenti in termini di intersezionalità. Per esempio, poco dopo la pubblicazione del GAP III, la Commissione europea ha pubblicato la sua strategia per rinnovare il multilateralismo: il documento manca completamente di una dimensione di genere o intersezionale.

Il GAP III, inoltre, non riesce a far fronte con efficacia ad un contesto internazionale sempre più impegnativo che, negli ultimi anni, ha visto una reazione nei confronti dei diritti delle donne e dei gruppi emarginati e una diminuzione dello spazio per la società civile.

Lo testimoniano i gravi problemi di finanziamento affrontati dalle organizzazioni della società civile, dal ripristino della “global gag rule” di Donald Trump (l’interruzione del finanziamento USA alle Ong che si occupano di assistere, educare o anche garantire la possibilità di accesso ad aborti sicuri nei Paesi in via di sviluppo, ndt), dalla maggiore resistenza di fronte alla Convenzione di Istanbul sulla lotta alla violenza di genere (anche tra gli Stati membri dell’Ue), e da un crescente discorso anti-gender a livello internazionale. Quest’ultimo può essere osservato nelle difficoltà nel far passare l’ultima risoluzione delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza. All’interno dell’Ue, i suoi effetti si vedono nel Consiglio dell’Ue con la mancanza di conclusioni sul GAP III, così come la contestazione da parte di alcuni stati membri di quasi tutti i testi che si riferiscono alla parità di genere o ai diritti LGBTQI+.

Il servizio diplomatico dell’Ue parla, ma non agisce

In termini di strutture dell’Ue, le maggiori sfide per una Politica estera verde e femminista si trovano nella gestione del Servizio europeo per l’Azione esterna (SEAE, European External Action Service) guidato dall’Alto Rappresentante, Josep Borrell. Gli uomini occupano quasi l’80% dei posti di alto livello e quasi il 70% dei posti di gestione intermedia nel SEAE (quest’ultimo è l’unico indicatore in cui la rappresentanza femminile è migliorata da quando Borrell è entrato in carica nel dicembre 2019). Il piano d’azione per affrontare lo squilibrio di genere nella gestione del SEAE è un buon inizio, ma ha una lunga strada da percorrere in termini di attuazione, per garantire l’inclusione e l’equilibrio tra lavoro e vita privata, affrontando la mancanza di candidature da parte delle donne e dei gruppi emarginati, e integrando una prospettiva intersezionale negli annunci dei posti di lavoro e nelle valutazioni delle prestazioni.

Al di là della solita retorica, Borrell non si distingue certo come un sostenitore della parità di genere e dell’intersezionalità. Il quotidiano Politico, in un’inchiesta del marzo 2021, fa sapere che i dipendenti del SEAE descrivono una cultura del lavoro dominata dagli uomini, in cui l’uguaglianza di genere non è presa sul serio dalla leadership, lasciandola prevalentemente alle donne.

La procedura di riconferma per il posto di consigliere principale del SEAE su Genere e Donne, Pace e Sicurezza è stata un’ulteriore indicazione preoccupante di come l’inclusione occupi una priorità bassa nella leadership del SEAE. Il posto ha esaurito il suo mandato alla fine del 2020, ma la procedura per nominare un sostituto è stata avviata solo dopo diverse denunce da parte dei deputati e della società civile. La diplomatica olandese Stella Ronner-Grubacic è stata nominata Consigliere del Segretario Generale per il Genere e la Diversità nell’aprile 2021, ma il cambio nel titolo suggerisce che il ruolo avrà nuovi compiti, un profilo più basso e risorse limitate. La fusione della responsabilità per la Diversità in generale e l’Uguaglianza di Genere indica che entrambe le questioni non riceveranno l’attenzione e le risorse necessarie.

Un altro problema è la mancanza di cooperazione del SEAE con la società civile. Un esempio degno di nota è quello di Miroslav Lajčák, rappresentante speciale dell’Ue per il dialogo Belgrado-Pristina, che è stato chiamato in causa per non aver incontrato nessuna organizzazione per i diritti delle donne durante il suo viaggio in Kosovo nel novembre 2020. In risposta Lajčák ha affermato di aver incontrato “le donne del Kosovo”, omettendo così di riconoscere il problema in questione.

Ci sono anche rapporti che dicono che le delegazioni dell’Ue stanno esternalizzando il lavoro relativo al GAP III, comprese le consultazioni con la società civile: questo implica un’appropriazione estremamente limitata di questi processi e uno scarso contatto con gli esperti di base. Inoltre, rivela una mancanza di competenze e risorse per svolgere questo lavoro internamente.

Politica estera verde femminista: dall’idea alla realtà

La politica estera verde femminista non è una “to do list” dove basta spuntare un argomento perché funzioni: per essere efficace richiede un reale cambiamento sistemico all’interno dell’Ue. La politica estera europea è, allo stato attuale, fatta principalmente da uomini bianchi e anziani che tendono a fare politiche per uomini bianchi anziani.

Se non cambiamo il volto della politica estera dell’Ue, questa rimarrà maschile, pallida e stantia. Ma la sola rappresentazione — l’approccio “aggiungi le donne e o le minoranze e mescola il tutto” — non si traduce automaticamente in politiche più inclusive e con capacità trasformative. L’attuazione di una politica estera verde femminista necessita un approccio globale e una leadership progressista che si faccia carico di questi processi in modo trasversale. Per questo un cambiamento all’interno della cultura istituzionale dell’Ue sarà importante: le campagne di sensibilizzazione, le linee guida e la formazione possono aiutare a cambiare la mentalità.

La politica estera femminista non è un concetto nuovo, e molti esperti del settore hanno sottolineato la necessità di un approccio intersezionale. Tuttavia, esempi di politica estera femminista nella pratica, anche nel caso della Svezia, sono stati criticati per non aver prestato adeguata attenzione ad altri gruppi emarginati, tra cui quelli LGBTQI+ e persone razzializate. L’intersezionalità deve quindi essere un principio fondamentale che guidi la politica estera femminista dell’Ue, principio che necessita di essere supportato da misure appropriate (inclusi documenti politici, strategie, piani d’azione, dichiarazioni pubbliche e risorse dedicate) così come il sostegno di tutti gli stati membri dell’Ue.

Alla luce della resistenza all’uguaglianza di genere e ai diritti LGBTQI+ in crescita in alcuni stati membri, un tale cambiamento di paradigma sembra ancora lontano. A fronte di un’avanguardia di paesi che sta andando avanti in termini di politica estera femminista, ci sono paesi dove è ancora impensabile. Una divisione simile può essere osservata tra i partiti conservatori/di destra e quelli  liberali/ di sinistra nel Parlamento europeo, dove l’introduzione di un linguaggio progressista sul genere in un qualsiasti testo rimane una questione spinosa. Ma siccome l’Ue si basa sul compromesso e sul consenso, può ancora diventare capofila su questa questione.

Per raggiungere questo obiettivo, sono necessarie persone abbastanza coraggiose da spingere per un cambiamento trasformativo invece che verso piccole riforme. Quando il ministro degli Esteri svedese, Margot Wallström, ha annunciato per la prima volta la politica estera femminista del suo paese nel 2014, è stata accolta con scherno. Anni dopo, questa idea è entrata nel linguaggio comune e c’è una maggiore consapevolezza e tentativi di azione. Guardando alla Germania,anche dopo le elezioni federali del settembre 2021, ci sono segni di speranza, dato la posizione dei  Verdi per una politica estera femminista [leggi di più sui Verdi tedeschi].

La politica estera femminista dei Verdi è a pieno titolo parte del più ampio dibattito sulla conciliazione dei valori fondamentali dell’Ue con la politica estera. L’uguaglianza è sancita dai trattati dell’Ue: attuare una politica estera verde femminista significa inscrivere questo valore nella pratica della politica estera.

L’Ue deve smettere di trattare i diritti e i valori come una questione di bassa priorità nella politica estera: alla luce del fatto che si è data come standard quello di mettere l’uguaglianza, i diritti universali e le opportunità in primo piano dovrebbe lottare per questo obiettivo con tutti i mezzi a disposizione.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

Sull’estrattivismo: la politica delle risorse in America Latina

Nonostante la spinta ad espandere la capacità delle energia rinnovabile aumenti, in diverse parti del mondo continua la corsa al litio e ad altri materiali. Cosa significherà l’espansione dell’estrazione delle terre rare in America Latina per le comunità indigene e i lavoratori che hanno già, storicamente, sofferto i danni dell’estrattivismo? Thea Riofrancos, autrice di Resource Radicals (Duke University Press, 2020), spiega come la transizione energetica nel Nord globale rischia di essere tutt’altro che giusta: sono necessari cambiamenti strutturali alle catene di approvvigionamento e alla governance delle industrie estrattive. 

Annabelle Dawson: Il suo lavoro esplora la politica dell’estrazione delle risorse in America Latina, dal petrolio in Ecuador, fino al litio in Cile. Come definisce la politica delle risorse o l’estrattivismo? 

Thea Riofrancos: La politica delle risorse si riferisce a qualsiasi attività sociale o politica — che si tratti di conflitto, collaborazione, economia politica o mobilitazione sociale — che è relativa all’estrazione delle risorse, e in alcuni casi, al tentativo di blocco dell’estrazione delle risorse. Il mondo accademico e della ricerca tende ad associare la politica delle risorse a qualcosa legato principalmente alle élite, come i funzionari statali e gli attori aziendali. Questo è fondamentale, per esempio, nell concetto di “maledizione delle risorse”, che sostiene che la dipendenza dalle rendite delle risorse porta all’autoritarismo. Questa riflessione però trascura una serie di politiche sulle risorse: per esempio i movimenti sociali che si oppongono ai progetti estrattivi o che chiedono una migliore regolamentazione e diritti indigeni. 

Definire l’estrattivismo è questione spinosa. La mia ricerca mette in evidenza come in America Latina i movimenti sociali, gli attivisti e anche alcuni burocrati, come nel caso dell’Ecuador, hanno iniziato a usare questo termine per diagnosticare i problemi che associavano all’estrazione delle risorse. Questo è avvenuto nel contesto del boom delle materie prime dal 2000 al 2014 — un periodo di intensi investimenti nei settori delle risorse guidati dall’industrializzazione delle economie emergenti come la Cina — e del ritorno al potere della sinistra in tutta l’America Latina durante la cosiddetta “marea rosa”. Attivisti, intellettuali di sinistra e alcuni funzionari governativi hanno cominciato a vedere l’estrattivismo come un sistema interconnesso di danni sociali e ambientali, repressione politica e dominio delle imprese e dei capitali stranieri. Quindi, riassumendo: il concetto ha origine dall’attività politica piuttosto che dal mondo accademico [qui più informazioni sull’estrattivismo in America Latina]. 

Tendiamo ad associare l’estrazione delle risorse a beni notoriamente “sporchi” come il carbone, il petrolio e alcuni metalli. Qual è l’implicazione delle tecnologie verdi? 

La transizione verso le energie rinnovabili è spesso considerata come la sostituzione di una fonte di energia con un’altra: i combustibili fossili con le energie rinnovabili. In parte è così, ma questa transizione si inserisce in un sistema energetico e socio-economico molto più grande. In altre parole: non si possono semplicemente scambiare le fonti di energia senza ricostruire le infrastrutture e le tecnologie necessarie per catturare, generare e trasmettere quell’energia. Questo processo ha un’enorme impatto materiale e richiede materiali come litio, cobalto, nichel e metalli delle terre rare [qui più informazioni sul ruolo centrale e l’impatto di questi metalli rari]. Anche settori estrattivi più tradizionali come il rame sono molto importanti per la decarbonizzazione. 

Sarebbe terribile se i danni legati al capitalismo dei combustibili fossili venissero riprodotti nei nuovi sistemi di energia rinnovabile, imponendo alle comunità locali i danni dell’estrazione delle risorse in nome della lotta al cambiamento climatico.  

Abbiamo bisogno, rapidamente,  di un nuovo sistema energetico: specialmente nel Nord del mondo, dato il livello storico delle emissioni degli Stati Uniti e dell’Europa. Nella fretta che abbiamo oggi c’è insito il rischio, reale, di riprodurre disuguaglianze e danni ambientali. Questo è particolarmente vero per alcuni settori minerari dove si prevede un boom delle materie prime per le tecnologie verdi come turbine eoliche, veicoli elettrici e pannelli solari. 

Il suo libro Resource Radicals (Duke University Press, 2020) analizza il conflitto nella sinistra in Ecuador sulla politica delle risorse. Ci puo’ descrivere le dinamiche di questo conflitto? 

Il concetto di “radicali delle risorse” si interessa a come, nel tempo e a seconda del contesto,  i movimenti di sinistra hanno cambiato la loro critica e la loro strategia sulla questione dell’estrazione delle risorse. Quando il neoliberalismo prendeva piede in America Latina negli anni Novanta e nei primi anni 2000, i movimenti sociali erano estremamente preoccupati sia dalla rapida espansione, che dalla deregolamentazione ambientale, sociale e lavorativa dei settori toccati dalle risorse. Erano anche preoccupati per la questione della proprietà di settori che erano visti come fonti strategiche di ricchezza nazionale.  

La loro critica si basava sul fatto che, fin dall’epoca coloniale, la ricchezza delle risorse dei paesi latinoamericani era qualcosa di cui si erano appropriate imprese straniere: i profitti delle risorse non erano mai andati a beneficio delle comunità locali o della maggioranza della popolazione. Al contrario, l’estrazione delle risorse aveva lasciato dietro di sé povertà e sottosviluppo. 

Con l’arrivo del boom delle materie prime e della “marea rosa” all’inizio del Ventunesimo secolo, i nuovi governi di sinistra — da Hugo Chávez in Venezuela, a Evo Morales in Bolivia, fino a Rafael Correa in Ecuador — avanzavano in un contesto di tensione complicata:  da una parte, presiedendo all’espansione delle attività estrattive, e dall’altra, cercando di incanalare i benefici economici nei servizi sociali e nelle infrastrutture pubbliche. Di fronte all’intensificarsi dell’estrazione sotto i governi di sinistra, i movimenti sono diventati più scettici sull’estrazione come mezzo di sviluppo, anche se questa avveniva con una migliore regolamentazione e sotto un migliore modello di governance. Di conseguenza hanno abbracciato le tattiche dei militanti anti-estrattivi, spesso opponendosi a nuovi progetti che mettevano a rischio il territorio indigeno, l’integrità dell’ecosistema e i mezzi di sussistenza alternativi.  

I movimenti hanno iniziato a bloccare i progetti e a protestare, nelle capitali e sui siti di estrazione. L’estrazione è stata così politicizzata ad un nuovo livello. Oggi, in America Latina esistono alcuni dei movimenti anti-estrattivi più militanti, che spesso devono affrontare repressione e violenza. È la regione del mondo con il più alto rischio di omicidio per coloro che si oppongono ai progetti estrattivi o di sviluppo e all’agricoltura su larga scala. 

Questa dinamica è specifica dell’America Latina o esistono paralleli altrove? 

I movimenti anti-estrattivi e anti-minerali dell’America Latina sono sempre più parte di reti transnazionali che si estendono in tutte le regioni del mondo, compreso il Nord America e l’Europa, dove esiste potenzialmente un nuovo boom minerario legato alle transizioni energetiche. A volte forme simili di mobilitazione sono la prova della diffusione di richieste, tattiche e proposte politiche. Alcune delle tattiche e del linguaggio usati nelle proteste contro l’estrazione del litio a livello globale arrivano dai movimenti latinoamericani, rivolti  ad altri settori estrattivi, come il carbone e il petrolio. 

Gli Stati Uniti e il Canada hanno visto proteste fortemente militanti contro forme di estrazione più convenzionali ed estremamente dannose per l’ambiente, come le sabbie bituminose e il fracking. Gruppi indigeni hanno guidato coalizioni contro l’oleodotto Keystone, l’oleodotto Dakota Access e l’oleodotto Line 3. Negli Stati Uniti, gli attivisti sono schierati contro l’amministrazione Biden per il suo fallimento nel cambiare significativamente la politica degli oleodotti. Una coalizione che include attivisti indigeni, ambientalisti e agricoltori sta sollevando forti preoccupazioni sul nuovo progetto Thacker Pass, che prevede di aumentare l’estrazione del litio in un ecosistema sensibile. Le proteste anti-estrattive si sono diffuse a livello globale e in gran parte grazie alla rete creata da diverse campagne e gruppi di attivisti. 

Perché il litio è così importante oggi? 

Il litio è un elemento essenziale per decarbonizzare i trasporti e il sistema energetico nel complesso. Le batterie ricaricabili al litio – che contengono anche cobalto, nichel e una serie di altri minerali – sono usate nei veicoli elettrici, che si tratti di auto, autobus o biciclette. Su una scala molto più grande, queste batterie sono anche utilizzate nello stoccaggio in reti di energia rinnovabile che si basano su forme intermittenti di energia, come il solare o l’eolico, per contribuire a rendere il sistema energetico più resiliente. 

Quello che preoccupa riguardo al litio è l’impatto sociale e ambientale della sua estrazione. Chi ne beneficia e chi ne paga il costo? Il problema non risiede solo nel fatto che alcune comunità subiscono i danni causati dell’estrazione, ma che queste comunità li subiscono perché, qualcun’altro, probabilmente una persona benestante in un’altra parte del mondo, possa guidare un veicolo elettrico. Le batterie al litio fanno venire alla luce diverse tensioni, squilibri e disuguaglianze del capitalismo globale. 

Il caso del litio esemplifica alcune delle sfide per raggiungere una transizione energetica veramente giusta. Il mio lavoro sul campo finora si è svolto in Cile, il secondo produttore mondiale di litio dopo l’Australia. Uno dei maggiori impatti dell’estrazione nel deserto di Atacama, nel nord del Cile, è sul sistema idrico. Qui il litio viene estratto dalle saline del deserto, attraverso un processo di evaporazione dell’acqua. Estrarre il litio significa estrarre acqua salata e farla evaporare. Già carente d’acqua, la regione sta diventando più secca a causa del cambiamento climatico e dell’uso dell’acqua da parte dei settori estrattivi: oltre al litio si usa anche per il rame. Questi procedimenti rappresentano uno stress tremendo per una regione già vulnerabile. Le comunità indigene hanno già osservato un abbassamento delle falde acquifere e le ricerche scientifiche hanno identificato effetti a catena sugli ecosistemi locali. 

Ci sono poche analisi globali degli impatti sociali e ambientali dell’estrazione. L’estrazione del litio rappresenta un profondo intervento per l’ecosistema e che oggi non è  adeguatamente regolato. Gli attivisti in Cile hanno chiesto una moratoria sui nuovi progetti che riguardano l’estrazione di litio — se non il blocco tout court dell’estrazione — fino a quando non ci sarà più ricerca e una migliore regolamentazione. 

Anche se l’Ue optasse per una transizione per abbassare la sua domanda di litio, avrebbe comunque bisogno di molto più delle scorte attuali. Proviamo a pensare sia in termini di sicurezza che di etica… l’Ue dove dovrebbe rifornirsi di litio? 

Non riflettiamo abbastanza alla questione di dove avviene l’estrazione delle risorse e perché. Nonostante l’apparente logica, l’estrazione non avviene semplicemente dove esistono i depositi. Ci sono luoghi che vengono, per così dire, destinati all’estrazione più di altri: si tratta, in particolare, dei i territori indigeni e dei luoghi considerati usa e getta, come i deserti.  

I deserti, invece, sono ecosistemi vulnerabili e in alcuni casi, come in Cile o in Nevada negli Stati Uniti, ospitano popolazioni indigene e comunità locali. I depositi esistono anche altrove, ma si tratta di luoghi in cui l’estrazione sarebbe politicamente costosa, per i politici o le imprese. 

La maggior parte del litio europeo viene dal Cile: c’è una connessione diretta tra i danni del deserto di Atacama e le batterie al litio in Europa. Il commercio è una sede perfetta per fissare standard ambientali, sociali e lavorativi, anche se non sempre è pensato in questi termini. Gli accordi commerciali che danno la priorità ai profitti degli investitori rispetto ai diritti degli indigeni, dei lavoratori e degli ecosistemi sono in parte il motivo per cui l’estrazione delle risorse ha conseguenze così negative a livello globale. 

Dovrebbe essere valutato anche il modo in cui i responsabili politici dell’Ue stanno cercando di assicurarsi il litio all’interno dell’Ue stessa. Da un lato, se fosse così, questo fatto potrebbe rappresentare essere una sorta di giustizia globale, perché diminuirebbe la pressione sui paesi del Sud del mondo che hanno sostenuto il costo dell’estrazione fin dal colonialismo. 

D’altra parte, sappiamo che esistono disuguaglianze geografiche anche all’interno dell’Europa. Il Portogallo oggi è il primo produttore europeo di litio. Ora è un produttore piuttosto piccolo in termini globali, ma i responsabili politici dell’Ue e il Governo portoghese vogliono cambiare la situazione. Il Portogallo è più vicino alla periferia che al centro di potere dell’Ue e ha sofferto tremendamente della crisi del debito. Le comunità dove viene estratto il litio nel nord del Portogallo sentono di avere pochissima influenza sulle decisioni prese a Lisbona. In Germania ci sono progetti pilota per estrarre il litio dai depositi geotermici: si tratta, potenzialmente, di un processo meno dannoso per l’ambiente e che potrebbe anche produrre energia rinnovabile. La Germania è il Paese dove si sviluppano molte batterie per veicoli elettrici, quindi l’estrazione in questo Paese accorcerebbe la catena di approvvigionamento. Inoltre, significherebbe anche collocare il processo di estrazione all’interno di una potenza economica e in un luogo di maggior potere politico: potrebbe essere un processo più giusto dal punto di vista sociale. 

Un altro aspetto è il riciclaggio. Il nuovo regolamento dell’Ue sulle batterie cerca di aumentare il contenuto minimo riciclato nelle batterie. È una buona mossa, anche se alcuni sostengono che i requisiti percentuali proposti dovrebbero essere più alti. Riciclare il più possibile i materiali recuperati è un modo per ridurre la domanda di nuove miniere. Si può fare di più per costruire le infrastrutture necessarie nella fase di inizio della transizione energetica. Una volta che la transizione è in corso, sarà difficile recuperare il ritardo. 

Ad un livello più profondo, dobbiamo ripensare i settori dell’energia e dei trasporti per ridurre la domanda di energia (qualunque sia la fonte) e rendere l’uso dell’energia più efficiente. Dovremmo pensare ai modi di consumo e di produzione che prevalgono sotto il capitalismo nel Nord del mondo — per esempio, gli approcci al trasporto con veicoli a passeggeri singoli — e come trasformarli per ridurne l’impronta. 

Secondo lei esiste un’attività mineraria pulita, etica o sostenibile? 

Non credo che esista un’attività mineraria sostenibile. Tutte le miniere hanno un impatto sociale e ambientale e, anche quando non siamo in un contesto di scarsità di risorse, alla fine si tratta di risorse finite. In sostanza: l’idea di un’estrazione sostenibile è paradossale, ma ci sono forme di estrazione meglio o peggio regolate. La regolamentazione ambientale, sociale e del lavoro potrebbe essere molto più severa. 

Anche i rapporti con le comunità locali variano. In determinate circostanze, alcune comunità acconsentiranno all’estrazione, ma nella maggior parte dei casi il loro consenso non viene richiesto. La consultazione della comunità spesso equivale a una sessione informativa senza alcun effetto sulla realizzazione del progetto. L’applicazione sostanziale del consenso preventivo, secondo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti indigeni, renderebbe i progetti migliori. Inoltre, quando si tratta dell’ubicazione dei progetti, dovrebbero pesare più fattori, come le forme esistenti di discriminazione etnica o razziale che hanno un impatto sulle comunità emarginate e la protezione delle terre indigene e degli ecosistemi vulnerabili. 

Un altro aspetto che può rendere l’estrazione più o meno giusta è la distribuzione dei benefici economici. Questo può avvenire sotto forma di partecipazione dei lavoratori o delle comunità alla proprietà e alla governance dei progetti e questo sia che si tratti di produzione di energia rinnovabile così come per i settori estrattivi “sporchi”. Abbiamo assistito a conflitti in diversi paesi nei quali  le comunità locali si sono opposti a parchi eolici o solari perché non amano il modo in cui questi cambiano il paesaggio, oppure perché sentono di non trarre abbastanza benefici economici da questi progetti. Ma abbiamo visto anche l’opposto, ovvero comunità che abbracciano questi progetti perché hanno un reale interesse economico, hanno partecipato al processo di progettazione e hanno dato il loro consenso. 

Molti progetti estrattivi sono venduti alle comunità con la promessa che porteranno lavoro e prosperità. Nel boom minerario sotto la spinta della transizione verde, lo stiamo già vedendo. Quali sono le prove portate dalle comunità? Questi benefici esistono e come confrontarli o con i costi sociali e ambientali? 

Raramente i progetti estrattivi sono economicamente vantaggiosi per le comunità e i lavoratori locali così come raramente sostengono le imprese. Oggi l’estrazione mineraria è molto più intensiva in termini di capitale e tecnologia rispetto al passato. Comporta, inoltre, l’uso di macchinari che riducono il numero di lavoratori necessari. Le miniere, in più, lavorano su un ciclo fatto di diverse fasi e generano di conseguenza un’occupazione instabile. La fase di esplorazione può comportare più lavoro di un’altra fase successiva, per esempio. E come ogni settore estrattivo, le miniere seguono le dinamiche della domanda dell’economia globale: quando c’è più domanda, il progetto si espande e più persone possono essere assunte; quando c’è meno domanda, i lavoratori vengono licenziati. Durante la recessione legata alla pandemia, migliaia di lavoratori sono stati licenziati nei settore petrolifero e del gas degli Stati Uniti. 

D’altra parte, le comunità dove si generano questo tipo di occupazione  spesso non hanno alternative. Ovunque ci sono miniere di carbone — dalla Germania al Regno Unito, agli Stati Uniti e alla Colombia — si è constatato un fallimento: sia nell’approccio alla questione del lavoro e dei lavoratori, sia nell’assicurare una transizione energetica giusta. C’è bisogno di creare un quadro per una transizione giusta che prenda in conto le le comunità che dipendono dai settori estrattivi che devono essere gradualmente eliminati per combattere il riscaldamento globale. Il declino del carbone non è il risultato di una eliminazione progressiva gestita: semplicemente il carbone è diventato più costoso del gas e, in alcuni casi, delle energie rinnovabili. 

Nel Ventesimo secolo i minatori di carbone sono stati la chiave dei movimenti sindacali in molti paesi e gli stati produttori di petrolio hanno rimodellato l’economia politica globale attraverso l’OPEC. Nel Ventunesimo secolo, i produttori di materie prime come il litio potrebbero avere un potere simile? 

È assolutamente possibile. È già il caso del settore del rame. Negli anni passati abbiamo visto scioperi e diverse forme di militanza nelle miniere di rame. Questo potrebbe avere un impatto sulle catene di approvvigionamento delle tecnologie verdi. Nelle miniere cilene di litio ci sono stati tentativi di organizzazione del lavoro, ma si sono scontrati con la repressione delle imprese, la cui risposta è stata molto efficace nel frammentare i lavoratori o, in alcuni casi, semplicemente licenziandoli. 

La militanza sindacale è stata una forma di politica delle risorse nel corso dei secoli. In tutto il mondo e in diversi settori, dal carbone al petrolio, fino all’oro, sono ricchi di storie affascinanti di movimenti sindacali militanti di sinistra (spesso socialisti o comunisti). Quello che è interessante oggi è che, accanto ai movimenti operai, ci sono movimenti indigeni e ambientalisti con rivendicazioni diverse. Non chiedono migliori salari e condizioni di lavoro o la proprietà del lavoro, come hanno fatto i sindacati più radicali. A volte chiedono la fine dei progetti estrattivi. Si possono immaginare situazioni in cui c’è tensione tra il movimento operaio e i movimenti ambientalisti e indigeni, se i loro obiettivi sono diversi. 

Sarebbe una cosa di una grande potenza se i lavoratori, le comunità e i movimenti sociali in diverse parti delle catene di approvvigionamento si coordinassero. Immaginate uno sciopero in una miniera di litio sulle condizioni di lavoro che si coordina con le proteste simultanee delle comunità sui diritti indigeni. Un’azione coordinata potrebbe mettere sotto pressione le catene di fornitura delle tecnologie verdi, costringendo le aziende e i politici di altre parti del mondo a cambiare pratiche e regolamenti. Non credo si sia già visto qualcosa del genere, ma la possibilità esiste. 

Una coalizione di ONG ha respinto il Green Deal dell’Ue, affamato di metallo, e ha chiesto all’Europa di promuovere una transizione orientata alla giustizia ambientale piuttosto che alla crescita verde. Abbiamo bisogno di un discorso meno manicheo sulla transizione ecologica che affronti la questione del consumo? 

Il consumo è una questione delicata per la sinistra. Qualsiasi critica al capitalismo è consapevole del fatto che le persone benestanti nelle nostre società consumano troppo — in termini di uso di energia e viaggi, per esempio — e questo aumenta le emissioni a livello globale. Ma molte persone, specialmente quelle che vivono in situazioni quali la denutrizione e che non hanno un accesso costante all’energia o all’acqua, non consumano abbastanza. Questo livello di povertà è principalmente, ma non esclusivamente, concentrato nel Sud del mondo. Negli Stati Uniti, un Paese presumibilmente avanzato e industrializzato, milioni di persone si trovano ad affrontare livelli terribili di insicurezza alimentare, energetica e abitativa. 

La politica dei consumi della sinistra deve essere sensibile a queste drammatiche disuguaglianze. Non dovremmo dire “tutti devono consumare meno”, ma “i ricchi devono consumare molto meno”. E che abbiamo bisogno di beni pubblici, di servizi sociali e di migliori infrastrutture per migliorare le condizioni materiali dei poveri e della classe operaia. Abbiamo bisogno di un messaggio con una critica mirata che vada verso la classe del sovraconsumo dei ricchi, il tutto mentre trasformiamo il modo in cui consumiamo socialmente perche sia più razionale ecologicamente, orientato alla comunità, pubblico e veramente collettivo. 

Un’altra sfida importante è la costruzione di coalizioni che includano i poveri e la classe operaia. Chi ha sperimentato l’austerità o l’insicurezza abitativa potrebbe essere scettico su un’idea come la decrescita. Dobbiamo fare un lavoro profondo, che spieghi che la decrescita non significa meno per te, ma meno per gli ultra-ricchi; significa più redistribuzione [qui più informazioni sulla decrescita]. Altri slogan potrebbero comunicarlo più direttamente. Le idee sono efficaci quando le persone si vedono in esse e vogliono lottare per esse, piuttosto che qualcosa puramente intellettuale. Dobbiamo pensare in termini di domande e idee che possono galvanizzare l’azione militante e collettiva che questo momento storico richiede. 

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

Il caso del partito spagnolo VOX e l’ascesa del populismo ambientale internazionale

Le proiezioni scientifiche sulla situazione climatica sono ormai indiscutibili: questo ha portato molti dei partiti populisti di destra europei ad abbandonare le posizioni di riufiuto e negazione, per trasformare il loro approccio verso questione ambientale. La minaccia del cambiamento climatico si rivela, oggi, adeguatamente riformulata, un argomento perfetto per soddisfare l’agenda politica nazionalista. In questo articolo Lluis de Nadal analizza la retorica, in evoluzione, del partito spagnolo VOX e l’emergere in Europa di una forma di ideologia ambientalista basata sull’identità.

Il partito populista di destra spagnolo VOX è un noto negazionista del cambiamento climatico. Questo è il motivo per cui molti analisti hanno interpretato il suo successo elettorale — il partito è oggi il terzo più grande nel Parlamento spagnolo, ed stato fondato nel 2013 con l’obiettivo di difendere l’unità nazionale dalla minaccia secessionista catalana — come un’ulteriore prova che viviamo in un’epoca di “post-verità”, un’epoca in cui le emozioni hanno più peso dei fatti oggettivi. Uno sguardo attento allo sviluppo dell’agenda di VOX sul cambiamento climatico ci rivela però un quadro più complicato e preoccupante.

Non c’è dubbio che, durante la maggior parte della sua breve storia, VOX abbia diffuso disinformazione sulla gravità della minaccia del riscaldamento globale, minimizzandone i pericoli. Prendendo in prestito la retorica di Trump, VOX ha spesso parlato del cambiamento climatico come una bufala e del movimento ambientalista come di un complotto globalista contro la sovranità nazionale e la prosperità.

La giustificazione di uno dei suoi deputati, Francisco José Contreras, nell’opporsi alla prima legge spagnola sul cambiamento climatico, racchiude l’atteggiamento sprezzante del partito verso la questione. Durante una sessione parlamentare dei primi di aprile del 2021 , Contreras ha affermato che il riscaldamento globale potrebbe rivelarsi non essere una cosa così negativa perché “ridurrà la mortalità dovuta al freddo”.

Non sorprende che i critici di VOX abbiano colto l’occasione per ridicolizzare la tattica del partito. “Certo, e più siccità ridurrà la mortalità causata dall’annegamento”, ha scherzato un utente di Twitter. Uno dei principali quotidiani spagnoli si è unito alla polemica, con un articolo intitolato “Uno, Grande e Caldo”, un gioco sul motto nazionalista di Franco “Una, Grande y Libre” (Una, Grande e Libera).

L’ironia è comprensibile, soprattutto da parte di chi basa le sue opinioni sui dati scientifici: VOX ha dimostrato in diverse occasioni disprezzo di VOX per il movimento ambientalista. Questo atteggiamento, tuttavia, rischia di distogliere la nostra attenzione dagli sviluppi critici dell’agenda climatica di VOX. Questo atteggiamento, e simili tentativi di delegittimare VOX etichettandolo come “post-verità”, possono portarci a non cogliere le sfumature del complesso impegno del partito verso la scienza del clima.

VOX: un caso di negazione del cambiamento climatico?

Bisogna sottolineare che VOX ha raramente rifiutato la scienza del clima di per sé, come l’etichetta “post-verità” suggerirebbe. Più spesso, la retorica anti-ambientale di VOX è stata diretta contro le cosiddette “élite ambientali” accusate di usare le competenze scientifiche per evitare la contestazione politica e legiferare contro gli interessi del “popolo”. Come ha sostenuto il leader di VOX Santiago Abascal, la questione principale in gioco non è la prova del cambiamento climatico, che il suo partito accetta, ma la tendenza “totalitaria” a sottomettere la politica climatica ai dettami della comunità scientifica. “La nostra preoccupazione”, ha insistito, “è il sorgere di una religione del clima con la quale non è permesso dissentire”.

Dobbiamo anche tener conto del fatto che la posizione di VOX nei confronti del cambiamento climatico ha subito, se non un cambiamento nelle idee, almeno un cambiamento di tono. Prendiamo, per esempio, il discorso di Abascal durante la sua mozione di sfiducia (fallita) contro il Governo spagnolo nell’ottobre 2020. Dopo aver denunciato l’ipocrisia delle élite ambientaliste che fanno la morale sul cambiamento climatico, ma viaggiano sui loro jet privati ai summit internazionali, ha delineato l’alternativa di VOX alla politica climatica del Governo “che distrugge posti di lavoro”.

Due proposte chiave incluse nell’agenda verde di VOX —che Abascal definisce “vera ecologia” — erano la creazione di una “autarchia energetica” nazionale e la reindustrializzazione della Spagna nella direzione di un’economia verde. Abascal profetizzava che queste politiche avrebbero creato nientemeno che un “miracolo economico e ambientale”, realizzando una “Spagna verde, pulita e prospera, industrializzata e in armonia con l’ambiente”.

Negli ultimi mesi, VOX ha raddoppiato gli sforzi per consolidare la sua strategia ambientale in collaborazione con i suoi partner del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (European Conservatives and Reformists Group, ECR) al Parlamento europeo. Lo sviluppo di un’alternativa all’agenda dell’Ue sul cambiamento climatico è stato uno dei temi principali della riunione dell’ECR a Madrid all’inizio di luglio 2021.

Abascal ha insistito con forza sull’importanza di questo compito, definendolo “una delle principali sfide che il movimento conservatore europeo dovrà affrontare nei prossimi decenni”. In netto contrasto con la percezione che i partiti populisti di destra negano la realtà del riscaldamento globale, Abascal ha posto la conservazione del “patrimonio naturale” al centro della soluzione “patriottica” del gruppo al cambiamento climatico.

Il passaggio di VOX dal negazionismo al “conservatorismo” fa eco ai recenti sviluppi dell’agenda ambientale della destra populista europea. Come mostra un recente studio del think tank ambientale Adelphi, un numero crescente di partiti populisti sposa un cosiddetto patriottismo verde che critica le politiche di transizione climatica ed energetica, ma che è fortemente a favore della “conservazione ambientale”. Quindi, anche se molti sono ostili alle politiche di sostegno al multilateralismo e alla cooperazione internazionale, sono “relativamente positivi sui temi ambientali”.

Uno dei principali promotori di questo cambiamento è il Rassemblement National (RN) francese, precedentemente noto come Front National. Intorno alla metà degli anni 2010, quando la maggior parte delle sue controparti europee stava ancora negando il cambiamento climatico antropogenico, il RN ha iniziato ad allontanarsi dalla vecchia retorica anti-ambientale per andare verso un discorso ideologico che pone la protezione dell’ambiente locale e nazionale in una posizione centrale.

L’ascesa del “patriottismo verde”

Fin dalla sua nascita nei primi anni Settanta, il RN è stato un modello per molti partiti populisti di destra europei che sono arrivati dopo di lui. In particolare, il RN ha iniziato il processo di diffusione transnazionale del quadro populista etno-nazionalista e antipolitico che ha dato origine a questa famiglia di partiti.

Il RN è stato anche il pioniere degli sforzi per espandere il bacino elettorale della destra populista attraverso l’appello agli elettori della classe operaia.

Questi, infatti, risentiti dalla marea crescente di valori liberali cosmopoliti e, in particolare sulla scia della crisi economica del 2008, si sono sentiti abbandonati dalla sinistra tradizionale che ha abbracciato le politiche di austerità. Più recentemente, il RN ha anche agito da catalizzatore per un cambiamento ideologico con profonde implicazioni per la società europea investendo sulla questione del cambiamento climatico.

Durante la maggior parte della sua storia il RN non ha mostrato particolare interesse per l’ambiente. Il suo fondatore, Jean-Marie Le Pen, ha negato che il cambiamento climatico fosse causato dall’uomo e ha notoriamente ridicolizzato le preoccupazioni ambientali come un passatempo “bobo” (o borghese-boemo, una definizione francese di una sedicente classe borghese intellettuale e di sinistra, ndt).

Praticamente, nella piattaforma del Partito per le elezioni presidenziali del 1995, 2002 e 2007, per citare solo alcune recenti competizioni elettorali, non c’è nessuna proposta politica relativa all’ambiente. Ma, alla luce del fatto che la questione del cambiamento climatico si è spostata sempre più al centro della scena nell’ultimo decennio, il RN ha deciso che non poteva più essere ignorata.

Nel 2014, la leader del RN, Marine Le Pen, ha lanciato Nouvelle écologie (“Nuova ecologia”), un movimento eco-nazionalista che si oppone ai negoziati internazionali sul clima e che vuole offrire una risposta “patriottica” e “realistica” al cambiamento climatico. Da allora ha tenuto diversi discorsi proponendo di fare dell’Europa la “prima civiltà ecologica del mondo” e promuovendo una visione nazionalista e identitaria dell’ambientalismo, radicata nell’idealizzazione tradizionale della terra da parte della destra.

Sebbene la creazione di “Nouvelle écologie” costituisca una rottura radicale con il passato negazionista del RN, possiamo leggere questa iniziativa come una naturale estensione degli obiettivi tradizionali e nazionalisti del Partito. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che le preoccupazioni fondamentali a favore dell’ambiente, come il consumo di prodotti coltivati localmente e lo sviluppo di un rapporto più organico con l’ambiente locale, coincidono perfettamente con l’enfasi storica del RN sul rafforzamento dei confini e la protezione dell’identità francese contro gli effetti omogeneizzanti della globalizzazione.

L’artigiano dell’ideologia ambientalista basata sull’identità del RN è Hervé Juvin, un intellettuale che serve come rappresentante del RN al Parlamento europeo e nella regione francese del Pays de la Loire. Come l’ex capo della strategia di Trump, Steve Bannon, Juvin sostiene una versione del conflitto di civiltà tra visioni del mondo nazionaliste e globaliste, tra tradizione e modernità. Contro la cosiddetta uniformazione delle culture e delle identità portata dalla globalizzazione neoliberale, Juvin invoca un “localismo” identitario ed ecologico che implica la limitazione degli accordi commerciali, il sostegno alle industrie locali e la limitazione dell’immigrazione.

Oltre a intrecciare le preoccupazioni contemporanee per il cambiamento climatico con temi storici nazionalisti, l’ideologia identitaria di Juvin riprende le classiche formule biologiste dell’estrema destra europea. Per esempio, descrive gli avversari politici come “parassiti” e attinge al mito della nazione come uno spazio “puro” che deve essere protetto dalle invasioni straniere. Una delle principali conquiste di questa ideologia è proprio la sua capacità di integrare temi nazionalisti, biologisti e ambientali in un quadro apparentemente coerente. Preoccupazioni seppure diverse e separate, come la conservazione degli ecosistemi naturali, la rivitalizzazione dell’industria locale e la protezione dell’identità nazionale, coesistono e interagiscono nell’amalgama ideologico di Juvin.

Anche su questo ritengo che sarebbe pericolosamente impreciso identificare il nuovo approccio ecologico del RN con il fenomeno della “post-verità”. E questo perché ciò che Juvin rifiuta non è la scienza del clima, ma l’uso della scienza per sostenere una visione del mondo neoliberale che subordina i valori umani allo sviluppo tecnologico e mette in pericolo sia il particolarismo culturale che quello biologico.

Al centro della versione di Juvin del patriottismo verde c’è un ripudio dei fondamenti filosofici del modello neoliberale in favore di una “scienza basata sull’ecologia” che concepisce la “diversità collettiva” come un “valore superiore” a cui tutti gli altri valori, dallo sviluppo ai diritti umani e alle libertà individuali, devono essere sottoposti.

Populismo ambientale internazionale e transnazionale

Negli ultimi anni, la rivendicazione della sovranità nazionale delle politiche ambientali da parte dei partiti populisti di destra europei è diventata un argomento di crescente preoccupazione. Per descrivere l’uso del cambiamento climatico da parte di questi partiti a sostegno delle agende nazionaliste  termine è stato coniato “nazionalismo climatico“.

Molto meno analizzata, ma altrettanto preoccupante, è la crescente cooperazione populista “internazionale” sul cambiamento climatico.

La collaborazione di VOX con i suoi partner europei per costruire un’agenda ambientale comune è un esempio perfetto di questo fenomeno emergente. Oltre all’incontro di Madrid sopra menzionato, il gruppo ECR ha tenuto diversi seminari negli ultimi anni, alla ricerca di formule per conciliare un impegno storico per lo sviluppo economico con la nuova preoccupazione di proteggere l’ambiente. Questi seminari fanno parte dello sforzo dell’ECR per concepire un’alternativa di libero mercato all’approccio della politica climatica dell’Ue, che il gruppo condanna perché impone “oneri inutili e costosi sulle imprese”.

I partiti populisti di destra sono stati storicamente riluttanti a lavorare insieme, in parte a causa dei loro programmi nazionalisti contrastanti e dalla loro paura di essere contaminati dalla cooperazione. Nell’ultimo decennio, al contrario, hanno invece lavorato per espandere e approfondire la loro cooperazione in diverse aree.

Questa strategia di cooperazione è motivata dal fatto che questioni fondamentali e di lunga data per la destra populista, come l’immigrazione e il terrorismo, sono sempre più percepite dai cittadini di tutto il continente come questioni europee pressanti che richiedono un’azione internazionale. La crescente centralità del cambiamento climatico all’interno della società europea spiega anche probabilmente perché il tema è si rapidamente spostato in cima alla loro agenda.

Un altro fenomeno strettamente correlato a questo e che merita attenzione è l’ascesa del populismo “transnazionale“. La differenza tra populismo internazionale e transnazionale è sottile: il primo descrive la cooperazione tra partiti e movimenti organizzati a livello nazionale, il secondo è, invece, il tentativo di costruire un “popolo” che vada oltre lo stato nazionale. Un caso che ben illustra il populismo transnazionale è la pretesa di Hugo Chávez di agire non solo per conto del “popolo” del Venezuela ma, di quello di tutta l’America Latina. Anche Occupy Wall Street e il movimento degli Indignados del 2011 possono rientrare in questa categoria, poiché hanno costruito un’identità collettiva — il 99 per cento — con il potenziale di trascendere i confini nazionali.

Questo fenomeno, il populismo transnazionale, può essere osservato anche nel contesto del Parlamento europeo. Un recente studio sulla cooperazione populista a livello europeo mostra che molti partiti uniscono e intrecciano il populismo internazionale e il populismo transnazionale presentandosi come salvatori non solo della loro nazione, ma dell’Europa intera. Lo studio mostra che, alla nota difesa dei “popoli” nazionali dagli stranieri e dalle élite corrotte, questi partiti hanno aggiunto il tema della difesa di un cosiddetto “popolo europeo dalle élite e dall’ ‘altro pericoloso’ a livello continentale”.

Finora, nessun “altro” inteso come pericolo è stato più additato dalla destra populista europea dei musulmani, che sono stati ritratti come la principale minaccia alla sovranità, all’identità e alla sicurezza degli europei (che sarebbero “cristiani”). Nei prossimi anni, è molto probabile che il riscaldamento globale si unisca al tema dell’Islam come una delle principali minacce da cui gli europei devono essere “protetti”. La retorica di Juvin sul conflitto di civiltà e il suo tentativo di legare le preoccupazioni ambientali con la difesa dei valori occidentali vanno già in questa direzione.

Cambiamento climatico: la prossima guerra culturale?

Sempre più europei vedono il cambiamento climatico come una minaccia imminente: per questo è probabile che il negazionismo, che una volta caratterizzava la destra populista europea, passi in secondo piano. Se i casi esaminati in questo articolo ci insegnano qualcosa, è che i membri di questa famiglia di partiti non si rassegneranno a vedere il loro sostegno diminuire man mano che la realtà del cambiamento climatico diventa sempre più evidente. Al contrario, è probabile che cercheranno di offuscare il loro passato di negazionisti del cambiamento climatico e di ricostituire la loro immagine come quella di “veri” ambientalisti.

Seguendo le orme del RN e di VOX, che a loro volta attingono all’idealizzazione della vita rurale dell’estrema destra, enfatizzeranno l’affinità tra la loro agenda nazionalista e la protezione dell’ambiente locale e nazionale; presenteranno il loro radicato attaccamento alla terra e alla tradizione come la migliore salvaguardia contro la distruzione ambientale e incolperanno le élite globaliste di aver forgiato la visione della società — basata sul libero scambio, la mobilità geografica e la crescita senza limiti — che ha aperto la strada al riscaldamento globale.

È per questo fondamentale che le forze progressiste si interessino agli sviluppi descritti in questo articolo, lasciando cadere il “mito” che i populisti di destra negano uniformemente, e senza riflessione, il cambiamento climatico.

Articolare un’alternativa politica efficace al “patriottismo verde” e rafforzare la cooperazione internazionale per combattere la minaccia crescente del populismo ambientale internazionale e transnazionale, sono tra le principali sfide strategiche che la sinistra dovrà affrontare negli anni e nei decenni a venire. La sinistra non può abbassare la guardia di fronte alla “guerra climatica culturale” che è già in corso.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese su OpenDemocracy.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

I tribunali ombra che minacciano il clima: il Trattato sulla Carta dell’Energia

Esiste un accordo internazionale sull’energia che permette alle corporazioni di portare in tribunale un Paese per somme astronomiche. Nel settembre 2021 la Corte di giustizia dell’Ue ha emesso una sentenza che afferma che questo accordo, il Trattato sulla Carta dell’Energia, non può essere utilizzato in dispute tra soggetti europei perché incompatibile con il diritto europeo. Per i paesi dell’Ue che stanno eliminando i combustibili fossili questa sentenza segna una svolta significativa, anche se parziale. Come riporta Juliet Ferguson di Investigate Europe, i governi di tutto il Sud del mondo rimangono invece esposti a costose cause legali da parte degli investitori e delle corporazioni internazionali.

L’Abruzzo è una regione dell’Italia centrale che si estende dagli Appennini fino alla costa adriatica. Il sito turistico Discover Italy esalta le sue riserve naturali, famose per la fauna selvatica, i parchi nazionali e i chilometri di splendida costa dei Trabocchi. L’Abruzzo è descritto come la “regione più verde” del Paese ed è una famosa meta turistica estiva. Ma le riserve naturali dell’Abruzzo non si limitano alle spiagge e ai parchi nazionali: il giacimento petrolifero Ombrina Mare si trova a meno di 10 chilometri dalla costa ed è stato scoperto nel 2007 dalla società Mediterranean Oil & Gas (MOG). Nel 2014, la britannica Rockhopper Exploration ha acquisito la MOG e, insieme ad essa, la licenza di trivellazione.

Nel frattempo, la società civile italiana è scesa in piazza per protestare. Enrico Gagliano, fondatore del Movimento No Triv spiega cosa ha spinto l’opposizione al progetto: “Un giorno, nel 2008 abbiamo, visto una piccola piattaforma che spuntava dalla costa. Un abominio. Ci siamo chiesti cosa mai fosse, ci siamo uniti, abbiamo iniziato a chiedere alle autorità, ci siamo fatti sentire”. Nel 2013, a Pescara, 40mila persone hanno marciato sotto lo slogan “No Ombrina”. Nel 2015 i numeri dei manifestanti erano cresciuti: la città di Lanciano ha visto una manifestazione di 60mila persone. Organizzazioni della società civile, diocesi, comuni locali e il personale dei parchi nazionali si sono uniti alla protesta.

Tra le domande e le preoccupazioni, il timore per i danni all’ambiente e il rischio di perdite di petrolio; inoltre in tanti si sono chiesti come il Governo italiano possa dire di ridurre l’uso di combustibili fossili e, allo stesso tempo, approvare una licenza di perforazione. Di fronte alle pressioni e alle palesi contraddizioni, nel 2015 il Parlamento italiano ha deciso di non permettere alcuna estrazione di petrolio e gas così vicino alla costa, segnando la fine del progetto Ombrina Mare. O almeno così si pensava.

Nel 2017 Rockhopper ha intentato una causa contro il Governo italiano, sulla base del poco conosciuto Trattato sulla Carta dell’energia (TCE, in inglese Energy Charter Treaty). Il verdetto deve ancora essere pronunciato:  Rockhopper chiede un risarcimento per gli investimenti che la società ha fatto fino ad oggi. Secondo il TCE le compagnie possono chiedere, infatti, non solo un risarcimento per gli investimenti persi a causa di un cambiamento di politica, ma anche per i potenziali profitti persi: in questo caso fino a 200-300 milioni di dollari. Con un arbitrato tenutosi a Washington, Rockhopper ha chiesto 275 milioni di dollari: solo il 29% di questa somma rappresenta del denaro già speso, il resto sono i mancati profitti dell’azienda. Investigate Europe ha chiesto a Rockhopper informazioni sul caso, ci hanno risposto di non avere altre dichiarazioni, oltre a quelle già rilasciate.

“C’è posta per te”: un effetto di dissuasione

L’Italia è uscita dal TCE nel 2016, ma una clausola di caducità di 20 anni presente nel Trattato fa sì che un Paese possa essere comunque citato in giudizio per investimenti fatti prima della data di uscita, come nel caso di Rockhopper. Si teme che, a seconda del risultato, altre compagnie potrebbero seguire l’esempio della Rockhopper.

Gruppi ambientalisti e altre organizzazioni non governative chiedono da tempo la riforma del Trattato sulla Carta dell’Energia: esistono motivi di preoccupazione che fanno pensare il TCE che possa ostacolare la capacità dei governi di raggiungere i loro obiettivi climatici.

Investigate Europe, inoltre, ha scoperto che il TCE ha stanziato quasi mezzo milione di euro per il suo consolidamento, espansione e diffusione, con lo scopo di aumentare la portata globale del Trattato oltre i 54 paesi già coperti. Ci sono sentori che la sola minaccia del TCE sia sufficiente ad ottenere un effetto di dissuasione. Nella primavera del 2017, l’allora Ministro dell’Ambiente francese, Nicolas Hulot, ha fatto preparare una legge che prevedeva il divieto di estrazione di combustibili fossili in Francia entro il 2030. E poi ha ricevuto la posta. A nome della compagnia petrolifera Vermilion, uno studio legale parigino ha scritto: “Il progetto di legge viola gli obblighi della Francia come membro del Trattato sulla Carta dell’Energia”. Sembra che l’avvertimento non sia rimasto inascoltato. La versione finale della legge ha permesso la produzione di petrolio e gas fino al 2040.

Il TCE è stato concepito all’inizio degli anni Novanta per proteggere le aziende da pratiche discriminatorie relative agli investimenti nel settore dell’energia. È stato istituito dopo il crollo dell’Unione Sovietica come un modo per promuovere la cooperazione politica Est-Ovest: molte delle ex repubbliche sovietiche erano, infatti, ricche di riserve di combustibili fossili, ma non avevano la capacità di fare gli investimenti necessari perché considerati rischiosi. Allo stesso tempo, i Paesi dell’Europa occidentale stavano cercando di diversificare le loro forniture energetiche. Da qui è nata la Carta dell’Energia. L’applicazione del Trattato si è fatta, generalmente, attraverso i meccanismi di risoluzione delle controversie investitore-stato (ISDS, Investor-State dispute settlement), dove gli investitori possono fare causa ai paesi se si sentono danneggiati. Nello spirito degli accordi internazionali dell’epoca, le disposizioni del TCE sono formulate in modo vago e aperte all’interpretazione. La maggior parte di queste interpretazioni — il 60% dei casi conosciuti a ottobre 2020 — hanno favorito l’investitore. Un processo di modernizzazione del Trattato è attualmente in corso e otto degli argomenti sulla lista di discussione includono la parola “definizione”.

Mancanza di trasparenza

Un’azienda può fare causa ai sensi del TCE quando stima che un Paese ha approvato leggi che sono considerate contrarie agli interessi economici dell’azienda. Potrebbe trattarsi di tentativi di eliminare gradualmente i combustibili fossili, della cancellazione di controversi oleodotti o gasdotti, della limitazione dell’uso dell’energia nucleare o del sostegno a politiche per abbassare i prezzi dell’elettricità. Nel 2020, le controversie riguardanti le energie rinnovabili hanno costituito il 60% del totale dei casi.

Un’impresa può perdere denaro in tanti modi. Per esempio, le politiche che riducono i sussidi per le energie rinnovabili hanno portato a una serie di cause contro i Paesi Bassi; un investitore svedese ha fatto appello alla Germania per l’eliminazione graduale delle centrali nucleari entro il 2022; il taglio dei prezzi dell’elettricità in Bulgaria nel 2014 ha spinto tre società di servizi straniere a fare causa ai sensi del TCE. Molte delle cause che hanno a che fare con le energie rinnovabili, conosciute come le “solar claims” (reclami solari), sono contro la Spagna e la Repubblica Ceca per la riduzione delle tariffe e il ritiro degli incentivi.

A gennaio del 2021 abbiamo contabilizzato 136 casi noti, ma è improbabile che questo numero sça rappresentativo del quadro completo: non c’è l’obbligo di comunicare quando i reclami hanno avuto luogo, e i negoziati sono riservati.

Il raggio del TCE oggi è molto più ampio che negli anni Novanta e i suoi diritti coprono 54 paesi, più l’Unione europea nel suo complesso. La Russia ha firmato (ma non ratificato il Trattato) e si è ritirata completamente dal TCE nel 2009, ma questo non le ha impedito di essere citata in giudizio in sei casi, in particolare dagli azionisti della compagnia petrolifera Yukos: quando il Governo russo ha deciso di fermare Yuko sono partite azioni legali da parte degli ex investitori privati per l’espropriazione illegale dei loro beni.

Nel 2014 la Corte permanente internazionale di arbitrato (PCA), con sede all’Aia, ha dato ragione agli investitori con una multa di 50 miliardi di dollari contro la Russia. Mosca ha fatto appello alla Corte distrettuale dell’Aia, che ha stabilito che, non avendo ratificato il Trattato, la Russia non era vincolata dal TCE. Gli investitori hanno impugnato questa sentenza presso la Corte Suprema olandese e il precedente risarcimento è stato confermato. Questi 50 miliardi di dollari contro lo stato russo (57 miliardi con gli  interessi) sono l’indennizzo più costoso nella storia del TCE  e dell’arbitrato. Per la Russia esiste un’ultima via legale disponibile: un appello contro la sentenza della Corte Suprema olandese. Una decisione è attesa nella seconda metà del 2021.

Ostacolo agli obiettivi climatici

“Il Trattato sulla Carta dell’energia è un ostacolo significativo alla politica di azione climatica dell’Ue e degli Stati membri”, hanno detto gli esperti legali dell’associazione ambientalista ClientEarth nel 2020. In Europa, il Governo francese in particolare sta spingendo per un cambiamento. In una lettera alla Commissione europea, i politici francesi hanno scritto che il TCE “necessita urgentemente una riforma profonda, per non ostacolare la transizione ecologica dell’Unione europea”, aggiungendo inoltre che “un ritiro coordinato dell’Unione europea e dei suoi Stati membri dovrebbe essere discusso pubblicamente e da subito”.

Ole Kristian Fauchald, professore al Dipartimento di diritto pubblico e internazionale dell’Università di Oslo, è molto critico nei confronti del Trattato, che illustra come “diritti umani per gli investitori”. Fauchald critica la mancanza di precisione del TCE, definendolo “superato”. “Se queste regole fossero state incluse in un contratto, ne sarei rimasto ben lontano”, aggiunge. Anche gli ex membri del Segretariato della Carta dell’energia (ECS, Energy Charter Secretariat, l’organismo che supervisiona l’adesione) chiedono una riforma. Nel 2019, Sarah Keay-Bright, ex responsabile dell’efficienza energetica, ha scritto che il TCE deve essere “riformato, cambiato o eliminato”.

Un articolo sempre del 2019 di Keay-Bright e dell’ex direttore dell’ECS, Steivan Defilla, raccomanda una riforma radicale del Trattato: “L’intero processo della Carta dell’energia dovrebbe essere valutato, compresi i suoi accordi di governance, le istituzioni e gli strumenti, ciascuno dei quali è possibile solo modificando il TCE.”

Nel dicembre 2019, Friends of the Earth, Greenpeace e un gruppo di altre organizzazioni hanno pubblicato una lettera aperta che chiede il ritiro della protezione per gli investimenti nei combustibili fossili e l’abolizione del meccanismo ISDS. Se questo non fosse possibile, i paesi dovrebbero uscire del tutto dal TCE ed essere sottoposti alla clausola di caducità ventennale sotto la quale l’Italia sta attualmente languendo.

Sempre nel 2019, la Conferenza della Carta dell’energia ha istituito e dato mandato al Gruppo di modernizzazione, “di avviare i negoziati sulla modernizzazione del TCE, al fine di concludere rapidamente i negoziati”. Cicli di negoziati hanno avuto luogo nel 2020 e sono previsti per tutto il 2021.

Le discussioni all’interno dell’Ue continuano, mentre gli stati discutono per trovare una posizione comune. Dopo il terzo round di negoziati per modernizzare il Trattato alla fine di ottobre, è stata resa nota una proposta della Commissione europea per la posizione del blocco sui combustibili fossili. Questa include la protezione degli investimenti esistenti nei combustibili fossili per altri 10 anni e degli investimenti nei gasdotti fino alla fine del 2040; inoltre propone di estendere la portata della protezione degli investimenti alle nuove tecnologie (per esempio idrogeno e biomassa). Anche se i futuri investimenti nei combustibili fossili sono esclusi, le scappatoie sono ampie.

La maggioranza dei deputati si era già opposta all’idea che i combustibili fossili facessero parte di una riforma del TCE e le Ong hanno reagito con orrore alla proposta della Commissione. Paul de Clerck, coordinatore della giustizia economica di Friends of the Earth, ha commentato: “Mentre un’azione decisiva per fermare il degrado del clima è cruciale entro questo decennio, la Commissione propone di continuare a proteggere i combustibili fossili. Questo cieco assecondare gli interessi dei combustibili fossili mina l’accordo di Parigi e l’European Green Deal”. Le discussioni dell’Ue sono solo una parte del processo. Affinché un qualsiasi cambiamento sia possibile, ci deve essere un accordo tra i membri del trattato, al di là dell’Ue. La posizione del Giappone non potrebbe essere più chiara: “Il Giappone crede che non sia necessario modificare le attuali disposizioni del TCE”.

In occasione del primo round di negoziati nel luglio 2020, Climate Change News ha riportato che il Giappone ha espresso “grandi preoccupazioni” su un piano dell’Ue per un tribunale multilaterale degli investimenti per sostituire l’ISDS. In questo approccio, il Giappone è stato sostenuto dal Kazakistan. Entrambi i Paesi hanno affermato che “la modernizzazione dovrebbe essere minima”.

Cosa c’è dietro la posizione del Giappone? Una ragione è che, fino ad ora, Tokio non ha avuto problemi con il TCE. Tuttavia, nel marzo di quest’anno, un investitore di Hong Kong ha presentato il primo reclamo conosciuto contro il Giappone per i tagli alle sovvenzioni alle energie rinnovabili.

A questo va aggiunto che il Giappone è l’unico paese del G7 che sta ancora costruendo centrali a carbone, all’interno del Paese e all’estero: in India, Indonesia, Vietnam, Bangladesh, Cile e Marocco. Nessuno di questi paesi è firmatario del TCE ma molti sono in procinto di aderirvi o sono osservatori.

L’espansione in Africa

La Russia non ha ratificato il Trattato, così come la Norvegia. L’Italia ne è uscita nel 2016. La Commissione europea lo vuole modernizzare, il Governo britannico è d’accordo con l’Ue (cosa che non avviene molto spesso) e “farà in modo che il Trattato sostenga le nostre priorità per costruire più verde, creare posti di lavoro verdi di qualità in tutto il Paese e guidare il mondo nell’affrontare il cambiamento climatico”, ha fatto sapere un portavoce del Governo.

Dal 2012, il Segretariato del TCE è impegnato in una campagna di comunicazione per reclutare i governi che non hanno ancora firmato. Una politica di “Consolidation, Expansion and Outreach” (Consolidamento, espansione e diffusione)  è stata adottata per cercare di ottenere “l’allargamento dell’area geografica” coperta dal trattato ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (dove gli investimenti nella produzione di energia sono necessari “se le future forniture di petrolio dalla regione devono essere mantenute”), e ad altre parti del continente africano, del Nord Est asiatico e dell’America Latina.

Nel dicembre 2019, i membri del TCE hanno messo una “pausa temporanea agli inviti ad aderire al TCE”. Ciononostante, l’11,4% del bilancio di base del Trattato per il 2021 è destinato alla politica di espansione. Gli sforzi includeranno apparentemente “l’assistenza a selezionati paesi osservatori già profondamente integrati nel processo di adesione del TCE in vari modi”.

In tutta l’Africa, quasi 600 milioni di persone non hanno oggi accesso all’elettricità. La proposta del Segretariato della Carta dell’energia (ECS) si concentra sull’attrazione di investimenti esteri nell’energia e sull’aumento dell’accesso all’energia. Secondo una presentazione del TCE del 2015: “Come possiamo rassicurare il capitale privato straniero che vale la pena investire in Africa? Forse la chiave per sbloccare il potenziale di investimento dell’Africa, al fine di garantire l’accesso universale all’energia e superare la povertà energetica, è il Trattato sulla Carta dell’Energia”.

L’Uganda è in testa alla fila degli stati africani che stanno considerando l’adesione. Eswatini, Burundi e Mauritania sono nel processo di ratifica, e altri 10 paesi si trovano in diverse fasi del processo di adesione, dice Urban Rusnák, segretario generale del TCE. Ogni paese ha le proprie peculiarità e ragioni per aderire, ha scritto Rusnák in una risposta via e-mail a Investigate Europe.

Rusnák sottolinea che l’Agenzia Multilaterale di Garanzia degli Investimenti della Banca Mondiale (Multilateral Investment Guarantee Agency, MIGA) e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo considerano entrambi il TCE  un “mitigatore di rischio” quando valutano il rischio legale per investire in un paese. È invece meno esplicito sul rischio contrario, ovvero che gli investitori facciano causa agli stati se si sentono trattati ingiustamente.

L’espansione del TCE dovrebbe essere sospesa fino al completamento del processo di modernizzazione, ma Pia Eberhardt, ricercatrice del Corporate Europe Observatory, spiega che le cose non stanno così: “La pressione all’espansione non si è fermata. Il segretario generale del TCE ha chiesto denaro per l’espansione anche quest’anno ed è desideroso di andare verso paesi che hanno pochi trattati di investimento e che non fanno ancora parte della rete densa di trattati. C’è una forte possibilità che vengano citati in giudizio se aderiscono”.

Poco prima che fosse presa la decisione di sospendere l’espansione, il TCE è entrato in vigore nella Repubblica dello Yemen, dove esistono piani di rilancio del malconcio settore del petrolio e del gas. Una guerra civile infuria dal 2014.

Il Sudafrica è un paese che ha resistito alla firma del TCE. Il Governo di Pretoria ha respinto gli approcci dei rappresentanti del Trattato. Mustaqeem de Gama, consigliere della missione sudafricana a Ginevra, ha detto a Investigate Europe: “Il Trattato sulla Carta dell’energia è una cattiva notizia per quanto riguarda il mio Governo. Canalizzare le nostre controversie sull’energia attraverso uno strumento come il TCE non è nel nostro migliore interesse”. Secondo de Gama la legislazione dovrebbe essere a livello nazionale e gli altri paesi africani dovrebbero fare attenzione: “Il Trattato va ben oltre l’energia come il petrolio. Siamo produttori anche di altri elementi per i processi critici di fusione, come l’uranio e il palladio, e di molti metalli richiesti nelle industrie ad alta tecnologia. Alla luce di questo, si imporrebbero ai Paesi ulteriori restrizioni e obblighi che rischiano di limitare lo spazio politico a loro disposizione”.

Transnational Institute e Corporate Europe Observatory, due gruppi della società civile, sostengono che i Paesi africani rischiano di diventare ostaggio degli investitori e definiscono il Trattato “la potente arma segreta dell’industria dei combustibili fossili per continuare a cucinare il pianeta”.

“Non esiste alcuna prova di un maltrattamento sistematico degli investitori stranieri nel mondo. Non è vero che se si cancellano tutti i trattati di investimento, non esistono protezioni per gli investitori”, dice Eberhardt, che insiste sul fatto che, se esiste un problema di accesso alla giustizia nei sistemi giudiziari nazionali, questo deve essere risolto per tutti, specialmente per i poveri e le vittime di abusi dei diritti umani. “Ci sono diversi casi nei quali un’impresa investe in un paese e, alla prima avvisaglia di problemi, apre una controversia internazionale e, di fatto, aggira le leggi e le procedure locali. Ci sono questioni riguardanti le procedure interne. E ci dovrebbe essere un qualche tipo di processo locale”, dichiara de Gama.

Più processi significa più guadagni

Gli investitori non sono gli unici ad aver ottenuto dei benefici finanziari via le cause fatte attraverso il Trattato della Carta dell’energia. L’aumento dei casi ha trasformato l’arbitrato internazionale in un business redditizio sia per gli studi legali che per gli arbitri, perché il TCE permette agli investitori di rivolgersi direttamente ai tribunali arbitrali, bypassando i sistemi giudiziari nazionali. Già negli anni Novanta gli investitori sostenevano che avrebbero avuto un’udienza più equa nell’arbitrato, perché non in tutti i sistemi giudiziari potevano essere sicuri di avere un processo equo.

Ci sono diversi tribunali internazionali che accolgono le cause.  Il processo di arbitrato funziona generalmente come segue: l’investitore invia una notifica allo stato ospitante, poi entrambe le parti scelgono il tribunale. Ogni parte sceglie un arbitro che la rappresenti e un terzo, per presiedere il tribunale, viene deciso di comune accordo.

Gli arbitri sono nominati caso per caso e devono avere una formazione giuridica, anche se possono lavorare in diversi settori, tra cui il mondo accademico e il servizio diplomatico. Condividono per lo più background simili: vengono dall’Europa occidentale o dal Nord America, hanno frequentato un’università della Ivy League (gruppo che accomuna le otto più prestigiose università private degli Usa, ndr) e sono di solito uomini.

Brigitte Stern è una delle poche donne nel gruppo. È in vetta alla classifica del Segretariato del TEC degli arbitri con il maggior numero di casi noti al pubblico. Vista la sua grande esperienza nell’arbitrato internazionale, abbiamo cercato di parlare con lei ma ha declinato la nostra proposta.

Un sistema equo necessita l’indipendenza dai giudici, ma gli arbitri possono avere ruoli mutevoli: a volte rappresentano compagnie energetiche. “Gli arbitri e gli studi legali sono dei guardiani”, dice Eberhardt. “Si tratta di un club molto potente, interessato a mantenere ed espandere il suo potere”.

Poi c’è la questione del pagamento dei loro servizi. Non c’è limite all’importo che gli arbitri possono ricevere. Nel caso Yukos, per esempio, il presidente del tribunale, Yves Fortier, ha ricevuto un compenso di 1,7 milioni di euro, mentre l’arbitro nominato dagli investitori, Charles Poncet, ha intascato 1,5 milioni di euro.

La pratica del “doppio cappello” (“double-hatting”, ovvero ricoprire due funzioni contemporaneamente, ndt), il fatto di agire come avvocato e arbitro allo stesso tempo è stata, anche, uno dei motivi di preoccupazione.

Sarah Brewin, consulente di diritto internazionale e associata all’Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile (IISD), spiega: “Nel sistema arbitrale, non c’è nessun divieto di ‘double hatting’, quindi, mentre si è arbitri in un caso, si può essere consulenti, rappresentando un investitore in un altro caso; inoltre, in un terzo caso si può anche essere consulente di un altro finanziatore che sta consigliando una richiesta e, in un altro caso, si può essere un esperto che fornisce prove su quale tecnica di valutazione dovrebbe essere utilizzata”.

Pierre-Marie Dupuy, avvocato e accademico, e uno dei tre arbitri del caso Rockhopper, sollecitato da noi, ha insistito sul fatto che non è bene “che i due ruoli di consulente e arbitro siano uniti [in uno]”.

L’imparzialità e l’indipendenza degli arbitri e dei consulenti nelle controversie internazionali investitore-stato è un importante argomento di discussione all’interno e all’esterno della comunità arbitrale. I critici del TCE temono che sia il sistema arbitrale stesso a permettere l’esistenza di tali pratiche.

Per Pia Eberhardt, il problema è più grande del sistema. Eberhardt indica le enormi ricompense finanziarie come troppo allettanti: “Più tempo ci metti, più casi hai e più guadagni come arbitro… C’è un conflitto d’interessi sistematico, anche quando gli arbitri non lavorano come avvocati. Si tratta di casi che permettono loro di arricchirsi, e non hanno un limite di reddito”. Questa posizione è condivisa da Sarah Brewin: “Il fatto che il pool di arbitri sia così ristretto e che possano cambiare ruolo rapidamente è una preoccupazione diffusa. Inoltre sono pagati in base al numero di casi ai quali partecipano, non ricevono un compenso annuale: questo rappresenta un incentivo partecipare a più casi possibile. Perché ci sono sempre più casi? Gli investitori, che sono gli unici che possono portare i casi, devono essere contenti del sistema, devono pensare che vale la pena aprire un caso”.

Favoritismo per i combustibili fossili?

La Conferenza della Carta dell’Energia è l’organo che governa il processo decisionale della Carta dell’Energia. Secondo un audit condotto di recente, il Segretariato della Carta dell’Energia (ECS) ha il ruolo primario di “fornire alla Conferenza della Carta dell’Energia tutta l’assistenza necessaria per lo svolgimento dei suoi compiti e svolgere le funzioni assegnatele nel TCE o in qualsiasi protocollo”.

Il Segretariato è responsabile dell’amministrazione quotidiana del Trattato e del reclutamento di nuovi membri. È una piccola organizzazione, con un budget annuale di circa 4 milioni di euro, di cui il 65% è finanziato dalla Commissione europea e il resto dagli stati membri.

Il segretario generale della Segreteria, Urban Rusnák, il diplomatico slovacco che è stato nominato nel 2012, ha dichiarato che l’organizzazione è “neutrale” per quanto riguarda i tipi di energia, aggiungendo che “non sostiene nessun combustibile”. Rusnák ha anche riconosciuto la necessità di modernizzazione del Trattato e ne sta supervisionando il processo.

 Il diplomatico crede che il Trattato possa essere riconciliato con gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi: la sua visione è quella ottenere un TCE modernizzato, di farne un “standard globale” di grande livello, uno “strumento indispensabile per assicurare gli investimenti privati necessari per una transizione globale di successo a basse emissioni di carbonio.

Alcuni ex dipendenti dell’ECS vedono le cose diversamente. Masami Nakata, docente universitaria giapponese e specialista dell’energia, ha avuto il ruolo di assistente del segretario generale dell’ECS per due anni e mezzo. Alla sua partenza, ha redatto un rapporto di 182 pagine in cui illustra quello che, secondo lei, non funziona all’interno del TCE. Nakata ha inviato il suo rapporto alla Commissione europea e ad alcuni Stati membri e il contenuto è trapelato in un articolo di EURACTIV (giugno 2019).

Pochi mesi dopo la fuga di notizie, e sotto la pressione di un “diplomatico” di uno stato membro, si è giunti a un audit internazionale.

Il punto di vista di un insider

Yamina Saheb ha un’esperienza di prima mano delle sfide della modernizzazione del Trattato.(1) Saheb ha fatto entrare la crisi climatica nel suo appartamento parigino: negli ultimi due anni ha fatto del Trattato sulla Carta dell’energia il centro della sua vita. Girando nervosamente tra pile di documenti accuratamente accatastati,  altri fascicoli e rapporti scientifici, fa una serie di telefonate: un membro del Parlamento europeo, qualcuno vicino al Governo, il rappresentante di una Ong o di un partito politico. Saheb oggi si comporta come una lobbista esperta, ma non era questa la sua idea.

Fino a non tanto tempo fa Saheb era solo uno dei tanti dipendenti pubblici internazionali che riempiono i corridoi di Bruxelles. Il suo curriculum include un dottorato di ricerca in ingegneria energetica, un impiego presso l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (AIEA) e alla Commissione europea. Nel 2018, ha accettato la posizione di capo dell’unità di efficienza energetica al TCE: le è stato chiesto di lavorare sul testo per la modernizzazione del Trattato con lo scopo di allinearlo all’accordo di Parigi. Questo è quello che pensava di fare.

Anche se Saheb conosceva poco il Trattato, si è immersa completamente nel testo; è giunta alla conclusione che le era stato dato un compito impossibile e che il TCE è contrario all’Accordo di Parigi. Il problema fondamentale, secondo lei, è che il Trattato protegge tutti gli investitori, compresi quelli che producono combustibili fossili.

Il rapporto che ha prodotto per il TCE mette in evidenza il problema di quelli che lei ha descritto come “combustibili sporchi”. A questo punto le cose si sono fatte difficili per lei. Saheb racconta che i colleghi si sono particolarmente innervositi nei suoi confronti per l’uso delle parole scelte, e che è stata accusata di comportarsi come un attivista del clima. Alla fine ha lasciato il TCE.

Determinata ad esporre ciò che aveva scoperto, ha scritto un rapporto per il think tank OpenEXP nel quale afferma: “Nonostante siamo in un’epoca di emergenza climatica, le parti contraenti attive nella modernizzazione del TCE non hanno proposto di eliminare gradualmente la protezione vincolante degli investimenti stranieri nei combustibili fossili”.

Investigate Europe ha sottoposto questa critica a Rusnák, che ci ha risposto via email: “Il TCE non permette di fare causa ai governi solo perché cercano di eliminare gradualmente i combustibili fossili” e che “lo Stato ospitante ha il diritto di mantenere un ragionevole grado di flessibilità normativa per rispondere alle mutevoli circostanze nell’interesse pubblico”.

La posta in gioco è alta

Il fatto che i paesi possano raggiungere i loro obiettivi climatici puo’ dipendere dal successo del processo di modernizzazione del Trattato sulla Carta dell’energia. Nella sua forma attuale, il Trattato rimane un potente strumento per gli investitori energetici per compensare la riduzione della dipendenza dei Governi dai combustibili fossili.

Gli operatori delle centrali a carbone o delle infrastrutture del gas possono intraprendere azioni legali contro i tentativi di chiudere il loro business: richieste di risarcimento nell’ordine dei miliardi di dollari fatte da un investitore, da sole, sono una minaccia sufficiente per causare l’indebolimento della politica climatica. Il processo di modernizzazione sta avanzando alla velocità di una lumaca.

Investigate Europe ha chiesto alla Commissione europea la giustificazione di queste apparenti contraddizioni. Un portavoce ci ha risposto: “Spingeremo con forza per andare nel senso della riforma. Il TCE non dovrebbe impedire agli Stati di fare la transizione dai combustibili fossili alle fonti di energia sostenibili”.

Nel settembre 2021, la Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che il Trattato non può essere usato nelle cause tra i paesi Ue, in quanto mina il ruolo dei tribunali dell’Ue stessi. Ma se la sentenza segna una svolta significativa per gli Stati membri dell’Ue, il Trattato si applica ancora per le controversie con i paesi terzi e le controversie al di fuori dell’Ue. Ci sono tre paesi africani nel processo di ratifica, e altri 10 che si stanno muovendo lungo il processo di adesione. Firmando il Trattato, potrebbero rinunciare al controllo sulla loro politica energetica e potenzialmente esporsi a costose cause legali da parte di investitori insoddisfatti.

[1] Poiché Yamina Saheb è attualmente impegnata in un procedimento contro il suo ex datore di lavoro presso l’Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO), ci informa che non è in grado di commentare in dettaglio la sua attività all’interno della segreteria. Due dipendenti dell’ECS che hanno accettato di parlare con noi sono stati in grado di farlo. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul New Internationalist il 3 agosto 2021. Si basa su un lavoro di Investigate Europe, un team europeo di giornalisti che investigano insieme argomenti di rilevanza europea e li pubblicano in tutta Europa. Viene qui ripubblicato con il permesso degli autori.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

La transizione verde in Cina: sì, ma a che costo?

L’economia verde ha assunto un ruolo sempre più centrale nella politica interna e internazionale della Cina da quando il Paese ha annunciato, nel 2007, la strategia nazionale per costruire una “Civiltà  ecologica”. In questa intervista, Yifei Li e Judith Shapiro,  autori di China Goes Green (Polity, 2020), analizzano l’approccio dello Stato cinese all’ambientalismo e come questo viene usato per rafforzare il controllo autoritario, con il pericolo che la questione climatica metta in ombra altre questioni sociali e ambientali. Alla luce della mancanza di cooperazione internazionale sul clima, gli autori discutono su come le politiche climatiche dell’Ue, degli Usa e della Cina possano (e debbano) andare nella stessa direzione in vista della 26esima conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento climatico, prevista per la fine del 2021.

Clémence Pèlegrin: In China Goes Green, fate una distinzione tra “autoritarismo ambientale” e “ambientalismo autoritario”. Ci potete spiegare questa differenza e, anche, come si sono evolute le politiche climatiche della Cina?

Yifei Li: Siamo partiti con l’idea di una ricerca sull’ambientalismo autoritario, ma la nostra indagine ci ha portato dove non ci aspettavamo. È frustrante, per i cittadini in occidente, vedere la maniera in cui le democrazie sembrano incapaci di produrre risposte robuste ed efficaci alle sfide ambientali. Si potrebbe dire che c’è un’ammirazione occidentale per gli approcci autoritari e decisionali della Cina all’ambientalismo. In altre parole, visto che il fine della sostenibilità ambientale è piuttosto nobile, puo’ essere usato per giustificare mezzi e approcci governativi autoritari. Dopo un’analisi sistematica del “potere ambientale” cinese sul campo, abbiamo scoperto che la protezione ambientale, invece di essere il fine delle politiche, sta diventando un pretesto: da un lato per l’intensificazione del controllo autoritario all’interno del Paese, dall’altro per ottenere influenza geopolitica e ogni altro tipo di influenza dal punto di vista internazionale.

Judith Shapiro: Penso che parte dell’ammirazione occidentale per la risolutezza ambientale della Cina derivi da una volontà di azione (che è frustrata in Occidente) e dalla sensazione che il pianeta abbia finito il tempo massimo per poter intervenire. Siamo affascinati dalla nozione di “Civiltà ecologica” perché sembra lungimirante.

Avete descritto l’approccio profondamente centralizzato della Cina alla politica ambientale. In che misura potrebbe rappresentare un problema per una legislazione efficace?

Judith Shapiro: Da un lato, è da ammirare il fatto che la Cina stia investendo enormi fondi e che dia supporto istituzionale nell’innovazione tecnologica per il clima e per le questioni ambientali: questo avviene sotto forma di think-tank o in luoghi come la Tsinghua University. Certamente gli Stati Uniti dovrebbero guardare con interesse a questo approccio: non c’è nessun finanziamento della National Science Foundation statunitense di questo livello. L’altro lato della medaglia è che, seppure possa entusiasmare, l’atteggiamento cinese riflette una sorta di approccio tecnocratico alla politica ambientale nel quale gli ingegneri guidano il processo e i cittadini non hanno voce in capitolo.

Di tanto in tanto, questi ingegneri inventano qualcosa, come le camere di combustione che possono sparare ioduro d’argento nei monsoni che salgono dall’India per creare un “fiume del cielo” sull’altopiano del Tibet. Poi, improvvisamente, progettano di installare circa 10mila di queste macchine. Ma che dire degli indiani, che hanno bisogno di quest’acqua, o dei tibetani, la cui cultura non permette questo tipo di intervento? Dietro a questo approccio c’è l’idea che l’uomo puo’ conquistare la natura. Anni fa, ho lavorato sulla cosiddetta guerra di Mao contro la natura, e in questo approccio rivedo lo stesso atteggiamento e lo stesso tipo di infatuazione per un modernismo forte, che il politologo americano James Scott ha descritto nel 1999 in Seeing Like a State.

Yifei Li: Quando la capacità innovativa, il potere epistemico o la conoscenza sono così centralizzati, spesso significa che, nella pratica, i funzionari statali cinesi, per quanto ben intenzionati, semplicemente non sanno cosa sta succedendo sul campo. E questo al punto da ignorare i suggerimenti che arrivano dai gruppi delle minoranze etniche e degli scienziati indipendenti. In questo caso, la centralizzazione diventa un disservizio per lo stato cinese. Queste politiche portano avanti un approccio unidimensionale di ciò che la Cina è attualmente e di ciò che potrebbe diventare in futuro. Quindi il paradosso che è tale che, completamente desensibilizzati alla complessità della nazione e alla diversità della società, gli attori statali cinesi stessi minano la capacità dello Stato di governare bene.

Judith Shapiro: In un certo senso, questo è parte del sistema di governo del Partito Comunista cinese (Pcc) fin dall’inizio: l’idea che il Partito rappresenti il popolo e sappia meglio del popolo quello di cui questo ha bisogno.

Questo eco-modernismo come interagisce con la nozione di civiltà  ecologica?

Yifei Li: La civiltà ecologica è una strategia di governo globale. Una lettura prematura da parte di molti osservatori — dentro e fuori la Cina —  la liquida come “propaganda”. La civiltà ecologica rappresenta l’unica “innovazione” del marxismo cinese alla classica formulazione marxista degli stadi di sviluppo, dalla società agricola all’imperialismo, al capitalismo, al socialismo e poi, alla fine, al comunismo. I marxisti cinesi, sostenuti dallo Stato, stanno essenzialmente suggerendo che la civiltà  ecologica è lo stadio di transizione dal socialismo al Comunismo. Di fatto dicono che la Cina sta vivendo qualcosa che è marxista, ma che Karl Marx stesso non ha visto. In questo senso, rappresenta un contributo intellettuale unico.

La Cina sostiene che prima del periodo delle Guerre dell’Oppio, a metà del Diciannovesimo secolo, era in testa nella civilizzazione mondiale: da qui è poi seguito un secolo di umiliazioni. Il Pcc ora guarda a sé stesso come il ringiovanimento della “nazione cinese”, come il ritorno della gloria della Cina: non sta semplicemente costruendo un tipo di civiltà, sta costruendo un tipo di civiltà unica ed ecologica. Questo, in un certo senso, diventa il marchio del Pcc, messo su quello che sta costruendo in Cina. È importante leggere la centralità della civiltà ecologica nella maniera in cui lo Stato cinese pensa a se stesso. La protezione ambientale continuerà ad avere un ruolo molto importante nelle politiche statali cinesi.

Judith Shapiro: Vale la pena ricordare che questa nozione è stata inserita nella Costituzione cinese e nei piani quinquennali: avrebbero potuto usare la frase “sviluppo sostenibile”, ma hanno scelto di non farlo perché sarebbe stata un’importazione occidentale.

Può spiegare il fenomeno del “green grabbing” (l’appropriazione di terra e/o risorse in nome dei politiche o pratiche ecologiche che ha un impatto negativo sulle popolazioni locali, ndr) e cosa ci dice sull’approccio del Governo cinese alla transizione energetica sul terreno?

Judith Shapiro: Nei suoi tanti programmi ambientali, lo Stato cinese promuove i suoi obiettivi nei confronti delle istituzioni e dei cittadini. Per esempio, la Cina ha, per diverso tempo, costruito dighe. Si tratta però di operazioni che servono gli interessi dei funzionari locali, che beneficiano della vendita di elettricità. Ora, con l’impegno alla neutralità carbone entro il 2060, è diventato molto più facile per lo Stato giustificare la necessità di costruire dighe come parte di un progetto legato alle energie rinnovabili. Le dighe idroelettriche sono già incredibilmente controverse, in Cina e all’estero, e sono osteggiate dalle comunità interessate. I paesi a valle del fiume Mekong, come il Vietnam, sono stati enormemente colpiti dalla costruzione di dighe da parte della Cina. Anche l’India è preoccupata per i progetti di dighe cinesi sul fiume Brahmaputra.

Se lo Stato ascoltasse chi si oppone alle dighe, potrebbe evitare di commettere gravi errori. Per esempio, la diga che era stata progettata per la Gola del Salto della Tigre nella provincia dello Yunnan avrebbe rappresentato un danno terribile per il patrimonio immateriale della Cina: il progetto è stato abbandonato nel 2007 a seguito di una grande campagna. Purtroppo alcuni di questi progetti sono di nuovo sul tavolo: dobbiamo tenere d’occhio questa nuova serie di pretesti per costruire intorno all’energia idroelettrica: è molto dannosa per la diversità, le leggi sul paesaggio e i diritti umani.

Yifei Li: Gran parte dell’ammirazione internazionale per l’ambientalismo cinese arriva dalla promozione delle energie rinnovabili da parte della Cina. È qui che dobbiamo fare attenzione. L’energia idroelettrica può essere rinnovabile dal punto di vista energetico, ma le dighe stanno essenzialmente distruggendo gli equilibri degli ecosistemi fluviali e hanno impatti sociali ed economici di lunga durata sulle comunità locali. Dobbiamo chiederci a quale costo la Cina sta realizzando le sue politiche di energia rinnovabile.

In che misura la transizione della Cina può accentuare le disuguaglianze sociali, sia all’interno del Paese, che all’estero?

Judith Shapiro: Lo spostamento di popolazioni  causato da progetti, iniziative o ragioni ambientali è fondamentale quando si considera la giustizia climatica. Al di là dei confini, per esempio, si stanno costruendo dighe sul fiume Mekong per soddisfare i bisogni energetici cinesi. Anche lungo la Nuova via della Seta (il programma di infrastrutture per collegare l’Asia con l’Africa e l’Europa attraverso reti terrestri e marittime) la Cina esporta centrali elettriche a carbone e cerca ed estrae materie prime. Il tutto con gravi impatti ambientali. Lo spostamento per ragioni ambientali viene, in maniera sempre più evidente, spostato oltreoceano verso le comunità più povere che sono in una posizione più debole per resistere (in Africa, in America Latina o anche lungo la Nuova via della Seta). Oggi, la Nuova via della Seta viene vista come una vittoria per la Cina e i suoi partner e in qualche modo fa eco alla teoria che il capitalismo all’ultimo stadio ha bisogno di cercare costantemente nuovi mercati e materie prime.

Yifei Li: Un esempio di disuguaglianza urbano-rurale è il mandato di riciclaggio nella città di Shanghai, dove da anni si ricicla. Molti lavoratori migranti dipendono da questa industria come fonte primaria di reddito. Il Governo sta ora cercando di costruire un sistema di riciclaggio formalizzato in città, e per questo spinge i lavoratori migranti a partire, e assume al loro posto lavoratori locali. In parallelo esiste una politica di imborghesimento della città che limita lo spazio economico per i lavoratori migranti, in modo che questi non possano continuare a crescere e installarsi nei grandi centri metropolitani di Shanghai e Pechino. Questa è una tendenza comune che stiamo vedendo anche in altri posti.

Che impatto ha sulla logica economica dell’equilibrio costi-benefici alla base delle ambizioni ecologiche del Governo cinese?

Yifei Li: La Cina sta usando la Nuova via della Seta come un meccanismo per assorbire il suo surplus economico: sta esportando tecnologie ferroviarie ad alta velocità ai suoi partner sulla Nuova via della Seta, a fronte di un mercato interno cinese saturo. La Nuova via della Seta sta diventando una strategia di crescita economica cinese. Quello che è impressionante è che, nonostante la distruzione ambientale causata dall’iniziativa, gli attori statali cinesi continuano a chiamarla “verde, intelligente, vincente”. E non è che mancano le prove: esistono testimonianze abbondanti sulla distruzione degli habitat ecologici, dei porti marittimi di acque profonde che danneggiano interi sistemi marini, e delle centrali a carbone che rilasciano più carbonio nell’atmosfera.

La Cina ha annunciato un piano per raggiungere il picco delle emissioni di carbonio non più tardi del 2030, e poi la neutralità del carbonio entro il 2060. La vera domanda è: come ci riusciranno? Diversi esperimenti locali cercano di rendicontare la neutralità del carbonio. A Pechino, per esempio, chiunque voglia ospitare un evento sportivo deve fare quello che chiamano un “inventario del carbonio su larga scala”, calcolando quanta energia, carburante, acqua, etc… richiederà l’evento in questione. Il totale sarà poi confrontato con la quota di carbonio assegnata dal Governo. Chiunque superi la propria quota deve andare al meccanismo di limitazione e scambio del carbonio a Pechino per comprare crediti di carbonio. A me pare un esperimento rischioso, perché dà agli attori del Governo cinese un’enorme autorità nel determinare quanto carbonio ogni evento è autorizzato a rilasciare. Non è inverosimile immaginare uno scenario in cui gli eventi più allineati con le ambizioni dello Stato ottengono più crediti. Se (o quando) l’impegno della neutralità del carbonio sarà raggiunto su scala nazionale preoccupa, se fatto in questo modo.

La Cina mira alla leadership intellettuale mondiale sul modello per conciliare sviluppo economico e transizione ecologica?

Yifei Li: I diplomatici cinesi sostengono l’idea di vedere l’approccio economico cinese replicato con successo in altre parti del mondo, come l’Africa e il Sud America. Lo Stato cinese vuole essere un leader globale nella protezione dell’ambiente. Sotto Trump, gli Stati Uniti hanno smantellato gran parte dell’apparato che era stato pensato per la protezione ambientale. La Cina sembra molto desiderosa di riempire quel vuoto. Se vuole essere all’altezza del suo potenziale come leader globale, Pechino deve imparare ad ascoltare gli attori non statali, deve imparare ad essere sensibile alle visioni alternative di sviluppo e alle preoccupazioni che possono o non possono allinearsi con la visione di sviluppo urbano-centrico che sembra essere così profondamente radicata nello Stato cinese.

Potrebbe dirci di più sugli impatti ambientali non climatici in Cina?

Judith Shapiro: Guardare solo al carbonio fa perdere di vista molti altri tipi di impatto ambientale. Le mega-dighe cinesi, per esempio, hanno enormi ripercussioni su tutti i tipi di ecosistemi. A volte, con l’urgenza della crisi climatica, dimentichiamo che ci sono anche altre questioni ambientali in gioco.

Yifei Li: Una delle intuizioni centrali degli studi ambientali è che tutto è collegato. Non possiamo separare attività come le monocolture di mais o di soia dal sistema più ampio che le genera e dal danno che infliggono ad altre parti dell’ecosistema. Che si tratti di una foresta, di un ecosistema marino o di un ecosistema urbano, qualsiasi progetto dovrebbe essere sensibile non solo agli impatti ecologici a lungo termine, ma anche agli impatti che possono non sembrare immediatamente evidenti.

Prendiamo la diga delle Tre Gole, per esempio: le preoccupazioni erano già state espresse durante la sua costruzione, anche prima che molte delle conseguenze ecologiche fossero state previste. Solo dopo dieci, vent’anni stiamo cominciando a renderci conto della perdita a lungo termine della sedimentazione, compreso ciò che questo significa per le comunità a valle. Questa conseguenza non era nota prima, semplicemente perché gli esseri umani non avevano mai sperimentato un impatto simile su quella scala. Oggi sappiamo per certo che a causa della diga delle Tre Gole, la città di Shanghai non sta ricevendo abbastanza sedimenti, causando il lento dilavamento nel Mar Cinese Orientale perché l’acqua dell’oceano è salata ed erosiva. Le conseguenze ecologiche impiegheranno molto tempo a manifestarsi. Ma se non facciamo attenzione ora, le conseguenze saranno molto costose, più tardi.

La Cina sta investendo per adattarsi agli effetti del cambiamento climatico? Quanto è importante questa priorità per il Governo cinese?

Yifei Li: È una priorità enorme. La città di Shanghai, dove sono nato e cresciuto, rischia di subire gravi eventi climatici avversi se il livello del mare continua a salire. I dirigenti sono pienamente consapevoli di questi pericoli e stanno investendo in una diga marina paragonabile a quella di Venezia. Inoltre, Shanghai ha investito in più di 600 pompe sui suoi corsi d’acqua per pompare l’acqua e limitare gli impatti sugli insediamenti umani in caso di tempesta. La città investe, inoltre, tutto l’anno in progetti di rinforzo degli argini. È una lotta continua: Shanghai è il centro metropolitano economicamente più importante per l’economia cinese. Semplicemente non possono permettersi di perderlo a causa del cambiamento climatico. Ma è sorprendente che ci siano questi enormi sforzi per rendere Shanghai resistente al clima, mentre allo stesso tempo l’economia cinese continua ad emettere carbonio e tutti i tipi di gas serra che rendono le prospettive climatiche a lungo termine sempre più buie.

Judith Shapiro: Nel complesso, lo stato cinese è molto più consapevole del cambiamento climatico rispetto ai cittadini. I cinesi sono più preoccupati dell’impatto dell’inquinamento dell’aria o dell’acqua sulla loro salute pubblica ma, anche tra i più istruiti, il cambiamento climatico sembra una preoccupazione astratta. Alcuni giovani stanno seguendo l’esempio di attivisti come Greta Thunberg, ma l’inquinamento a livello del suolo sembra molto più urgente quando tutti tossiscono e i bambini non possono uscire a giocare.

Come vede la cooperazione internazionale tra Europa e Cina in materia di ambiente, priorità e progetti reciproci?

Yifei Li: L’ambiente (e il clima in particolare) è un’area con un reale potenziale di partnership tra Cina ed Europa, ma non solo: anche tra Cina e Stati Uniti. L’Europa ha ormai esperienza con il sistema di scambio di quote di emissione, per esempio, e la Cina sembra desiderosa di acquisire queste competenze e di metterle in pratica.

Inoltre, a differenza di molti dei partner cinesi della Nuova via della Seta in Africa e Asia centrale, l’Europa ha istituzioni forti. Le Direzioni generali dell’Unione europea per l’energia e per l’ambiente hanno entrambe regole stabilite e un curriculum di successo. Mentre la Nuova via della Seta mette radici in paesi come l’Italia o la Germania, sarà interessante vedere come i funzionari dell’Ue possono considerare gli investitori statali cinesi responsabili di fronte alla legge europea e non a quella cinese. La Cina e i suoi partner stranieri non hanno istituzioni legali per gestire i progetti della Nuova via della Seta: quello che la Cina, ad oggi, è seguire le disposizioni legali e i codici normativi locali. Uno scenario positivo possibile (e vincente per tutti) è quello nel quale i progetti della Nuova via della Seta sono vantaggiosi per gli europei e mantengono il senso che gli investitori economici statali cinesi hanno dato loro.

Al momento vediamo la Cina collaborare con paesi come Sri Lanka, Gibuti e Tanzania: in questi casi il regime politico locale è corrotto, minimale o semplicemente inefficace. In questo senso, l’Ue sarà un test chiave per Nuova via della Seta.

Judith Shapiro: Alcuni commentatori avanzano questa ipotesi: le relazioni Usa-Cina sono state così profondamente danneggiate dalla guerra commerciale di Trump che la politica climatica si concentrerà sulla competizione piuttosto che sulla cooperazione. Non sono d’accordo che debba per forza andare così. Guardando indietro al vertice APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) del 2014, Barack Obama e Xi Jinping si sono impegnati a lavorare insieme sul clima. Questi temi possono essere visti come momenti per rinnovare una partnership interrotta. Parlo come qualcuno che ha dedicato la sua vita alla relazione Usa-Cina: vorrei che potessimo mantenere la possibilità che gli Stati Uniti e la Cina possano lavorare a stretto contatto su questo tema. Questo non vuol dire che la Cina debba essere scusata per le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e in Tibet, per esempio, o per la situazione nel Mar Cinese meridionale: ma sul clima, gli Stati Uniti e la Cina hanno di fronte un terreno vasto per lavorare insieme.

Yifei Li: Non si tratta di Cina e Ue o Usa che scelgono di lavorare insieme. Siamo nel mezzo di una crisi planetaria che è semplicemente troppo urgente. Se vogliamo seriamente assicurarci che questo pianeta resti umanamente abitabile, lavorare insieme è l’unica opzione.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

Andare contro corrente

La repressione delle libertà a Hong Kong, milizie di estrema destra che prendono d’assalto il Campidoglio negli Stati Uniti, generali francesi che parlano apertamente di “guerra civile”… la democrazia nel pianeta non sembra in buona salute, e in molti paesi la fiducia dell’opinione pubblica nella stessa sta diminuendo. In generale, l’insoddisfazione nei confronti della democrazia è in aumento a livello globale dall’inizio degli anni Novanta, specialmente dopo la crisi finanziaria del 2008.[1] La democrazia e i principi che la strutturano necessitano una protezione, cura e un aggiustamento costanti.

Negli ultimi anni, la tendenza globale verso il populismo ha suscitato diversi dibattiti sulla “crisi della democrazia”: il fatto che temporalmente questa tendenza sia così vicina alla crisi finanziaria ci suggerisce che le disuguaglianze e la recessione economica sono parti essenziali della questione. Ma le radici di questi fenomeni sono da cercare più indietro perché l’economia, da sola, non spiega tutto. Le società stanno cambiando, la cultura, sta diventando un campo di battaglia sempre più centrale, mentre la tecnologia sta ricablando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Con la pandemia, tutto si è spostato, in maniera costante e accelerata, online: dall’ecosistema dei media, fino alle riunioni della comunità. Tutti insieme, questi fattori giocano sul modo in cui le democrazie funzionano o non funzionano.

La recrudescenza delle richieste di una migliore rappresentanza e di maggiori diritti democratici nelle democrazie consolidate costringe a riflettere su come i nostri sistemi politici siano tutt’altro che perfetti.

Le proteste dei gilets jaunes in Francia volevano costringere la politica, centrale e distante, a prendere in considerazione le realtà delle città rurali e delle periferie nelle discussioni sulla politica climatica. Il movimento Black Lives Matter ha riportato al centro dei dibattiti la questione dei diritti fondamentali, come l’uguaglianza del trattamento di fronte alla legge e la fine delle ingiustizie strutturali. Chi, cosa e come si rappresenta la politica è in discussione, giustamente.

È stata una persona ancora senza diritto di voto (l’allora quindicenne Greta Thunberg), seduta fuori dal Parlamento svedese a chiedere che gli interessi della sua generazione venissero presi sul serio a far scendere in piazza il movimento globale per il clima nel 2019. Ma le esperienze di Turchia, Polonia, Ungheria e molti altri paesi ci stanno dando avvertimenti chiari: se la democrazia è percepita come non funzionante, esistono modi più o meno democratici per aggiustarla.

I democratici affrontano quindi la duplice sfida di preservare ciò che abbiamo e, allo stesso tempo, estendere la democrazia e la rappresentanza per includere tutte le persone in modo significativo ed equo. In alcuni paesi, la prima questione è più urgente, ma entrambe sono invariabilmente collegate.

Questa doppia missione è sempre stata al centro del progetto politico dei Verdi. Con i principi democratici al centro, i Verdi difendono inequivocabilmente i diritti umani ovunque; il volto fresco e spesso femminile della politica “verde” è in prima linea nell’opposizione all’autoritarismo di destra. Ma, ben oltre, la politica dei Verdi va dal rappresentare le generazioni future al recupero del concetto di beni comuni, spingendo la democrazia sempre più in là, fornendo un nuovo asse su cui fondare le nostre istituzioni.

Cosa possono apportare i Verdi alla lotta per il futuro della democrazia?

In primo luogo, la creatività e la volontà di sfidare i modi ormai consolidati di fare politica, spingendo per la promozione della rappresentanza paritaria, della cittadinanza attiva e della partecipazione. Il successo della democrazia rappresentativa dipende proprio dalla sua rappresentatività. Garantire, nella politica, un’effettiva diversità e una reale inclusione è quindi centrale per colmare l’abisso che esiste tra le istituzioni politiche e la società nel suo insieme.

Gli esperimenti di assemblee di cittadini e altre innovazioni che vediamo sorgere in tutto il mondo, sono solo una parte della risposta. Questi esperimenti, a lungo sostenuti dai Verdi, promettono modi per rivitalizzare la politica e includere prospettive e interessi troppo spesso rimasti ai lati del dibattito. Ma, come sottolineano le voci critiche, si tratta di esercizi imperfetti. I partiti verdi, sempre più influenti, non possono permettersi di buttare tutto alle ortiche: la democrazia rappresentativa e il ruolo dei partiti da un lato, e i difetti del sistema dall’altro. Le novità e le innovazioni, da sole, non sono sufficienti a bloccare una versione escludente della democrazia che, pertanto, è in crescita.

In secondo luogo, i Verdi hanno un ruolo cruciale da svolgere nella definizione di un rinnovato concetto di bene comune attorno al quale tutta la società possa saldarsi. Se dovessi dare una definizione, direi che la democrazia è la storia di una comunità che determina il suo futuro. In Europa, il suffragio universale è stato il risultato condiviso (anche se non sempre congiunto) delle lotte dei movimenti dei lavoratori, delle donne e dei democratici. Ma le conquiste della socialdemocrazia del Ventesimo secolo erano legate a un’economia su base fossile che, oggi, necessariamente è in crisi.

Mentre la crisi ecologica ridefinisce le condizioni per la prosperità nel Ventunesimo secolo, è compito del movimento verde proteggere la democrazia, portando avanti la visione progressista di un futuro sostenibile e socialmente giusto. Distinguendosi dai suoi predecessori socialdemocratici e neoliberali, la visione dei Verdi promette di ripristinare il tessuto sociale da cui dipendono tutte le comunità politiche e di permettere alle persone di prosperare in quanto individui.

In terzo luogo, la necessità di una maggiore democrazia all’interno dell’Unione europea stessa non può essere ignorata. Le azioni dell’Ue appaiono spesso complicate e difficili, da un punto di vista del processo democratico o di quello costituzionale: queste difficoltà sono evidenti nei processi di voto popolare, così come nelle sentenze dei tribunali.

Il risultato? Le conquiste sono fragili e il rischio di stallo è sempre dietro l’angolo. La democrazia europea si costruisce lentamente e sono necessari una maggiore trasparenza nel processo decisionale, una politica più rappresentativa a livello europeo, e un maggiore sostegno ai media europei e alla società civile. Se da un lato la visione federalista va verso il suo tramonto, dall’altro una visione che sembra promettere è quella che va verso il rafforzamento delle connessioni tra i diversi livelli di potere politico in Europa per costruire forme genuinamente transnazionali di politica democratica.

La posta in gioco è alta, ma ci sono ragioni per poter sperare. La democrazia non è un punto di arrivo: è resiliente e flessibile. La sua evoluzione è importante e dipenderà dalle forze che la guidano. Per i Verdi e i progressisti, non c’è momento migliore per proporre una visione ampia e positiva della democrazia e della rappresentanza costruita sulla libertà, l’uguaglianza e l’inclusione.

In quanto movimento che ha politicizzato il rapporto tra società e natura in Occidente, la politica verde è in prima linea non solo nella difesa della democrazia, ma nella sua reinvenzione.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.


NOTE

1/ Roberto Stefan Foa et al. (2020). The Global Satisfaction with Democracy Report 2020. Cambridge, Regno Unito: Centre for the Future of Democracy.

Il bisogno di definire la democrazia, per un’Europa sovrana

I deficit di democrazia dell’Unione europea — reali e percepiti — sono stati a lungo il suo tallone d’Achille. Con l’espansione del ruolo dell’Unione, i dibattiti sui suoi mandati democratici e costituzionali aumenteranno. Esiste un senso emergente di comunità politica, segno vitale per ogni democrazia? Date le differenze profondamente radicate tra i paesi non solo in termini di tradizioni e processi politici, ma anche di concezioni di sovranità e democrazia, costruire una visione comune rimane un esercizio delicato.

Edouard Gaudot: Con l’aumento dell’affluenza alle elezioni Ue e i dibattiti su scala europea su questioni come le migrazioni e il Recovery fund, ci sono segni, seppur timidi, che la nostra politica sta diventando più europea. Cosa significa per il futuro dell’Unione europea e la sua democratizzazione?

Shahin Vallée: Anche se può sembrare strano, le recenti crisi mi hanno reso ottimista. La crisi dell’Eurozona, la crisi migratoria che ne è seguita, così come i recenti problemi geopolitici, hanno aumentato la consapevolezza delle questioni transnazionali. Per la prima volta, in tutta Europa, le persone si sono interessate a un referendum in Grecia tanto quanto a un’elezione tedesca o alla possibilità che Marine Le Pen possa venir eletta in Francia.

Questa consapevolezza sta emergendo, anche se l’Europa non ha né media né partiti politici adatti a questa nuova realtà. Ed è piuttosto sorprendente che le ultime elezioni europee abbiano visto così pochi tentativi di creare nuove esperienze politiche transnazionali, a parte DiEM e Volt che, pare, non sembrano aver avuto particolare successo. Quindi, in sostanza, io vedo un barlume di speranza perché la politica sta davvero diventando più transnazionale: è il motivo per cui l’affluenza alle elezioni europee del 2019 ha fatto un saldo di quasi il 10%.

Franziska Brantner: Sono d’accordo sul fatto c’è stato un miglioramento, ma davvero le cose sono andate così bene? Le elezioni americane sono state al centro dell’attenzione dei media tedeschi per sei o sette mesi: ogni giorno sentivamo storie sull’Ohio o sul Texas, mentre sentiamo molto poco sulla formazione di un nuovo Governo italiano o sulle elezioni olandesi, e ancora meno sulle questioni politiche in questi paesi. In Slovenia stanno succedendo cose terribili, ma c’è pochissima attenzione sulla questione, nonostante il Paese abbia assunto, lo scorso luglio, la Presidenza di turno dell’Ue, e questo fino fine del 2021. Insomma, non vedo grandi passi avanti nel senso di un approccio europeo all’informazione e alle notizie. Inoltre, dall’altro lato, la disinformazione si sta diffondendo in Europa attraverso i social network: questo sistema forma un’opinione pubblica europea “alternativa” basata su informazioni errate, se non addirittura false. Durante la pandemia, le teorie del complotto sui vaccini sono spuntate dappertutto e a una velocità impressionante. Se un’opinione pubblica europea esiste, ma assume questa forma, mi fa paura.

Per quanto riguarda uno spazio mediatico europeo e la questione dei partiti politici, non credo che siamo ancora arrivati al punto. Ecco perché ci stiamo battendo per una cooperazione molto più stretta tra le emittenti radio e televisione pubbliche, per sostenerle e riformarle. Con la Legge sui servizi digitali (Digital Services Act) , il futuro dello spazio dei media in Europa diventerà una questione molto importante. Se non saremo in grado di gestirlo insieme, rischiamo di perderci.

La seconda lezione da trarre dagli ultimi anni è quella che Luuk van Middelaar chiama “politica degli eventi”, secondo cui le crisi hanno cementato l’emergere del Consiglio europeo come attore chiave nell’Ue, mentre il Parlamento europeo è stato spesso messo in disparte e la Commissione ha faticato a trovare un ruolo indipendente. Si tratta di una tendenza preoccupante per la democrazia europea?

Shahin Vallée: Un incidente della storia ha trasformato la teoria istituzionale in una pratica diversa dall’intenzione originale. Quando il Trattato di Lisbona è entrato in vigore all’inizio della crisi dell’Eurozona, il Consiglio europeo è entrato in scena per la prima volta con poteri chiari, in particolare con la Presidenza permanente. Durante la crisi, il Consiglio ha giocato un ruolo decisivo e ha sostituito la Commissione come esecutivo europeo. Questo cambiamento è stato in qualche modo fortuito. Se il trattato di Lisbona fosse entrato in vigore in un momento diverso, non avremmo assistito a così tanta “esecutizionalizzazione” del Consiglio europeo.

Questa deriva è stata rafforzata dalla successione di crisi, creando un precedente che sarà difficile da cancellare. Il genio è uscito dalla lampada e, a dire il vero, anche se avessimo con un Cancelliere verde in Germania e un Presidente verde in Francia, sarebbe così. L’unico modo per rivedere questo accordo istituzionale è attraverso un cambiamento del Trattato: non un cambiamento superficiale, ma un cambiamento profondo per dare prerogative esecutive più forti alla Commissione e, soprattutto, un controllo democratico rafforzato al Parlamento europeo. Ma questa prospettiva sembra abbastanza lontana.

Franziska Brantner: Vediamo lo stesso effetto negli Stati membri. Durante tutto il periodo della pandemia in Germania, la Merkel e i 16 capi dei Länder (Stati) si sono incontrati ogni due o tre giorni per prendere decisioni. È la stessa logica del Consiglio europeo. Dobbiamo chiederci perché. Una delle ragioni risiede nel modo stesso in cui sono organizzati i nostri governi nazionali, divisi in ministeri tradizionali all’interno di una democrazia liberale classica: semplicemente questa configurazione non è adatta a trattare crisi internazionali complesse. Oggi non possiamo più dire: “Il Ministero dell’ambiente fa questo, il Ministero della salute fa quello”. Il sistema non è più adatto alle crisi che stiamo affrontando. Le questioni sono diventate troppo complesse, andando molto al di là di quello per cui i nostri approcci istituzionali sono stati progettati, e richiedono una velocità di risposta che oggi non esiste. Lo stesso avviene nei Parlamenti: la Commissione affari europei del Bundestag, la Commissione salute, e così via, bisticciano su chi ha il diritto di convocare il Commissario europeo per la salute. Come possono i Parlamenti agire rapidamente ed efficacemente quando anche loro stessi sono prigionieri di queste strutture?

Da diverse parti ci sono richieste per rafforzare i poteri del Parlamento europeo e i parlamenti nazionali. È questa la chiave per rafforzare la democrazia europea?

Franziska Brantner: Entrambi i livelli sono necessari. Per esempio, è evidente che in Francia il Parlamento deve essere rafforzato. Nella cooperazione tra l’Assemblée nationale e il Bundestag, vedo regolarmente quanto sia debole l’Assemblée nationale. “Non possiamo fare proposte al Presidente”, è un ritornello che sento comunemente quando si parla con i miei colleghi francesi. Non osano prendere decisioni comuni perché, secondo la loro interpretazione, la Costituzione non dà al Parlamento questo ruolo. Per questo dobbiamo assolutamente rafforzare e modernizzare il livello nazionale. Lo stesso vale per il livello europeo. Dobbiamo anche reinventare i nostri Parlamenti con dinamiche come le assemblee dei cittadini e rendere le Commissioni più interdisciplinari.

Shahin Vallée: È vero che questa debolezza è in parte scritta nella Costituzione francese, ma in parte è una tendenza storica della Quinta Repubblica. La Francia potrebbe avere un Parlamento più attivo senza cambiare la Costituzione. Va detto, inoltre, che ogni Presidente promette una riforma costituzionale, o almeno una riforma elettorale che rafforzerebbe sia la rappresentatività del Parlamento che i suoi poteri. Ma restiamo delusi ogni volta, ed è una delle ragioni per cui la crisi politica in Francia è così acuta.

Premettendo che nessun sistema politico è perfetto, uno dei punti di forza fondamentali della stabilità politica tedesca è il suo parlamentarismo, e il suo sistema di voto largamente proporzionale. Per i Verdi francesi, questa resta un’ambizione, anche se capisco che per un Verde tedesco non è l’unica cosa da fare. In effetti, i Verdi francesi hanno lottato duramente, per un periodo, per una Sesta repubblica parlamentare, ma non se ne sente più parlare molto: è abbastanza strano.

E a livello europeo?

Shahin Vallée: Se i trattati non possono essere cambiati — io penso che possiamo e dobbiamo cambiarli — ci sono anche delle pratiche che è importante stabilire o ristabilire, come l’elezione del Presidente della Commissione. Nel 2014, la procedura di nomina del Presidente della Commissione, il cosiddetto processo “Spitzenkandidat”, che dava al Parlamento europeo un ruolo di primo piano, era in effetti un po’ raffazzonata perché non è scritta nei trattati. Questa pratica è stata, in pratica, sfidata unilateralmente da Macron nel 2019. Penso che sia qualcosa che andrebbe rivisto. Sarebbe stata necessaria una lettura più attenta del processo dello Spitzenkandidat. In un sistema all’italiana, per esempio, vincere le elezioni non è sufficiente per diventare Primo ministro, ma arrivare vincere ti dà la prima opportunità di formare un governo. Tale principio potrebbe rafforzare l’importanza del Parlamento europeo nel nominare il capo dell’esecutivo europeo e permettergli di controllarne meglio le azioni.

Franziska Brantner: Va ricordato, però, che nel 2019 il Parlamento europeo non era unito intorno a un candidato, e nemmeno nel 2014.

Tornando alla domanda, penso che il Parlamento europeo faccia già un buon lavoro. Certo, dovrebbe avere più potere su temi come il bilancio e la politica estera, per esempio. Ma fino a quando non sarà il caso, la cosa più importante è che sia in grado di parlare delle questioni del futuro e dimostri che, collettivamente, possiamo soddisfare le aspettative dei cittadini. In questo senso, il Parlamento europeo fa un lavoro migliore del Bundestag. Visto dalla Germania, il Parlamento europeo appare molto proattivo e anche sottoutilizzato: è una forza per il futuro, anche se con troppi pochi poteri.

È stata lanciata la Conferenza sul futuro dell’Europa. Va vista come un’opportunità di dibattito pubblico? Cosa possiamo aspettarci? Liste transnazionali, cambiamenti istituzionali o un altro elemento di questo “futuro” di cui parla Franziska?

Franziska Brantner: Spero che non si riduca semplicemente a questioni istituzionali o a liste transnazionali. Si tratta di questioni che certamente sono importanti, ma se facciamo tutto questo dibattito per limitarci lì sarebbe un peccato, perché non è la principale preoccupazione dei cittadini. Sarebbe molto importante, per esempio, affrontare la salute e le questioni di competenza in questo settore. I limiti, i vantaggi e gli svantaggi dell’Ue in questa crisi sanitaria sono ormai sotto gli occhi di tutti. Una seconda questione urgente è il ruolo delle frontiere durante una crisi. Come gestire le regioni transfrontaliere? Ci sono molti argomenti degni di nota che dovremmo cercare di affrontare: il clima, la giustizia, la protezione delle nostre libertà…

Shahin Vallée: All’inizio ero abbastanza ottimista sulla conferenza. Pensavo che questo oggetto politico, inventato in occasione delle elezioni europee, fosse utile. Ma ora, esattamente due anni dopo, è chiaro che questa conferenza è in gran parte inutile. Non sappiamo esattamente quale sia il suo obiettivo, e la sua bizzarra governance mina seriamente la sua capacità di produrre qualcosa. Più passa il tempo, più mi ricorda un altro fallimento abbastanza miserabile: le consultazioni dei cittadini europei istituite nel 2017 dopo le elezioni presidenziali francesi — gestite dalla Commissione europea e dal servizio diplomatico francese — che non hanno prodotto praticamente nulla.

Franziska Brantner: A parte la frustrazione…

Shahin Vallée: Temo che la Conferenza sul futuro dell’Europa farà lo stesso. Detto questo, nonostante tutto, cerco di rimanere ottimista. A partire 2019, il profondo sconvolgimento dell’Europa — la crisi sanitaria e le domande sulle competenze, la risposta economica e le nuove questioni politiche come la capacità di emettere debito — ha come significato il fatto che non abbiamo più bisogno di questo forum artificioso per parlare del futuro dell’Ue. La mia posizione? Lasciare che la Conferenza muoia di una morte tranquilla in un corridoio di Bruxelles o in Lussemburgo, dopodiché lavoreremo per rimettere la politica nelle questioni istituzionali e costituzionali che sono emerse sulla Pandemia. Qual è il futuro delle risorse proprie dell’Ue? Qual è il futuro delle regole di bilancio europee? Qual è il futuro per la capacità di emettere debito comune? Questi sono i temi che dovrebbero guidare il dibattito pubblico e politico europeo.

Ma anche se ammettiamo che la Conferenza non ha soddisfatto le nostre aspettative, resta tutto il processo fatto per coinvolgere i cittadini.

Franziska Brantner: Non sono così negativa nei confronti della Conferenza: se ci fossero dei veri dibattiti sul clima, sull’euro, sulla politica estera, sulla salute si potrebbe generare un impulso al movimento. Riusciremo poi a farli entrare nel dibattito politico? Sta a noi dimostrare che siamo all’altezza del compito. Anche il processo è nuovo: i partecipanti saranno cittadini scelti a caso, insieme ad esperti. È un approccio nuovo e vedremo se ci porterà da qualche parte.

Shahin Vallée: In apparenza, l’unico aspetto innovativo di questa Conferenza è il desiderio dichiarato di coinvolgimento dei cittadini. Non sono ancora convinto del fatto che questo aspetto andrà oltre il simbolico: ci crederò quando lo vedrò. In ogni caso, coinvolgere i cittadini è una buona cosa in linea di principio. Ma, perché funzioni, dovremmo accettare di dare un potere reale a questi organismi, cosa che non sembra essere allo stato attuale. Ripenso alle delusioni della Convenzione dei cittadini sul clima in Francia, quando ai partecipanti fu promesso che le loro proposte sarebbero state adottate integralmente, ma non accadde. Peggio dell’assenza di democrazia deliberativa, c’è la falsa democrazia deliberativa. Temo che sia il caso di questa Conferenza, ma spero di sbagliarmi.

Franziska Brantner: È un nuovo metodo e dovremmo dargli una possibilità. Per esempio, nel Baden-Württemberg vogliamo organizzare un convegno di cittadini franco-tedeschi della regione transfrontaliera per dare un contributo alla Conferenza principale, con cittadini comuni scelti a caso dalla parte dell’Alsazia e dalla parte del Baden-Württemberg. In questo periodo in cui ci chiediamo “che cos’è l’Europa?”, penso che potrebbe essere utile. Spero che la regione del Grand Est sia disposta a lavorare con noi. Se riusciamo ad andare al di là di una semplice conferenza, ma verso un vero processo di diversi mesi con esperti e cittadini comuni, possiamo fare progressi. Se molti altri attori fanno lo stesso, tanto meglio. Lanciare iniziative e dinamiche che ci aiutano ha senso. Altrimenti, Shahin, non vedo da dove potrebbe arrivare la spinta politica per le riforme di cui parlavi.

Shahin Vallée: Da te (ride).

Franziska Brantner: In ogni caso, abbiamo bisogno che questi dibattiti prendano vita.

È così, spesso si fa affidamento su un cambiamento della situazione politica in Germania. L’idea di un’Europa guidata dal motore franco-tedesco è ancora attuale?

Franziska Brantner: In Germania tutti dicono che la relazione franco-tedesca è molto importante, compresi i Verdi. Ma al di là di questo, le persone sono disposte a farne la priorità? Non tutti. Anche tra i Verdi, c’è una certa sfiducia nella politica francese in generale. Qual è il vero obiettivo della politica europea della Francia? È davvero l’Europa o solo la Francia? Come bilanciare un’Europa sovrana con una forte alleanza con gli Stati Uniti? Oggi la relazione franco-tedesca è ancora necessaria, ma non è sufficiente.

Shahin Vallée: Sono d’accordo che la relazione franco-tedesca è una condizione necessaria per il progresso europeo, ma non è sufficiente. L’errore della Francia è stato troppo spesso quello di dare la priorità alla relazione franco-tedesca a tutti i costi, a volte a costo di accordi insoddisfacenti, o dell’abbandono e persino del rifiuto di altre possibili alleanze. In Germania, e questo non è chiaro a tutti, compresi i Verdi, la relazione franco-tedesca rimane il motore dell’Ue. È una lezione importante. Ricordiamo che l’accordo europeo raggiunto a Sibiu nel 2019, che ha fissato l’obiettivo della neutralità del carbonio entro il 2050, è stato raggiunto da un gruppo di stati guidati dalla Francia contro la volontà della Germania, che si è dovuta ricredere qualche mese dopo.

I sospetti tedeschi sulla politica europea della Francia sono comprensibili. Macron e i suoi predecessori hanno dato, per troppo tempo e troppo spesso, l’impressione che la politica della Francia sia quella di usare l’Europa come trampolino per i propri interessi. Capisco perfettamente che i nostri amici tedeschi non vogliono essere la leva o il trampolino per gli interessi geopolitici della Francia. È qui che bisogna ricostruire un vero dialogo e ristabilire la fiducia. E io penso che questa possa essere ripristinata, soprattutto tra i Verdi francesi e tedeschi. Sì, abbiamo una vera ambizione europea e non è quella di fare dell’Europa “una grande versione della Francia”.

Entrambi state dicendo che una delle strade per costruire la democrazia europea è fare politica a livello transnazionale. Allo stesso tempo, ci sono ripetuti richiami alla sovranità, sia europea che nazionale. Possiamo immaginare una democrazia europea sovrana, nonostante le istituzioni relativamente traballanti e l’assenza di un demos continentale?

Shahin Vallée: È vero che per i tedeschi non ci può essere sovranità senza democrazia. Mentre per i francesi, abituati a un esecutivo forte, la sovranità è fondamentalmente la capacità di decidere. Per questo, noi immaginiamo una “Europa sovrana” che, per esempio, potrebbe decidere su questioni come un intervento militare, una debito di 1000 miliardi di euro, o una nuova campagna di vaccinazione. Per i nostri amici tedeschi, questo tipo di decisioni esistenziali non possono essere prese senza un quadro democratico e la relativa supervisione parlamentare.

L’unico modo per riunire le due visioni è rafforzare i poteri esecutivi dell’Europa, aumentare i suoi poteri in materia di sanità, per esempio, ma anche – per placare le ansie francesi – i poteri in materia militare. Ma accanto a questo, dobbiamo rafforzare il controllo democratico che accompagna questi poteri. È su questo punto che i francesi non sono ancora sicuri della loro capacità di trasferire i poteri esecutivi e di associarli al controllo parlamentare. Fondamentalmente, i francesi immaginano un’Europa che decida come la Francia, cioè per volontà di Giove (secondo l’espressione usata da Macron per definire la sua Presidenza, ndt). E non credo che questo sia accettabile per gli altri 26 Paesi con cui la Francia è in Europa.

Franziska Brantner: La questione della sovranità torna alla ridefinizione degli interessi nazionali, per riuscire a definirli davvero come interessi europei. Faccio fatica a vedere come raggiungeremo la sovranità europea, con interessi europei, se non siamo in grado di definire meglio i nostri interessi comuni per metterli su un piano superiore agli interessi economici nazionali. Per arrivarci, dovremmo rifocalizzarci sui diritti fondamentali dei cittadini. La Carta dei diritti fondamentali dell’Ue deve essere la base di questa sovranità europea, in modo che questi diritti diventino applicabili nel diritto nazionale.

Non si tratta solo di rafforzare il Parlamento europeo. La sovranità si basa sulla difesa degli interessi. Se questi non sono territoriali, nel senso storico della difesa del territorio nazionale, quali sono gli interessi che la sovranità difende? Devono essere altri interessi, più grandi. E, secondo me, questi interessi sono i diritti fondamentali degli europei. Ma c’è ancora molta strada da fare, e se ci limitiamo alla questione della difesa, abbiamo già perso.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

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