<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Italian &#8211; Green European Journal</title>
	<atom:link href="https://www.greeneuropeanjournal.eu/language/italian/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu</link>
	<description>The European Venue for Green Ideas</description>
	<lastBuildDate>Wed, 13 May 2026 13:22:51 +0000</lastBuildDate>
	<language>en-US</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.greeneuropeanjournal.eu/wp-content/uploads/2016/10/cropped-favicon-gej-80x80.png</url>
	<title>Italian &#8211; Green European Journal</title>
	<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>I dissidenti di Černobyl’: come il disastro nucleare sovietico ha segnato l’opposizione democratica nel blocco orientale</title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/i-dissidenti-di-cernobyl-come-il-disastro-nucleare-sovietico-ha-segnato-lopposizione-democratica-nel-blocco-orientale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lisa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:42:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Justice]]></category>
		<category><![CDATA[Bulgaria]]></category>
		<category><![CDATA[Chernobyl]]></category>
		<category><![CDATA[Chernobyl Disaster]]></category>
		<category><![CDATA[display]]></category>
		<category><![CDATA[Nuclear]]></category>
		<category><![CDATA[Nuclear Energy]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=43297</guid>

					<description><![CDATA[Oltre a provocare gravi problemi sanitari, la catastrofe di Černobyl’ contribuì alla nascita di movimenti ambientalisti e alla delegittimazione dei regimi nei paesi socialisti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Oltre a provocare gravi problemi sanitari, la catastrofe di Černobyl’ contribuì alla nascita di movimenti ambientalisti e alla delegittimazione dei regimi nei paesi socialisti. Quarant’anni dopo l’incidente, la Bulgaria resta il paese più segnato dal disastro, l&#8217;unico del blocco socialista a non adottare alcuna misura di protezione, Sofia pagò un prezzo altissimo che mise a nudo il cinismo del regime comunista.<br></p></div>



<p>All’1:23 del 26 aprile 1986, il nocciolo del reattore numero quattro della centrale nucleare di Černobyl’ – nei pressi del confine tra le repubbliche sovietiche di&nbsp;<a href="https://voxeurop.eu/it/country/ukraine-it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ucraina</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://voxeurop.eu/it/country/belarus-it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bielorussia</a>&nbsp;– si fuse ed esplose, distruggendo parte dell’impianto. Enormi quantità di sostanze radioattive furono liberate nell’atmosfera, e oltre 200mila persone dovettero essere evacuate dalle aree circostanti. Trasportata dal vento, la nube radioattiva contaminò vaste zone d’Europa, con le ricadute più pesanti in Ucraina, Bielorussia e Russia. Nelle popolazioni esposte si registrarono aumenti di malattie tiroidee e tumori; altri effetti sanitari a lungo termine restano difficili da quantificare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il silenzio delle autorità bulgare</strong></h2>



<p>“Mi sono interessato alle conseguenze dell’incidente di Černobyl’ in&nbsp;<a href="https://voxeurop.eu/it/country/bulgaria-it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bulgaria</a>&nbsp;per una questione personale. All’inizio di maggio 1986 avevo quindici anni ed ero studente di liceo a Sofia. Subito dopo le piogge radioattive, la mia classe venne mandata a lavorare nei campi. Ogni mattina un autobus ci portava a raccogliere spinaci ed erba cipollina. Quattro miei compagni sono poi morti di cancro”, racconta Dimitar Vatsov.&nbsp;</p>



<p>Vatsov insegna alla New Bulgarian University di Sofia, e sostiene che “la Bulgaria fu l’unico paese del blocco socialista a non adottare misure dopo il disastro. Per questo, sebbene un<a href="https://www-pub.iaea.org/MTCD/Publications/PDF/Pub1239_web.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;rapporto Onu</a>&nbsp;la classifichi all’ottavo posto tra gli stati più colpiti dalle radiazioni, la Bulgaria registra il<a href="https://www.unscear.org/unscear/en/publications/1988.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;più alto tasso</a>&nbsp;di tumori alla tiroide tra i bambini al di fuori dell’ex Urss”.</p>



<p>La nube radioattiva raggiunse i Balcani già il 1° maggio, ma fino al 7 maggio le autorità bulgare non fecero alcun annuncio. Nelle successive comunicazioni ufficiali si sostenne che la contaminazione ambientale era minima e non richiedeva misure speciali.</p>



<p>“Per fare un confronto, Ceaușescu avvertì i romeni del rischio di contaminazione già il 2 maggio. Lo stesso accadde in Jugoslavia, dove alle donne incinte e ai bambini fu chiesto di restare in casa e furono raccomandate precauzioni di base, come lavare il cibo fresco. In Bulgaria, invece, si verificò un blackout informativo totale”, commenta Vatsov.</p>



<p>Nel 1986 il fisico nucleare Georgi Kascev lavorava alla centrale di Kozloduj, nel nord-ovest della Bulgaria, tuttora l’unico impianto nucleare del paese. Ricorda bene quel giorno: “L’unico comunicato che ricevemmo diceva che c’era stato un incendio a Černobyl’, ma era stato spento”. Grazie a un’antenna installata al nono piano del suo palazzo, però, Kascev riceveva la televisione jugoslava: “Le notizie suggerivano che l’incidente era molto più grave. Si vedevano immagini del reattore distrutto e mappe della nube radioattiva, e si diceva che la Jugoslavia aveva inviato aerei per evacuare i propri studenti da Kiev”. Mentre il silenzio ufficiale continuava, in privato gli ingegneri invitavano i parenti a prendere precauzioni di base, spesso senza essere creduti.</p>



<p>I documenti d’archivio oggi accessibili mostrano che il governo bulgaro monitorava in realtà con attenzione l’evoluzione del disastro e la contaminazione in corso in Europa e nel paese. “L’unica spiegazione plausibile [del silenzio] è che le autorità bulgare temevano che rivelare la reale portata della contaminazione avrebbe causato panico e possibili disordini politici. Oltre a questo, posso solo parlare di una forma di debolezza morale delle élite al potere, che mostrarono disprezzo per il resto della popolazione”, spiega Vatsov.</p>



<p>Nel 1986 l’attivista ambientale Petko Kascev stava svolgendo il servizio militare obbligatorio. Ricorda che l’esercito reagì con rapidità: “All’improvviso smettemmo di mangiare cibo fresco, in mensa ci servivano solo scatolette. Le attività all’aperto furono cancellate e ci ordinarono di misurare i livelli di radiazione attorno alla base, ma non ci spiegarono mai cosa stesse succedendo”.</p>



<p>Liliana Prodanova era invece una scienziata che lavorava presso l’Istituto di fisica dello stato solido: “Mio marito era prorettore dell’Università tecnica di Sofia. Anch’io ero fisica, quindi capivamo molto bene le implicazioni della contaminazione. Prendemmo precauzioni in silenzio, come lavare il cibo. Rimuovemmo anche il terreno contaminato attorno alla nostra casa di campagna. Quell’anno non piantammo nulla”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli scienziati e l’attivismo ambientale</strong></h2>



<p>Secondo Dimitar Vatsov, “prima dell’incidente di Černobyl’ non c’erano veri dissidenti in Bulgaria. Ma la consapevolezza di essere stati ingannati dalle autorità e di essere stati esposti a gravi rischi sanitari ha plasmato l’impegno politico di un’intera generazione, soprattutto all’interno della comunità scientifica”.</p>



<p>In particolare, nel 1989 nacque<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Ecoglasnost" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Ecoglasnost</a>, un movimento civico per la tutela dell’ambiente in Bulgaria. Organizzò petizioni e manifestazioni, tra cui un raduno a Sofia che è considerato una delle prime mobilitazioni civiche aperte contro il regime comunista. Il movimento ampliò presto le proprie richieste alle libertà civili e alle riforme democratiche e giocò poi un ruolo nella transizione.</p>



<p>Il coinvolgimento della comunità scientifica nelle lotte ambientali fu uno dei tratti distintivi degli ultimi anni del regime bulgaro. Si era già manifestato nella città di Ruse, dove l’inquinamento provocato da un impianto chimico aveva scatenato proteste diffuse e aveva portato alla nascita di un comitato per la protezione dell’ambiente, la prima organizzazione informale tollerata sotto il comunismo. Anche in altri Paesi del blocco sovietico, come l’Ungheria, l’impegno degli scienziati contro l’inquinamento e le devastazioni della natura contribuì a rendere la critica ambientale una forma legittima – seppur attentamente delimitata – di partecipazione pubblica nel tardo socialismo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Reazioni in Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia</strong></h2>



<p>In&nbsp;<a href="https://voxeurop.eu/it/country/poland-it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Polonia</a>&nbsp;la catastrofe di Černobyl’ fece da catalizzatore per la mobilitazione politica e contribuì alla nascita di un movimento antinucleare di massa, in particolare contro il progetto della centrale di Żarnowiec, che avrebbe dovuto diventare nel 1990 il primo impianto nucleare del paese. A partire dal 1986 gruppi ecologisti locali e nazionali<a href="https://histmag.org/Zarnowiec-grobowiec-Opozycja-ekologiczna-w-Polsce-i-kampania-antynuklearna-15099" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;organizzarono</a>&nbsp;manifestazioni, campagne di informazione, blocchi stradali e persino scioperi della fame, coinvolgendo ampi settori della società e figure pubbliche di primo piano come Lech Wałęsa, leader di Solidarność. Le autorità si trovarono costrette a indire un<a href="https://zielonewiadomosci.pl/tematy/energetyka/zarnowiec-90-demokracja-bezposrednia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;referendum</a>, in cui oltre l’86 per cento dei votanti si espresse contro il progetto della nuova centrale, che nel 1990 fu effettivamente interrotto.</p>



<p>Come rileva lo studioso Kacper Szulecki nel libro<a href="https://www.nupi.no/en/publications/cristin-pub/the-chernobyl-effect-antinuclear-protests-and-the-molding-of-polish-democracy-1986-1990" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;<em>The Chernobyl Effect</em></a>&nbsp;(“L&#8217;effetto Černobyl’”), le lotte ambientaliste degli anni Ottanta riflettevano trasformazioni generazionali e culturali più profonde. La gestione sovietica dell’incidente di Černobyl’ delegittimò in modo definitivo il già fragile controllo di Mosca sulla Polonia, galvanizzando l’opposizione.</p>



<p>In Ungheria Černobyl’ invece non diede origine a un movimento antinucleare di massa, né mise in discussione il programma nucleare del paese. Mentre la comunicazione ufficiale riguardo all’incidente nucleare<a href="https://journals.ptks.pl/cejc/article/view/612?utm_source=chatgpt.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;restava</a>&nbsp;limitata e rassicurante, scienziati e professionisti della sanità iniziarono a registrare gli effetti della contaminazione e a scambiarsi informazioni in modo informale.</p>



<p>Questo scarto tra la consapevolezza degli esperti e le comunicazioni delle autorità accelerò l’erosione della legittimità del regime. Le tematiche ambientali divennero un canale per sollevare temi più ampi di responsabilità e trasparenza, e così entro la fine degli anni Ottanta emersero reti e iniziative ambientaliste che avrebbero poi intersecato la transizione alla democrazia.</p>



<p>Anche in Cecoslovacchia la catastrofe di Černobyl’ influenzò i movimenti ecologisti locali, che sarebbero diventati attori importanti nella rivoluzione del 1989. Poiché quei movimenti erano in larga parte concentrati su temi come l’impatto sanitario dell’inquinamento industriale, la contaminazione dell’acqua o i danni al paesaggio causati dall’attività mineraria, il regime li considerava relativamente innocui rispetto ad altri dissidenti. Dopo Černobyl’, però, quelle che prima erano preoccupazioni ecologiche locali si trasformarono in sfiducia sistemica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il cinismo della nomenklatura</strong></h2>



<p>La gestione delle conseguenze di Černobyl’ in Bulgaria mise in luce disuguaglianze profonde nell’accesso alle informazioni e alla protezione sanitaria. Secondo Dimitar Vatsov, “la fascia più alta della nomenklatura non fu mai in pericolo, perché furono adottate misure speciali. Il cibo veniva importato dall’estero e testato, e i suoi membri venivano riforniti con acqua minerale da falde profonde. L’esercito applicò misure meno rigorose, ma comunque tali da ridurre l’esposizione. Il resto della popolazione fu tenuto nella totale ignoranza”.</p>



<p>Un simbolo di questo cinismo fu la decisione di mantenere le tradizionali parate del 1° maggio anche nel 1986. A Sofia molti bambini marciarono sotto una pioggia radioattiva e in tutto il paese si svolsero numerosi eventi sportivi di propaganda, tra cui le cosiddette “maratone della salute”. Le brigate giovanili, composte da ragazzi tra i 15 e i 25 anni, erano obbligate a svolgere lavori fisici in campagna o nei cantieri almeno due volte l’anno: si stima che circa 365mila giovani siano stati esposti alle radiazioni in questo modo.</p>



<p>Anche in Polonia le autorità decisero di mantenere le celebrazioni del 1° maggio. Giornali e media di Stato invitarono i cittadini a partecipare, insistendo sull’assenza di pericoli per la salute pubblica. D’altronde, il primo riferimento ufficiale all’incidente di Černobyl’<a href="https://www.irishtimes.com/opinion/letters/fallout-from-chernobyl-in-poland-1.585007" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;era comparso</a>&nbsp;solo tra il 29 e il 30 aprile, limitandosi ad affermare: “C’è stato un incidente nella centrale nucleare in Ucraina. Le vittime sono state assistite. Tutto è sotto controllo”. Allo stesso tempo, però, il governo polacco<a href="https://beautifulwarszawa.home.blog/2021/04/26/35-years-ago-how-the-authorities-dealt-with-the-chernobyl-disaster-in-poland/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;distribuì</a>&nbsp;in silenzio milioni di dosi di iodio protettivo e limitò la vendita del latte, segno che i rischi di contaminazione erano ben noti.</p>



<p>Dieci anni dopo, un’indagine medica<a href="https://www.irishtimes.com/opinion/letters/fallout-from-chernobyl-in-poland-1.585007" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;rivelò</a>&nbsp;che circa il 22 per cento dei giovani polacchi soffriva di disturbi alla tiroide, con una percentuale vicina al 40 per cento nelle regioni nord-orientali.</p>



<p>Anche in Ungheria le autorità si mossero con cautela, privilegiando la tutela della calma pubblica e l’osservanza delle celebrazioni del 1° maggio. Non furono emessi comunicati pubblici, i media ufficiali ridimensionarono la portata dell’incidente, e le celebrazioni si svolsero come previsto. Dietro le quinte gli scienziati registravano valori di radioattività elevati e rilevavano l’arrivo di piogge radioattive, ma le misure protettive rimasero limitate e disomogenee. La Cecoslovacchia seguì inizialmente lo stesso schema.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il nucleare in Bulgaria dopo il 1989</strong></h2>



<p>La gestione catastrofica di Černobyl’ mise a nudo l’indecenza del regime comunista. Nel dicembre 1991, dopo che il regime era caduto, la Corte suprema di Sofia condannò l’ex ministro della Sanità Ljubomir Scindarov e l’ex vice primo ministro Grigor Stoičkov per negligenza criminale, per aver ingannato l’opinione pubblica. Furono gli unici alti funzionari del regime a essere processati e condannati a pene detentive.</p>



<p>Benché l’incidente di Černobyl’ abbia avuto un serio impatto sulla società bulgara, non produsse un movimento anti nucleare su larga scala. La centrale di Kozloduj, ristrutturata e ancora operativa, è oggi percepita come una fonte di orgoglio nazionale. L’attivista ambientale Petko Kovačev, vicino all’Ong<a href="https://www.zazemiata.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Za Zemiata</a>&nbsp;e alle reti antinucleari, sostiene che il sostegno popolare al nucleare in Bulgaria è trainato dalle preoccupazioni per l’indipendenza energetica e per il basso costo dell’elettricità, più che da valutazioni scientifiche o etiche.</p>



<p>In questo contesto, sta procedendo il progetto per costruire una nuova centrale nucleare a Belene, approvato anche da un referendum nazionale. In aggiunta, sono previsti due nuovi reattori a Kozloduj. Entrata in funzione nel 1970, la centrale oggi opera solo con i due reattori più recenti; i più vecchi sono stati abbandonati sotto la pressione dell’Unione europea, che ne fece una condizione per l’adesione della Bulgaria.&nbsp;</p>



<p>Un tempo<a href="https://www.csmonitor.com/1996/1206/120696.intl.intl.3.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;descritta</a>&nbsp;come la centrale più pericolosa del mondo, Kozloduj oggi rispetta tutti i requisiti di sicurezza fissati dall’Aiea, anche se gli attivisti denunciano una mancanza di trasparenza sulla governance e sugli incidenti che coinvolgono l’impianto.</p>



<p><em>Questo articolo fa parte del progetto collaborativo<a href="https://voxeurop.eu/it/category/pulse-it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> PULSE</a> ed è stato pubblicato nell’ambito dei Thematic Networks. Hanno contribuito al progetto Andrea Braschayko, Martin Vrba e Daniel Harper.</em></p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La politica è servita: cibi mostruosi e discorsi populisti</title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/la-politica-e-servita-cibi-mostruosi-e-discorsi-populisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Amir Hashemi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 16:34:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Society, Media and Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Alternative Proteins]]></category>
		<category><![CDATA[Climate Backlash]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[display]]></category>
		<category><![CDATA[Far Right]]></category>
		<category><![CDATA[Farmers]]></category>
		<category><![CDATA[Green Transition]]></category>
		<category><![CDATA[Identitarianism]]></category>
		<category><![CDATA[Lab-grown Meat]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Poitics of Fear]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42835</guid>

					<description><![CDATA[L’ampiezza delle proteste degli agricoltori che hanno attraversato l’Europa nella prima metà del 2024 ha portato molti commentatori a parlare di un diffuso risentimento nei confronti delle politiche dell’Unione europea (Ue) ideate per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. La destra populista è stata tra le principali forze che hanno alimentato questo risentimento. Sfruttando il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Il cibo e gli agricoltori sono diventati gli emblemi di una guerra culturale condotta dalla destra populista nell&#8217;Unione Europea e negli Stati Uniti contro le politiche climatiche. Le proteine alternative, come gli insetti e la carne coltivata in laboratorio, in particolare, sono considerate una minaccia esistenziale per gli stili di vita tradizionali, la mascolinità e la civiltà. Per respingere efficacemente questi timori come ridicoli, dobbiamo prendere sul serio le insicurezze economiche ed ecologiche che li sottendono.</p></div>



<p>L’ampiezza delle proteste degli agricoltori che hanno attraversato l’Europa nella prima metà del 2024 ha portato molti commentatori a parlare di un diffuso risentimento nei confronti delle politiche dell’Unione europea (Ue) ideate per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. La destra populista è stata tra le principali forze che hanno alimentato questo risentimento. Sfruttando il malcontento per le politiche sostenibili, spingendosi ben oltre le rivendicazioni specifiche avanzate dagli agricoltori in protesta, la destra ha portato avanti una serie di critiche pesanti nei confronti dell’agenda climatica dell’Ue. Uno studio pubblicato dallo European Council on Foreign Relations a maggio del 2024 – un mese prima delle elezioni del Parlamento europeo – ha evidenziato come la destra abbia saputo sfruttare l’aumento del costo della vita in tutta l’Ue in modo molto e,cace per rappresentare l’agenda climatica della Commissione come l’ultimo sopruso di un complotto internazionalista sui governi degli Stati membri. La destra ha indicato i cittadini e i loro stili di vita come bersagli di questo complotto; gli agricoltori, e in particolare il cibo, ne sono diventati gli emblemi.</p>



<p>Infatti, mentre la Commissione faceva marcia indietro sui piani per dimezzare l’uso dei pesticidi e per ridurre le emissioni legate all’agricoltura in risposta alle proteste, il fulcro della contesa politica si spostava dai sussidi all’agricoltura a campi di battaglia più simbolici: in gioco non c’era solo la minaccia della scomparsa delle attività agricole ma anche quella del “cibo normale”. Tra gli effetti dei piani malevoli del Green Deal, la destra populista paventava la scomparsa del cibo tradizionale assieme a quella degli allevatori e agricoltori.</p>



<p>Le elezioni europee del giugno 2024 sono così diventate una piattaforma della destra populista per lanciare l’allarme su un’imminente fne del “cibo normale”: un vero e proprio “incubo in cui la frittura di insetti aveva sostituito quella di pesce” e “la carne Frankenstein” (cioè, la carne coltivata in laboratorio) sarebbe stata imposta dalle multinazionali avide di proftti alle spalle degli ignari cittadini.</p>



<p>La battaglia contro la carne coltivata in laboratorio e la commercializzazione di insetti commestibili si è così inserita in una più ampia protesta contro le proposte della Commissione in materia di clima. Janusz Wojciechowski, commissario europeo all’Agricoltura dal 2019 al 2024, è intervenuto per rimuovere dagli obiettivi climatici dell’Unione europea il riferimento alla promozione di un “consumo diversificato di proteine”, cioè un consumo fatto anche di proteine alternative alla carne. L’Italia ha fatto da apripista nei dibattiti sulle proteine alternative, diventando il primo Paese a vietare nel 2023 la produzione e la vendita di carne coltivata. Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare del governo Meloni, ne ha parlato come una questione ben più grave di una semplice preoccupazione legata alla salute dei consumatori: le fonti proteiche alternative rappresentano, secondo il Ministro, una minaccia per la cultura e la civiltà italiane. Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, il principale sindacato degli agricoltori italiani, ha sostenuto con forza una posizione analoga in diversi contesti istituzionali dell’Ue affermando che “le bugie della carne in provetta provano che dietro i ripetuti e infondati allarmismi sulla carne rossa c’è una precisa strategia delle multinazionali che con abili operazioni di marketing puntano a modificare stili alimentari naturali fondati sulla qualità e la tradizione”.</p>



<p>La carne “Frankenstein” – come l’ha chiamata la Coldiretti (ibidem) – e altre presunte mostruosità come gli insetti hanno occupato il centro della scena nei dibattiti politici in tutta l’Ue, spostando di fatto la discussione dalle proposte di politiche vere e proprie verso scenari immaginari e simbolici dal grande impatto emotivo. Emblematica in questo senso è stata l’iniziativa italiana di vietare la carne coltivata ben prima che iniziasse il processo di approvazione da parte dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Icone di una guerra culturale</strong></h2>



<p>La carne “Frankenstein” e gli insetti sono stati trasformati in icone di una guerra culturale – non solo nell’Ue, ma anche oltreoceano – con le forze della destra populista europea e statunitense che, in questa battaglia, si sono ispirate a vicenda. Si tratta di un conflitto in cui l’antagonista è per lo più frutto dell’immaginazione, ma le cui conseguenze sono molto reali. Se si vuole portare avanti una politica climatica europea efficace, queste guerre culturali vanno prese molto sul serio.</p>



<p>“Non mangiamo più bacon”, ha dichiarato Donald Trump lanciando la sua campagna presidenziale la scorsa estate. Al contempo, diversi stati del Sud degli USA, guidati dal governatore della Florida Ron DeSantis, non solo vietavano, ma addirittura criminalizzavano la produzione e la vendita della carne coltivata in laboratorio. Firmando la legge, DeSantis ha annunciato: “la Florida sta rispondendo al piano delle élite globali per costringere il mondo a mangiare carne coltivata in provetta e insetti […] per raggiungere i loro obiettivi autoritari”. La carne coltivata è così diventata l’ultimo fronte della più ampia guerra culturale oggi in atto negli Stati Uniti.</p>



<p>Sarebbe troppo facile sminuire le narrazioni sulle élite globali che impongono “cibo mostruoso” agli ignari consumatori come se fossero dei semplici slogan “acchiappaclic” messi in circolo dai politici populisti di destra che hanno costruito le proprie carriere su dichiarazioni estreme. La paura del cibo “anormale” si inserisce in un più ampio quadro accusatorio usato spesso dai leader populisti; vale a dire, l’accusa per cui le élite vogliono imporre una serie di misure ingiuste e pratiche “innaturali” alla cosiddetta gente comune, tutto nel nome della “pazzia” rappresentata dal Green Deal.</p>



<p>Il richiamo ad opporsi ai complotti delle élite globali e ai loro referenti simbolici – come la carne coltivata appunto – si fondano su un più ampio insieme di ansie sentite dall’opinione pubblica statunitense ed europea, in modo molto simile a come il velo islamico è diventato un’icona di altrettante ansie. Come ha sostenuto l’antropologo francese Emmanuel Terray nel suo saggio del 2004 sulla “psicosi del velo”:</p>



<p><em>Quando una comunità non riesce a trovare in sé stessa i mezzi o l’energia per affrontare un problema che mette in discussione, se non la sua esistenza, quantomeno il suo modo di essere e la propria immagine di sé, questa comunità può essere tentata di adottare una singolare strategia difensiva. Sostituirà a un problema reale, che considera insormontabile, uno fittizio, che può essere affrontato unicamente attraverso parole e simboli. Affrontando quest’ultimo problema, la comunità può convincersi di aver affrontato con successo anche il primo.</em></p>



<p>Il saggio di Terray metteva in luce come il velo avesse incorporato una ben più ampia “politica della paura” in Francia. Lo spettro degli insetti che sostituiscono la carne “normale” sembra aver assunto una funzione di “feticcio” simile a quella del velo islamic, non più nel dibattito pubblico sulle migrazioni ma in quello sulle politiche climatiche. Questa volta, infatti, il problema non riguarda la presenza “aliena” dei migranti nelle società occidentali, ma la presunta sostituzione degli alimenti “normali” e “tradizionali” con cibo “alieno” come gli insetti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cibi da temere</strong></h2>



<p>Come possiamo, allora, dare un senso politico al “feticcio” degli insetti? In che modo possiamo dare un senso ai processi attraverso i quali, per citare Rachel Pain e Susan Smith “le insicurezze globali si infiltrano strisciando nella vita quotidiana”?</p>



<p>Le metafore dello strisciare e dell’intrinsecarsi – particolarmente appropriate qui visto che parliamo di insetti che, tutto d’un tratto, potrebbero comparire all’improvviso nei nostri piatti – ci permettono di iniziare a comprendere come le più ampie paure legate a un mondo in rapida trasformazione vengano interpretate dalle persone e vadano ad influenzarne la vita quotidiana. E soprattutto, ci aiutano a capire come queste paure vengano tradotte in corpi e oggetti da temere.</p>



<p>Come sottolineano recenti studi di geografa culturale e politica sulla geopolitica affettiva, oggetti specifici – proprio come corpi specifici – sono fondamentali per comprendere le dinamiche delle politiche del risentimento populista. Proprio come i corpi dei migranti, diventati simboli dell’alterità e percepiti come “fuori luogo” nei discorsi della destra populista, anche gli oggetti possono assumere una funzione simile, “agendo come esche per le emozioni”. Emozioni come la paura e la rabbia “aderiscono” agli oggetti così come “aderiscono” ai corpi; o, più precisamente, vengono “fatte aderire” come sostiene la studiosa femminista Sara Ahmed da oltre due decenni. Descrivendo le “economie affettive” che determinano a cosa e a chi – a quali oggetti, a quali corpi – certi sentimenti vengono associati, Ahmed spiega in modo convincente come “le emozioni si accumulino nel tempo, assumendo la forma di un valore affettivo”.</p>



<p>La carne coltivata in laboratorio e gli insetti sono contenitori ideali, al contempo simbolici e materiali, per le paure e le ansie alimentate dalla destra populista in Europa e negli Stati Uniti. Le paure legate a futuri incerti – riguardo l’economia e l’ambiente – vengono fatte aderire al cibo, la sostanza fondamentale di cui tutti abbiamo bisogno per sopravvivere. Il cibo è forse ciò di più intimo e quotidiano con cui interagiamo: entra a far parte dei nostri corpi non solo per darci energia e contribuire alla nostra salute, ma anche per nutrire la nostra identità, ancorandoci a comunità di appartenenza, a culture, a tradizioni locali e nazionali. La carne, in particolare, ha a lungo incorporato politiche tradizionali e maschili. Lo spettro della sostituzione della carne “normale” con gli insetti o con la carne “Frankenstein” – che, nella retorica della destra populista, rappresenta le ideologie ambientali woke8 delle élite urbane (i soy boys9 derisi dai sostenitori di Trump) – scatena pertanto una reazione letteralmente viscerale: la sostituzione della carne diventa il simbolo della sostituzione delle persone “normali”, cioè quelle che, ci ricorda Donald Trump, negli Stati Uniti “mangiano bacon”.</p>



<p>Il cibo è, infatti, profondamente viscerale: provoca reazioni affettive come il piacere e il disgusto che vanno ben oltre la razionalità. Gli insetti suscitano reazioni altrettanto viscerali: mentre una farfalla è splendida, un verme è ripugnante. Soprattutto in Occidente, gli insetti sono stati a lungo rappresentati come esseri pericolosi, contagiosi, disgustosi e “altri fuori luogo” che, “naturalmente”, non possono essere parte della “nostra” alimentazione – implicano i discorsi della destra populista.</p>



<p>Come ricorda Heidi Kosonen, “il disgusto potrebbe essere la più viscerale tra le emozioni umane di base, perché è stato associato ai meccanismi di difesa dell’essere umano. [Il disgusto] può proteggere gli organismi da minacce alla loro esistenza, come il cibo avariato, gli animali velenosi […] o le malattie infettive”. Kosonen aggiunge inoltre che “il disgusto è stato [anche] associato a diversi tipi di differenziazioni simboliche tra ‘sé’ e il ‘mondo’, tra ‘noi’ e ‘gli altri’” (<em>ibidem</em>).</p>



<p>L’insetto diventato cibo viene così facilmente evocato, sia in Europa che negli Stati Uniti, come il perfetto “altro indigesto”. In questo modo, la politica viscerale del disgusto si intreccia facilmente a teorie del complotto più ampie, proprio com’è accaduto con il presunto complotto per costringerci tutti a mangiare insetti.</p>



<p>Scrivendo sul potere dell’immaginazione complottista, l’antropologo francese Didier Fassin ha affermato: “le teorie del complotto non appartengono soltanto al regno delle visioni distorte della realtà. Sono anche indicatori delle relazioni sociali, delle tensioni politiche, delle inquietudini culturali e dei disagi morali”. In quanto tali, sono delle forme di discorso politico e vanno analizzate di conseguenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La strumentalizzazione delle difficoltà degli agricoltori</strong></h2>



<p>Esaminare in modo critico la paura degli insetti edibili significa, allora, prendere sul serio le più ampie paure legate all’impoverimento delle persone e alle crescenti incertezze in un mondo colpito da crisi molteplici, inclusa la crisi ambientale. Significa inoltre prendere sul serio anche il disagio che molti cittadini provano di fronte ai dettami ideati dalle “élite ambientaliste” per risolvere queste crisi. Significa anche considerare con attenzione non solo le ecologie politiche della transizione verde, ma anche le sue economie politiche e affettive. Alla destra populista che afferma che la sostituzione della carne con surrogati “mostruosi” è un complotto orchestrato dalle istituzioni delle élite della governance globale (come il World Economic Forum, la COP28 o la Commissione europea) per cancellare gli stili di vita e le tradizioni della “gente normale”, dobbiamo offrire risposte migliori, anziché limitarci a sminuire queste affermazioni deridendole come teorie del complotto.</p>



<p>Dovremmo, innanzitutto, riconoscere che le politiche economiche della transizione verde produrranno delle ingiustizie, andando ad incidere in modo molto diverso sulle attività delle aziende agricole e sugli stili di vita dei consumatori. Tuttavia, questo non basta. Come scrivono i ricercatori Edoardo Campanella e Robert Lawrence nella loro analisi del greenlash13 in Europa e negli Stati Uniti, anche gli incentivi economici da soli non basteranno per mitigare queste ingiustizie: “[P]iuttosto che presentare la transizione verde come un problema tecnico da risolvere con soluzioni tecnocratiche, coloro che promuovono le politiche climatiche devono costruire narrazioni più coinvolgenti, sottolineando come il riscaldamento globale metta a rischio gli stili di vita tradizionali, la salute delle persone e i luoghi in cui vivono”. Come possiamo allora creare narrazioni più e,caci e coinvolgenti e proporre alternative che parlino anch’esse al cuore e alla pancia delle persone?</p>



<p>Le disposizioni del Green Deal europeo sono tutt’altro che prive di problemi. Dopo decenni in cui la Politica Agricola Comune (PAC) ha sostenuto fnanziariamente sistemi agricoli intensivi, industriali e su larga scala, ora l’Unione europea sta cercando di attenuarne gli impatti ambientali. Eppure, ancora una volta, ci si dimentica dei piccoli agricoltori e del loro ruolo fondamentale nel sostenere un’agricoltura e un allevamento estensivi e rigenerativi. È infatti probabile che la strategia “Farm to Fork” avrà impatti economici negativi su molti agricoltori.</p>



<p>L’enfasi retorica della destra populista sulla “fine della carne” ha ben poco a che vedere con i veri problemi e gli interessi degli agricoltori europei (o statunitensi, del resto). Infatti, nella guerra culturale contro la carne coltivata e gli insetti, le vite e le proteste degli agricoltori (si veda Dansero, 2024) sono fondamentalmente strumentalizzate al servizio delle agende politiche della destra populista.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La risata come forma di intervento político</strong></h2>



<p>Il numero autunnale del 2024 della rivista statunitense Range, specializzata in allevamento, ha dedicato la sua storia di copertina a quello che viene presentato come un attacco globale contro agricoltori e l’alimentazione tradizionale, individuando un fronte comune di resistenza nelle esperienze condivise di agricoltori statunitensi, brasiliani e olandesi. Come si legge nella conclusione dell’articolo: “non si tratta solo di bistecche. In gioco ci sono letteralmente il futuro dell’umanità e della libertà”. Un’affermazione non priva di fondamento – ma non nel senso inteso dalla retorica populista.</p>



<p>Di nuovo, come possiamo creare un repertorio diverso di simboli e narrazioni in grado di motivare i cittadini in un momento di profonda sfiducia, non solo nella scienza, ma in tutte le istituzioni percepite come “élite”, in un contesto in cui molti si sentono impotenti di fronte al cambiamento climatico – o addirittura lo negano apertamente? Tra coloro che già fanno fatica a “portare a casa la pagnotta”, l’imposizione di ulteriori sacrifici – tramite misure legislative o richiami moralistici alla “responsabilità” – in nome di future e ipotetiche “ricompense ecologiche sostenibili”, è destinata a suscitare rabbia e resistenza.</p>



<p>Piuttosto che alimentare le paure profonde delle persone, forse dovremmo cercare di alimentare altre reazioni altrettanto viscerali ma positive come la risata, il piacere e la gioia. La risata, proprio come il disgusto, è una delle emozioni più viscerali che proviamo. Questa può essere anche una forma estremamente potente di “intervento politico non razionale”, come hanno sostenuto i geografici Ian Cook e Tara Woodyer. La risata</p>



<p><em>è un modo per prendere coscienza delle ambiguità etiche e dei paradossi con cui conviviamo, senza esserne paralizzati. [È anche un modo] per riconoscere e negoziare la nostra stessa complicità nei più ampi processi economici e politici e nelle relazioni di sfruttamento […] per esprimere allo stesso tempo fascinazione e inquietudine, piacere e disorientamento, e per essere critici, ma anche pieni di speranza (ibidem).</em></p>



<p>La strategia più efficace potrebbe allora essere, letteralmente, quella del riderci su – liquidare il feticcio degli insetti come qualcosa di ridicolo ma, al contempo, proporre altre narrative fondate sul riconoscimento della bellezza e del piacere che il cibo “vero” sa offrire, senza dimenticare il ruolo fondamentale di coloro che lo producono</p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Schemi di libertà: le lezioni di George Lakoff per la politica verde </title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/schemi-di-liberta-le-lezioni-di-george-lakoff-per-la-politica-verde/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio De Carolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democracy]]></category>
		<category><![CDATA[Civil rights]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom]]></category>
		<category><![CDATA[George Lakoff]]></category>
		<category><![CDATA[greens]]></category>
		<category><![CDATA[Justice]]></category>
		<category><![CDATA[Progressives]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42510</guid>

					<description><![CDATA[La libertà è un campo di battaglia che i progressisti non possono abbandonare, sostengono Baptiste Erkes e Gérard Pirotton. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Quando ha accusato gli europei di essere contrari alla libertà di espressione alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera di febbraio, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha utilizzato strategicamente un’interpretazione radicale e conservatrice della libertà, che sta diventando sempre più egemonica. Per riprendere l’iniziativa, i progressisti devono difendere e ampliare la propria visione della libertà. Il lavoro del linguista cognitivo americano George Lakoff fornisce strumenti per comprendere il campo di battaglia politico e le vie d’azione.&nbsp;</p></div>



<p>Cominciamo&nbsp;con un’ovvietà: è grazie al nostro cervello che pensiamo, comprendiamo il mondo che ci circonda e coordiniamo le nostre azioni con quelle degli altri esseri umani. Il nostro cervello, la sua struttura e il suo funzionamento sono necessariamente legati al nostro corpo. Per usare un esempio tratto dalla psicologia sperimentale, una persona mancina riconoscerà più rapidamente una tazza se il manico si trova sulla sinistra. Per una persona destrorsa vale il contrario. Perché? Perché riconoscere un’immagine non è semplicemente una questione di acquisizione di informazioni, ma anche di anticipazione di una relazione tra l’oggetto e il nostro corpo. Ciò che percepiamo è la possibilità di afferrare questo oggetto e utilizzarlo.&nbsp;</p>



<p>Questi meccanismi fondamentali di comprensione sono in gran parte al di sotto del livello della nostra coscienza. I ricercatori spesso sostengono che il 98% dell’attività del nostro cervello sfugge alla nostra consapevolezza razionale. La comprensione mobilita meccanismi automatici su vasta scala di cui non siamo nemmeno consapevoli. Prendiamo un esempio dal repertorio di George Lakoff. Immaginiamo di accettare questa sfida: “non pensare a un elefante!” Ci renderemo immediatamente conto che ciò è semplicemente impossibile: proprio nel tentativo di non pensare a un elefante, siamo costretti a pensarci. È così che funziona il nostro cervello.<sup data-fn="69637f32-1228-4821-ad07-daccbec6fdbe" class="fn"><a href="#69637f32-1228-4821-ad07-daccbec6fdbe" id="69637f32-1228-4821-ad07-daccbec6fdbe-link">1</a></sup>&nbsp;</p>



<div id="mailchimpForm" class="wp-block-ldgejblocks-ld-mailchimp-block background-dark" data-layout="1"></div>



<p>Ma questo c’entra con la politica? Assolutamente sì! Ecco perché il lavoro di George Lakoff è così interessante. Lakoff ha insegnato linguistica cognitiva a Berkeley e si è rapidamente affermato a livello internazionale come leader di un movimento di ricerca chiamato “cognizione incarnata”, grazie al libro&nbsp;<em>Metaphors&nbsp;We&nbsp;Live By</em>&nbsp;(1980), scritto insieme al filosofo Mark Johnson. Dopo una serie di libri accademici acclamati, Lakoff ha deciso di mettere le sue conoscenze scientifiche al servizio di attivisti, difensori dei diritti civili e ambientalisti, femministe e democratici.&nbsp;</p>



<p>Come attivisti, tendiamo a credere che, affinché le persone agiscano per una causa di interesse collettivo, debbano prima comprenderla. Quindi iniziamo illustrandogliela, partendo dai fatti. Ma le scienze sociali hanno da tempo dimostrato che non è così che funzionano le cose. I valori, l’impegno, il senso di appartenenza a un gruppo e il desiderio di assomigliare alle persone che ammiriamo sono fattori che influenzano le nostre azioni molto più dei fatti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Lakoff ha esplorato l’importanza dei valori e i loro legami con la politica nel suo libro&nbsp;<em>Moral&nbsp;Politics: How Liberals and&nbsp;Conservatives&nbsp;Think</em>, pubblicato per la prima volta nel 1996 e successivamente aggiornato. La sua tesi era semplice: i valori che ci guidano nell’accudire i bambini sono le fondamenta della nostra visione del mondo. Sono ciò che utilizziamo come riferimento inconscio per definire le nostre aspirazioni politiche. Lakoff distingue due modelli ideali, ciascuno con una propria coerenza interna, che definisce “padre severo” e&nbsp;“genitore premuroso”. L’originalità e la forza del suo approccio risiedono nel fatto che esso non si concentra sulle idee, ma sull’organizzazione fisica delle nostre reti neurali. Le conseguenze per la comunicazione politica sono di vasta portata.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una questione di frame</strong>&nbsp;</h2>



<p>George Lakoff è noto anche nel campo della comunicazione per il concetto di “frame”. Questo termine descrive uno dei meccanismi mentali più importanti quando si tratta di spiegare come il nostro cervello crea significato. I frame sono le strutture mentali che consentono agli esseri umani di comprendere la realtà e, talvolta, di creare ciò che consideriamo realtà. Un frame è un “campo di esperienza” che ci permette di dare un senso a ciò che ci accade. Descrive persone, oggetti, comportamenti e aspettative. Descrive inoltre spiegazioni e soluzioni ai problemi. Al contrario, esclude altri soggetti, oggetti, spiegazioni e soluzioni. Una sola parola è sufficiente per attivare un frame e, quando un frame viene attivato, mette in luce alcune cose e ne lascia altre nell’oscurità.&nbsp;</p>



<p>Il linguaggio non è neutro: ogni parola che usiamo evoca automaticamente e inconsciamente una serie di collegamenti, idee, giudizi e sensazioni. Questo è fondamentale per gli ecologisti. Parlare di questioni socio-ecologiche e chiedere che i nostri ambienti di vita siano protetti non è la stessa cosa che usare le parole “combattere il cambiamento climatico”. In un caso, stiamo attivando la responsabilità dei “guardiani benevoli”; nell’altro, stiamo parlando più di conflitto, del nemico da affrontare, che mobilita altri tipi di emozioni e azioni. Tutto questo avviene nell’intimità delle nostre reti neurali, che sono a loro volta plasmate dalle nostre esperienze, dal nostro apprendimento, dalla nostra cultura&#8230; e dalla nostra lingua.&nbsp;</p>



<p>La scelta delle parole è quindi fondamentale: parole diverse non attivano le stesse reti neurali; influenzano la nostra percezione del problema e, di conseguenza, le soluzioni che riteniamo appropriate. I frame sono cognitivi prima di essere linguistici. In altre parole, il nostro cervello elabora il significato, intuitivamente e inconsciamente, prima ancora che noi lo “esprimiamo a parole”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Libertà conservatrice</strong>&nbsp;</h2>



<p>Da decenni, ormai, la parola “libertà” è il totem lessicale del campo conservatore. Dietro l’uso conservatore di questa parola apparentemente universale si nasconde un preciso&nbsp;schema ideologico, che Lakoff descrive <a href="https://us.macmillan.com/books/9780312426477/whosefreedom/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in modo approfondito</a>.&nbsp;</p>



<p>In questo contesto, libertà significa soprattutto assenza di vincoli esterni: meno tasse, meno leggi, meno governo. È la libertà di possedere, di decidere per sé stessi, di non essere “tormentati” da regole o norme collettive. Nella sua versione più radicale, è anche la libertà di inquinare, di rifiutare i vaccini o di portare una pistola per strada in nome dell’autonomia individuale. Questa visione, profondamente radicata nella storia politica nordamericana, ma presente anche in Europa, trasforma l’individuo in un’isola la cui libertà è considerata un diritto contro gli altri, non con gli altri. In questa prospettiva, qualsiasi cosa collettiva è un vincolo.&nbsp;</p>



<p>I conservatori definiscono la libertà secondo una logica individualistica e gerarchica, radicata nella metafora morale del padre severo. Questo&nbsp;schema presenta le seguenti caratteristiche:&nbsp;</p>



<p><strong>Libertà dall&#8217;intervento del governo</strong>: i conservatori caratterizzano la libertà come la riduzione al minimo delle dimensioni e dei poteri dello Stato. La libertà è intesa come la capacità degli individui di agire senza vincoli statali, in particolare in materia fiscale, normativa ed economica. Questo&nbsp;schema valorizza la libertà negativa, ovvero la libertà dall’interferenza dello Stato. Libertà = meno Stato, meno regolamentazione.&nbsp;</p>



<p><strong>Libertà legata alla responsabilità individuale e alla moralità economica</strong>: la libertà è intesa anche come la capacità degli individui di assumersi la responsabilità di sé stessi, in un sistema in cui il successo dipende dall’impegno personale e dal merito. Questo schema moralizza l’economia, valorizzando la concorrenza e la responsabilità individuale, mentre rifiuta gli aiuti o gli interventi percepiti come privilegi o dipendenze. Libertà = responsabilità individuale e merito. </p>



<p><strong>Libertà all&#8217;interno di un quadro gerarchico e familiare</strong>: secondo l’analisi di Lakoff, ripresa nella letteratura sul frame, i conservatori utilizzano una metafora morale della famiglia patriarcale, in cui la libertà è associata all’ordine, all’autorità e alla disciplina. Questa visione contrappone la libertà alla permissività e giustifica una gerarchia sociale naturale. Libertà = ordine, autorità e gerarchia morale. </p>



<p><strong>Freedom as the protection of universal individual rights</strong>: nella tradizione liberale anglosassone, la libertà è anche intesa come rispetto dell’autonomia individuale, con lo Stato limitato a garantire i diritti fondamentali, senza un intervento eccessivo nelle scelte personali. Libertà = diritti individuali universali garantiti da uno Stato minimo. </p>



<p>Questi&nbsp;schemi&nbsp;vengono utilizzati per costruire una narrazione coerente, che pone la libertà al centro dei valori, definendola tuttavia in modo tale da legittimare politiche conservatrici volte a limitare lo Stato e promuovere il libero mercato.&nbsp;</p>



<p>I conservatori sono stati in grado di applicare questo&nbsp;schema a ogni aspetto del loro discorso: libertà d’impresa (tradotta in deregolamentazione totale), libertà di espressione (utilizzata per difendere l’incitamento all’odio o il negazionismo climatico), libertà di istruzione (a scapito del servizio di pubblica istruzione), libertà religiosa (utilizzata per opporsi ai diritti delle donne o delle persone LGBTQIA+), ecc. Questa costruzione narrativa è molto efficace nel mobilitare emotivamente una parte dell’elettorato, in particolare la classe media bianca preoccupata per il cambiamento sociale.&nbsp;</p>



<p>Questa narrazione sfrutta una concezione orwelliana della libertà, secondo cui la riduzione dei servizi pubblici diventa una forma di “liberazione” dei cittadini. Un esempio spesso citato è la retorica di Ronald Reagan, che ha reso popolare l’idea che “ridurre le tasse” o “ridurre il campo d’azione del governo” equivalga ad aumentare la libertà individuale. Questa metafora trasforma complesse politiche economiche in un’immagine semplice ed emotiva: meno governo = più libertà. Un altro esempio è la campagna presidenziale di Donald Trump del 2024, che ha ripreso e amplificato questo&nbsp;schema presentando la libertà come la capacità di agire senza l’intervento del governo, in particolare in materia di immigrazione, regolamentazione economica e diritti individuali, mobilitando al contempo una metafora morale familiare (la nazione come una famiglia, dove l’ordine e l’autorità sono essenziali).&nbsp;</p>



<p>Secondo Lakoff, i progressisti hanno abbandonato troppo a lungo il campo lessicale della libertà, lasciandolo nelle mani di coloro che lo hanno trasformato in uno slogan vuoto o in uno scudo ideologico per difendere e promuovere le disuguaglianze. Questo errore strategico ha un costo: quando una singola visione del mondo monopolizza una parola così fondamentale, qualsiasi tentativo di riforma, sia essa economica, sociale o ecologica, può facilmente essere dipinto in modo caricaturale come un attacco contro di essa.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Secondo Lakoff, i progressisti hanno abbandonato troppo a lungo il campo lessicale della libertà.</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ridefinire la libertà</strong>&nbsp;</h2>



<p>“It’s&nbsp;time to&nbsp;reclaim&nbsp;freedom&nbsp;seriously&nbsp;again, and to&nbsp;reformulate&nbsp;a&nbsp;powerful&nbsp;progressive framework&nbsp;around&nbsp;it”.&nbsp;George Lakoff,&nbsp;<em>Whose&nbsp;Freedom?</em>&nbsp;</p>



<p>Lakoff sostiene un approccio alternativo basato sull’eredità storica delle lotte progressiste e sull’estensione dei diritti civili, la tutela dei lavoratori e un più ampio accesso all’assistenza sanitaria. Una libertà collettiva ed emancipante garantisce i mezzi per compiere le proprie scelte (libertà di votare senza ostacoli, libertà di prendersi cura di sé stessi, libertà attraverso l’istruzione pubblica, ecc.).&nbsp;</p>



<p>Per farlo, Lakoff sostiene una narrazione emotiva che mobiliti l’empatia piuttosto che l’interesse personale, la metafora della famiglia (la nazione come una famiglia amorevole che si prende cura dei propri membri) e i valori condivisi (protezione, aiuto reciproco, ecc.). Ci ricorda anche di non adottare il linguaggio dell’altra parte (parlando dei poteri dello Stato), poiché è impossibile non pensare a un elefante.&nbsp;</p>



<p>Nel modello del genitore premuroso, proposto da Lakoff per rappresentare la moralità progressista, la libertà non è un assoluto astratto: è relazionale, contestuale, concreta. È costruita con gli altri e con l’aiuto di istituzioni comuni. Non siamo liberi nella povertà. Non siamo liberi senza assistenza. Non siamo liberi quando&nbsp;non possiamo scegliere la nostra vita. Non saremo liberi in un mondo più caldo di&nbsp;4&nbsp;gradi Celsius. Essere progressisti, quindi, significa difendere una libertà accessibile a tutti. La libertà non può essere prerogativa di pochi a scapito degli altri. È un progetto sociale collettivo.&nbsp;</p>



<p>Ciò significa soprattutto cambiare il nostro linguaggio, i nostri slogan e le nostre narrazioni. Ad esempio:&nbsp;</p>



<p><strong>Libertà di vivere in un mondo abitabile:</strong> il clima non è una questione tecnica, ma una questione di libertà fondamentale. Un pianeta invivibile non offre alcuna libertà di scelta né alcun futuro.&nbsp;</p>



<p><strong>Libertà di decidere del proprio corpo: </strong>il diritto all’aborto non è una questione morale, ma una condizione essenziale per l’autonomia delle donne.&nbsp;</p>



<p><strong>Libertà di prendersi cura di sé stessi, di invecchiare con dignità, di studiare:</strong> questi diritti sono condizioni concrete per l’esercizio della libertà. Senza sicurezza sociale, la libertà diventa un privilegio riservato ai ricchi.&nbsp;</p>



<p><strong>Libertà di non essere discriminati</strong>: la discriminazione razziale, sessista o omofoba priva milioni di persone delle libertà fondamentali nella loro vita quotidiana, come l’alloggio, il lavoro, la sicurezza e l’amore.&nbsp;</p>



<p>Questo lavoro di riformulazione può e deve essere applicato a tutti i settori. Sul piano economico, occorre ribadire come la precarietà ostacoli la libertà: se il salario minimo impedisce di vivere una vita dignitosa, si perde la libertà. Per quanto riguarda gli alloggi e i trasporti pubblici, è necessario sottolineare che riscaldarsi e spostarsi non sono lussi, ma libertà esistenziali. E, per quanto riguarda la democrazia, è necessario insistere sulla libertà di decidere insieme: il diritto di voto, la trasparenza e la partecipazione dei cittadini sono tutti esercizi di libertà collettiva.&nbsp;</p>



<p>Secondo Lakoff, un esempio di successo è stato l’attenzione di Kamala Harris, nella campagna elettorale statunitense del 2024, alla “libertà di vivere con dignità”, combinando i diritti LGBTQIA+ e riproduttivi e la protezione sociale in un unico&nbsp;schema unificante. Kamala Harris ha cercato di recuperare il concetto di libertà, collegandolo a diritti concreti e collettivi: libertà di interessarsi, di votare, di essere protetti socialmente. La sua campagna illustra la strategia di proporre una narrazione alternativa, più inclusiva ed emotivamente mobilitante, in opposizione ai frame conservatori.&nbsp;</p>



<p>Alcuni politici europei ecologisti e progressisti hanno utilizzato narrazioni simili. Angelo Bonelli (Italia) ha affermato: “Non può esserci libertà in una società che ti condanna all’inquinamento, all’insicurezza e all’esclusione”. Jean-Marc&nbsp;Nollet&nbsp;(Belgio) ha sostenuto che “la libertà non significa dover scegliere tra riscaldamento e cibo. Libertà significa poter vivere con dignità, e l’ecologia contribuisce a questo”. E Teresa Ribera (Spagna) ha affermato che “la libertà non consiste nel poter scegliere Uber. Si tratta di riuscire ad arrivare alla fine del mese, respirare aria pulita e avere un futuro”.&nbsp;</p>



<p>Questi esempi mostrano anche come i frame operino attraverso metafore narrative, che semplificano concetti astratti e mobilitano le emozioni, rendendo così possibile controllare il significato politico della libertà. Lakoff insiste sul fatto che la ripetizione e la coerenza di questi&nbsp;schemi&nbsp;nei media e nel discorso politico sono essenziali per la loro efficacia.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p> È riappropriandoci delle parole che possiamo trasformare la nostra immaginazione e, con essa, la&nbsp;realtà</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Libertà: un valore collettivo</strong>&nbsp;</h2>



<p>La libertà non è l’opposto della giustizia sociale, ma la sua promessa. È quindi essenziale rompere la trappola retorica che contrappone libertà e uguaglianza. Dobbiamo dimostrare che regole eque rendono tutti più liberi e che, in questa concezione, lo Stato è il garante di questa libertà, non il suo nemico, e che la solidarietà è un potere liberatorio.&nbsp;</p>



<p>I progressisti e gli ecologisti vogliono più libertà, non meno. Ma per tutti, non solo per pochi. Ed è responsabilità delle autorità pubbliche rendere possibile tutto questo. Questo obiettivo deve essere parte integrante dei nostri discorsi, dei nostri programmi politici, dei nostri manifesti elettorali, ma anche delle nostre storie personali. Dobbiamo dimostrare che le nostre lotte riguardano vite reali, il recupero della dignità, porte che si aprono invece di chiudersi. Dobbiamo difendere l’idea che la regolamentazione, i diritti sociali, i servizi pubblici e la protezione dell’ambiente sono strumenti che rendono la libertà una realtà per tutti.&nbsp;</p>



<p>Rivendicare il concetto di libertà non solo è possibile, ma è anche fondamentale per il progetto ecologista. Perché è riappropriandoci delle parole che possiamo trasformare la nostra immaginazione e, con essa, la&nbsp;realtà. La scelta delle parole è solo la punta dell’iceberg. Comprendere cosa sta succedendo sotto la superficie, elaborare e sviluppare una strategia a lungo termine, è sempre più una componente fondamentale dell’azione politica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="69637f32-1228-4821-ad07-daccbec6fdbe">George Lakoff (2004). <em>Don’t Think of an Elephant!: Know Your Values and Frame the Debate</em>. White River Junction: Chelsea Green Publishing. Una versione aggiornata ed espansa è stata pubblicata nel 2014. <a href="#69637f32-1228-4821-ad07-daccbec6fdbe-link" aria-label="Jump to footnote reference 1"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li></ol>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sguardi su un’altra tecnologia</title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/sguardi-su-unaltra-tecnologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Amir Hashemi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 17:25:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democracy]]></category>
		<category><![CDATA[Big Tech]]></category>
		<category><![CDATA[Capitalism]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Infrastructure]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Sovereignty]]></category>
		<category><![CDATA[Elon Musk]]></category>
		<category><![CDATA[EU]]></category>
		<category><![CDATA[European Union]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom]]></category>
		<category><![CDATA[Space]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42386</guid>

					<description><![CDATA[Come possiamo sottrarre la nostra infrastruttura digitale a miliardari senza scrupoli?, chiede Konrad Bleyer-Simon a Paris Marx.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Lo spostamento a destra di figure di spicco nel mondo della tecnologia ha sfatato ogni mito sulle buone intenzioni dei miliardari della Silicon Valley. Negli ultimi decenni, un piccolo numero di aziende e individui sempre più potenti ha stabilito un semi-monopolio sulle infrastrutture digitali critiche, causando rischi pericolosi per le libertà individuali, la sovranità dei Paesi e il benessere del pianeta. Come possiamo impegnarci per un paradigma tecnologico diverso?</p></div>



<p><strong>Konrad Bleyer-Simon: &nbsp;&nbsp;Nel suo libro <em>Survival of the Richest</em>, il teorico dei media Douglas Rushkoff descrive come molti miliardari del settore tecnologico, se dovessero trovarsi ad affrontare una realtà post-apocalittica, intenderebbero mantenere i sopravvissuti meno ricchi come quasi-schiavi o servitori. Qual è il valore della libertà in una mentalità del genere?</strong></p>



<p><strong>Paris Marx: </strong>I miliardari del settore tecnologico sono particolarmente interessati alla libertà per sé stessi: la possibilità di fare ciò che vogliono senza essere ostacolati dal resto della società o dai governi. Hanno una visione particolare del mondo e non vogliono che il resto della società ostacoli tale visione. Ecco perché assistiamo a questa svolta a destra nel settore tecnologico e, in particolare, a questa tendenza ad avvicinarsi ai governi e a sostenere partiti che garantiscano che non vi siano normative eccessivamente restrittive, tassazioni o indagini antitrust nei confronti loro e delle loro aziende. Elon Musk ha stretto legami con molti leader di estrema destra &#8211; in molte parti del mondo, non solo negli Stati Uniti &#8211; e con persone che promettono di non limitare l’industria tecnologica americana se verranno elette. I miliardari del settore tecnologico stanno anche cercando di usare il potere che hanno acquisito per esercitare pressioni sull’Unione europea e sui governi europei e di altri Paesi.</p>



<p><strong>I miliardari del settore tecnologico si sono sempre presentati come sostenitori di un’ampia gamma di libertà, in particolare della libertà di espressione. Questo posizionamento ha mai rispecchiato la realtà?</strong></p>



<p>L’idea che i leader dell’industria tecnologica siano persone che sostengono la libertà di parola è sempre stata una menzogna, e lo vediamo dal modo in cui agiscono. Il loro attuale progetto di libertà di parola è quello secondo il quale gli intolleranti possono dire tutto ciò che vogliono, non importa quanto possa essere offensivo, senza subire alcuna conseguenza. Allo stesso tempo, se le persone di sinistra dicono qualcosa con cui non sono d’accordo, vengono messe a tacere ed escluse dal dibattito pubblico. Questa interpretazione è molto vicina alla concezione di libertà di espressione sostenuta dalla destra, che mira a promuovere determinati obiettivi politici e a favorire una certa forma di società. Abbiamo visto la destra politica spostarsi sempre più verso gli estremi, ed ora sta esprimendo opinioni che negli anni passati sarebbero state al di fuori dei confini del discorso accettabile. Sta cercando di legittimare la propria capacità di prendere di mira i gruppi minoritari e ridefinire ciò che è considerato accettabile.</p>



<p><strong>Anche le realtà mutevoli giocano un ruolo in questo riposizionamento?</strong></p>



<p>Penso che gran parte di ciò che vediamo abbia a che fare con la quantità senza precedenti di potere e ricchezza che i leader dell’industria tecnologica hanno accumulato negli ultimi due decenni, senza contare che per molti anni è stato loro detto che erano pionieri geniali, che stavano rendendo il mondo un posto migliore. Ora, i governi stanno finalmente iniziando a riconoscere che i modelli di affari creati da questi miliardari comportano danni e svantaggi. Quando i governi inizieranno a prendere seriamente in considerazione indagini antitrust o normative che potrebbero ridurre il loro potere, l’industria tecnologica e i suoi miliardari si troveranno in una posizione di forza per opporsi, come già stanno facendo. Possono sfruttare l’influenza e le risorse accumulate in tutti questi anni per sostenere un programma politico che protegga il loro potere. Hanno trovato questo programma politico nell’estrema destra.</p>



<p><strong>Con gli imprenditori della Silicon Valley sempre più integrati nella sicurezza nazionale e sempre più vicini alle forze autoritarie, ha ancora senso parlare di “libertarismo tecnologico”?</strong><sup data-fn="02cd040f-6fce-4af2-b9de-486abc2c8d3e" class="fn"><a href="#02cd040f-6fce-4af2-b9de-486abc2c8d3e" id="02cd040f-6fce-4af2-b9de-486abc2c8d3e-link">1</a></sup></p>



<p>Il libertarismo tecnologico è sempre stato più una strategia di marketing che altro. Negli Stati Uniti, in particolare, la tecnologia ha una relazione di lunga data con il governo. Allo stesso tempo, c’è stato un periodo in cui queste aziende volevano apparire più indipendenti: c’erano l’industria tecnologica sulla costa occidentale della California e il governo sulla costa orientale a Washington. Secondo questa narrazione, il governo violerebbe i diritti dei cittadini, mentre la tecnologia sarebbe presentata come un salvagente contro il potere totalitario dello Stato. Questo tipo di idee è molto diffuso, specialmente nelle comunità di hacker.</p>



<p>Ora, quei rapporti con il governo stanno tornando alla luce. I miliardari del settore tecnologico stanno assumendo ruoli governativi in modo esplicito, cercando di influenzare il modo in cui opera il governo degli Stati Uniti e le decisioni che prende. Non sono solo Elon Musk e il DOGE a cambiare il governo americano; ci sono anche Peter Thiel e la sua azienda Palantir, che stanno cercando di rivoluzionare il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono gli appalti militari. Vogliono che il governo acquisti molti più prodotti dalle aziende nate dopo gli anni 1990, che solitamente associamo a Internet. Se non lo faranno, sostengono che la Cina potrebbe vincere [la battaglia geopolitica]. Quindi stanno esplicitamente inquadrando l’industria tecnologica come qualcosa su cui è necessario concentrarsi per difendere il potere americano nel XXI secolo, il che è molto diverso dal tipo di argomentazioni e retorica che abbiamo sentito nei decenni passati.</p>



<p><strong>I</strong> <strong>governi di Cina, Russia e alcuni Paesi occidentali utilizzano sempre più spesso le tecnologie digitali per controllare e sorvegliare le loro popolazioni o addirittura altre nazioni. Sono questi Stati autoritari il fattore di rischio su cui dobbiamo concentrarci, oppure è la collaborazione volontaria delle grandi aziende tecnologiche che consente l’ascesa dell’autoritarismo digitale?</strong></p>



<p>Queste questioni sono distinte, ma forse non così distinte come le aziende tecnologiche vorrebbero farci credere. Penso che ci siano problemi seri in Paesi come la Cina e la Russia e nel modo in cui utilizzano le tecnologie digitali nelle loro società. Allo stesso tempo, però, penso anche che tendiamo a sottovalutare i rischi che le tecnologie digitali comportano negli Stati Uniti e in Europa, perché molte di queste infrastrutture tecnologiche sono create da aziende private e implementate con il pretesto di liberarci dalla morsa del governo. Infatti, il settore privato, costruendo tutte queste infrastrutture, ha reso possibile la creazione di quello che è probabilmente l’apparato di sorveglianza più completo della storia. E queste tecnologie non sono state sottoposte al tipo di controllo che avrebbero ricevuto se fossero state sviluppate dai governi.</p>



<p>Queste grandi aziende tecnologiche hanno costruito un modello di business incentrato sulla raccolta massimale di dati. I servizi segreti hanno potuto sfruttare tale infrastruttura per sorvegliare le popolazioni in patria e all’estero, su una scala che probabilmente non avremmo mai potuto immaginare in passato. È facile puntare il dito contro i Paesi in cui lo Stato è più coinvolto e vedere l’autoritarismo digitale, ma anche ciò che sta accadendo nelle nostre società rappresenta una seria minaccia.</p>



<p><strong>Per molti anni Internet è stato un fattore abilitante dei movimenti per la libertà e uno spazio in cui soggetti ben intenzionati potevano collaborare e scambiarsi idee. Esiste ancora questo Internet libero?</strong></p>



<p>È difficile da dire. Ci sono persone nostalgiche, che dicono che potremmo semplicemente tornare a come erano le cose negli anni 1990 o nei primi anni 2000, prima che le grandi aziende prendessero il sopravvento. Ma queste tendono a dimenticare che all’epoca erano molte meno le persone che utilizzavano Internet. Negli ultimi due decenni, sono state le principali aziende tecnologiche a rendere Internet accessibile alle persone che non possedevano un elevato livello di competenze tecniche. Penso che sia una cosa positiva.</p>



<p>Tuttavia, a causa di queste narrazioni, che descrivevano Internet come un luogo meraviglioso, e di tutti i vantaggi che i Paesi hanno tratto dall’accesso alla rete da parte della popolazione, i governi non hanno voluto considerare i potenziali svantaggi o danni derivanti da queste aziende e dalle loro attività. Come ho detto prima, quando i governi hanno deciso di agire, queste aziende avevano già acquisito un potere maggiore per opporre resistenza.</p>



<p>Oggi esistono alcuni buoni esempi di Internet più progressista, come le app decentralizzate e gli strumenti open source, ma molte persone non li utilizzano perché richiedono un livello più elevato di competenze tecniche. La maggior parte delle persone è bloccata su piattaforme dannose, piene di discorsi di destra e intolleranza. Per questo motivo, credo che l’unico modo praticabile per migliorare Internet sia che i governi comprendano la necessità di un’alternativa. Nella storia abbiamo spesso constatato che in alcuni settori il mercato non sempre funziona correttamente e che è necessario l’intervento delle istituzioni pubbliche: esistono emittenti, servizi postali e persino banche pubbliche, ed è giunto il momento di riflettere seriamente su quali potrebbero essere le soluzioni pubbliche nel campo della tecnologia digitale.</p>



<p><strong>Qualcosa come una piattaforma social media di servizio pubblico?</strong></p>



<p>È possibile. Esistono diversi approcci e alternative, che mettono in discussione l’idea dominante secondo cui questi servizi devono avere valutazioni elevate quando vengono quotati in borsa e devono diventare “il nuovo unicorno”. Ma, in molte delle nuove soluzioni, il ruolo degli operatori privati è ancora troppo pronunciato, anche se sono sostenuti dal settore pubblico. Mi chiedo se arriverà il momento in cui riconosceremo che il settore privato semplicemente non sarà in grado di fornire determinate forme di tecnologia digitale.</p>



<p>Dobbiamo anche accettare l’idea di poter istituire enti pubblici e conferire loro un mandato e finanziamenti sufficienti affinché possano iniziare a lavorare su tecnologie digitali pubbliche, che non debbano necessariamente perseguire fini di lucro, massimizzare il valore per gli azionisti o ottenere una valutazione molto elevata al momento della quotazione in borsa. Queste istituzioni possono invece concentrare le loro risorse sullo sviluppo di tecnologie che offrono importanti benefici pubblici.</p>



<p><strong>Qual è la sua impressione sull’approccio europeo alla regolamentazione delle grandi aziende tecnologiche, che pone grande enfasi sulla tutela della libertà di espressione e sulla trasparenza?</strong></p>



<p>Poiché è grande e influente e poiché ha adottato tempestivamente le sue normative in materia di tecnologia, l’Unione europea ha influenzato le decisioni di molti altri Paesi. Grazie al potere di mercato di cui dispone, l’UE può stabilire regole che le aziende sono tenute a rispettare, anche al di fuori dei propri confini. Ma, nel corso del tempo, sono state mosse anche critiche nei confronti dei tipi di regolamentazioni perseguite dall’Unione europea, e molte di esse sono giustificate. Il regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), ad esempio, è troppo incentrato sui diritti individuali invece di pensare in modo più collettivo o di limitare in modo più serio la quantità di dati raccolti e trasmessi.</p>



<p>L’UE spesso affronta tali questioni attraverso l’ottica dei mercati e del commercio. Le normative UE e le misure antitrust causano certamente alcuni fastidi marginali alle grandi aziende, ma non riescono ancora a smantellare il potere dei giganti tecnologici per avviare una trasformazione su larga scala. Grazie alle normative dell’UE, è possibile scegliere il browser o l’app store che si desidera utilizzare, ma le grandi aziende tecnologiche continuano a dominare il mercato: basta che modifichino leggermente le loro pratiche per diventare un po’ più amichevoli. Spero che, negli anni a venire, l’UE diventi più aggressiva nelle normative che persegue.</p>



<p>Mentre continuano le discussioni su EuroStack<sup data-fn="9e4d3c49-8489-4f6c-a2e5-948bdd7f6d21" class="fn"><a href="#9e4d3c49-8489-4f6c-a2e5-948bdd7f6d21" id="9e4d3c49-8489-4f6c-a2e5-948bdd7f6d21-link">2</a></sup> o, in generale, sulla sovranità digitale europea, sarà necessario non solo finanziare alternative, ma anche controllare in modo più aggressivo ciò che già esiste sul mercato. Questo approccio è necessario per allineare il contesto generale ai nuovi standard e alle nuove aspettative dell’Unione europea e renderà più facile per le aziende e i servizi alternativi competere adeguatamente con i giganti del settore.</p>



<p>Infine, devo sottolineare che esiste già una più ampia coalizione di Paesi che vogliono frenare le aziende tecnologiche americane e il loro potere. C’è un grande potenziale nel lavorare in modo collaborativo sulle risposte, specialmente alla luce dell’atteggiamento aggressivo e bellicoso dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti, che cerca di esercitare pressioni sui singoli Paesi.</p>



<p><strong>Quale concezione di libertà avrebbe più senso alla luce dei rischi e delle opportunità offerte dalla tecnologia?</strong></p>



<p>Non sono sicuro di essere pronto ad affrontare la questione più ampia di cosa sia la libertà, ma, se guardiamo alle infrastrutture digitali, ai servizi e alle piattaforme da cui attualmente dipendiamo, questi hanno creato un’idea particolare di come utilizziamo Internet e di come comunichiamo online. Ciò ha ovviamente portato a molte conseguenze negative, che sono solo peggiorate nel corso degli anni, con le aziende tecnologiche e i loro dirigenti che hanno massimizzato il proprio potere e la propria ricchezza a scapito dei benefici che le loro piattaforme avrebbero dovuto fornire.</p>



<p>Internet, così com’è oggi, non garantisce né le libertà degli utenti né dà priorità al bene collettivo. Le piattaforme dei social media sono piene di argomenti di destra e intolleranti e di una serie di immagini e video generati dall’intelligenza artificiale.</p>



<p>Queste piattaforme non danno priorità al tipo di informazioni che consentirebbe di comunicare con le persone a cui si tiene o che aiuta a esercitare le proprie libertà. La domanda è: come possiamo promuovere un tipo diverso di libertà digitale? A mio avviso, per raggiungere questo obiettivo occorre un approccio completamente diverso. Dobbiamo ripensare le fondamenta su cui è stato costruito questo settore.</p>



<p><strong>In che modo i partiti progressisti come i Verdi dovrebbero promuovere una tecnologia migliore?</strong></p>



<p>Per quanto riguarda i partiti ecologisti, probabilmente porrei l’accento sulla questione della sostenibilità. Il modo in cui è stata sviluppata la tecnologia digitale non solo viola le libertà e i diritti delle persone e consente la sorveglianza di massa e la raccolta di dati, ma è anche dannoso per l’ambiente.</p>



<p>Tuttavia, quando parliamo di tecnologia digitale, la sostenibilità non è una questione a cui pensiamo molto, perché l’industria ci ha venduto questa fantasia secondo cui la tecnologia digitale è pulita, ecologica ed efficiente. Ma, in realtà, la catena di approvvigionamento di queste tecnologie dipende da un’attività mineraria molto inquinante. Alla fine del processo si produce una grande quantità di chip tossici e rifiuti elettronici. Negli ultimi due anni abbiamo assistito a un boom dell’intelligenza artificiale generativa, che ha coinciso con una massiccia espansione dei data center hyperscale, che richiedono non solo grandi quantità di elettricità e acqua, ma anche di minerali. Stiamo assistendo a nuovi investimenti record nelle infrastrutture per i combustibili fossili, destinate a soddisfare questa crescente domanda di energia.</p>



<p>Mettere in discussione il modello sottostante significa anche pensare se l’IA generativa sia sufficientemente vantaggiosa da giustificare tutte le risorse che richiede o se abbiamo davvero bisogno di tutta la potenza di calcolo che queste grandi aziende tecnologiche ci vendono. A causa della finanziarizzazione dello sviluppo tecnologico e della costante necessità di aumentare il valore per gli azionisti, Amazon, Microsoft e Google hanno bisogno che i loro affari nel cloud crescano ogni anno. Ciò significa che continuano a imporre alle nostre società processi sempre più complessi dal punto di vista computazionale e, in generale, un carico di calcolo sempre maggiore.</p>



<p><em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="02cd040f-6fce-4af2-b9de-486abc2c8d3e">Quinn Slobodian &amp; Aro Velmet (2025). “Far-right foreign policy in the age of MAGA 2.0”. Eurozine. 15 aprile 2025.<br>Disponibile all’indirizzo &lt;https://www.eurozine.com/slobodian-foreign-policy/>. <a href="#02cd040f-6fce-4af2-b9de-486abc2c8d3e-link" aria-label="Jump to footnote reference 1"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="9e4d3c49-8489-4f6c-a2e5-948bdd7f6d21">Un’iniziativa che comprende IA sovrana, ecosistemi open source, super-calcolo verde, dati comuni e cloud sovrano in Europa. <a href="#9e4d3c49-8489-4f6c-a2e5-948bdd7f6d21-link" aria-label="Jump to footnote reference 2"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li></ol>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“Non più gli Alessandro, i Napoleone o gli Attila”: genere, illiberalismo e resistenza silenziosa</title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/non-piu-gli-alessandro-i-napoleone-o-gli-attila-genere-illiberalismo-e-resistenza-silenziosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio De Carolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 16:05:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democracy]]></category>
		<category><![CDATA[Authoritarianism]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42409</guid>

					<description><![CDATA[Andrea Pető riflette sull'importanza della perseveranza morale di fronte a una sconfitta apparente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Fino a poco tempo fa, pochi consideravano lo scrittore austriaco Stefan Zweig (1881-1942) come una voce significativa nell’impegno politico. La sua opera, scritta nel contesto della guerra incombente e dell’ascesa del fascismo, racconta la sensazione familiare di vedere il mondo precipitare nel caos e di sentirsi impotenti nel fermarlo. Tuttavia, dietro queste osservazioni, si nasconde una prospettiva sfumata sulla risposta intellettuale al collasso sistemico, che offre spunti inaspettati a chi oggi si trova ad affrontare sfide simili. </p></div>



<p>Oggi nel mondo si dorme meno; le notti sono più lunghe e le giornate più lunghe”. Scritte da Stefan Zweig nel 1914, queste parole sono ancora attuali oggi. Nato in una famiglia ebrea colta di Vienna, capitale dell’Austria-Ungheria multietnica, Zweig &#8211; uno degli scrittori più tradotti degli anni 1920 e 1930 &#8211; era convinto dell’importanza di un’Europa unita, dello scambio culturale, della libera circolazione, del rispetto e della tolleranza. La sua disperazione per la crescita del nazionalismo in Europa e i timori per la propria incolumità lo spinsero ad emigrare dall’Austria nel 1934 &#8211; prima nel Regno Unito, poi negli Stati Uniti e infine in Brasile &#8211; e alla fine a suicidarsi otto anni dopo. </p>



<p>Oltre alle sue opere di narrativa, Zweig è famoso soprattutto per le sue biografie storiche, in particolare quella dedicata al pensatore umanista e teologo del XVI secolo Erasmo da Rotterdam (1466-1536). Sebbene oggi sia meno famoso del programma di borse di studio dell’Unione europea che porta il suo nome, Erasmo ebbe una vita straordinaria, che Zweig raccontò in un testo completato nel 1934 mentre viveva nella sua “Villa in Europa” a Salisburgo. </p>



<p>Non&nbsp;è un caso che Zweig si sia concentrato sulla vita di Erasmo mentre cercava risposte alle sue domande. Entrambi erano convinti sostenitori di un’Europa unita in un periodo di forte divisione e violenza (causate rispettivamente dalle due guerre mondiali e dall’inizio della riforma protestante) e si impegnarono per mantenere la dignità umana e trovare una “via di mezzo”, guadagnandosi il disprezzo di entrambe le parti contrapposte. Ed entrambi hanno vissuto in un’epoca in cui la produzione, la condivisione e l’autorizzazione delle conoscenze che erano alla base del lavoro della loro vita erano minacciate.&nbsp;</p>



<div id="mailchimpForm" class="wp-block-ldgejblocks-ld-mailchimp-block background-dark" data-layout="1"></div>



<p>I parallelismi con il mondo odierno sono inequivocabili. Nel mondo accademico, il panorama attuale <a href="https://www.universityworldnews.com/post.php?story=20241126095723241">presenta </a>una convergenza senza precedenti di sfide, poiché gli istituti di istruzione superiore a livello globale si muovono in un terreno complesso caratterizzato da instabilità economica, tensioni geopolitiche crescenti e paradigmi politici contrastanti, spesso determinati da strutture neo-liberiste e illiberali che si sovrappongono. Questa crisi multidimensionale potrebbe essere giustamente definita come la “tempesta perfetta” del mondo accademico: un momento storico critico in cui convergono molteplici minacce esistenziali, che mettono fondamentalmente in discussione le basi consolidate dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica. </p>



<p>In questo contesto turbolento, i principi fondamentali che tradizionalmente hanno sostenuto le istituzioni accademiche sono oggetto di crescenti contestazioni, mentre le metodologie scientifiche e gli approcci pedagogici consolidati sono sottoposti a un esame sempre più attento. Allo stesso tempo, la fiducia dell’opinione pubblica nel valore intrinseco dell’istruzione superiore continua a diminuire rapidamente, accompagnata da una persistente erosione della credibilità istituzionale, che mina ulteriormente la posizione sociale e la rilevanza percepita del mondo accademico.&nbsp;</p>



<p>In questo periodo difficile, la disciplina degli studi di genere è diventata un bersaglio evidente. I programmi di studi di genere e studi sulle donne sono stati chiusi in Paesi come gli Stati Uniti, mentre in Ungheria gli studi di genere <a href="https://theconversation.com/gender-studies-banned-at-university-the-hungarian-governments-latest-attack-on-equality-103150">sono stati cancellati</a> dall’elenco degli studi accreditati senza alcuna spiegazione nel 2018. Gli attacchi a questo campo di studio interdisciplinare sono diventati uno strumento retorico centrale degli sforzi illiberali volti a determinare il significato di “scienza” per un pubblico più ampio, creando un nuovo consenso su ciò che dovrebbe essere considerato normalizzato, legittimo e scientifico. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Ideologia di genere”</strong>&nbsp;</h2>



<p>Non sorprende che le forze illiberali si siano concentrate sugli<a href="https://visegradinsight.eu/why-the-war-on-gender-ideology-matters-and-not-just-to-feminists/"> studi di genere</a> nell’ambito dei loro più ampi sforzi volti a controllare la creazione e la diffusione della conoscenza. Il genere come categoria occupa una posizione simbolica significativa all’interno della narrazione contro-egemonica promossa da tali movimenti. L’opposizione a una “ideologia di genere” costruita ad arte funziona come un meccanismo per rifiutare molteplici aspetti dell’ordine socio-economico contemporaneo, che comprende la politica identitaria e lo schema dei diritti umani. Quest’ultimo diventa un “significante vuoto”, utilizzato esclusivamente per ottenere vantaggi politici. Questa strategia retorica presuppone l’esistenza di un programma di genere monolitico e uniforme, che viene descritto come potente e minaccioso. </p>



<p>Tuttavia, ciò rappresenta solo una dimensione dei complessi processi discorsivi in atto. Altrettanto significativo è l’uso strategico del genere da parte dell’illiberalismo come “collante simbolico”, un <a href="https://politicalcritique.org/long-read/2017/gender-as-symbolic-glue-how-gender-became-an-umbrella-term-for-the-rejection-of-the-neoliberal-order/">costrutto metaforico</a> che sfrutta le ansie collettive relative alla trasformazione sociale e reindirizza l’attenzione dell’opinione pubblica verso specifiche questioni sociali. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>In questo periodo difficile, la disciplina degli studi di genere è diventata un bersaglio evidente.</p>
</blockquote>



<p>Negli stati illiberali, il genere è stato sistematicamente utilizzato come “collante simbolico” attraverso una strategia discorsiva in due fasi: inizialmente, diverse questioni controverse sono state raggruppate sotto la classificazione generica di “programma progressista”. Successivamente, basandosi su una percezione deliberatamente costruita del genere come intrinsecamente minaccioso, è stato introdotto il concetto di “ideologia di genere” per indicare una presunta minaccia alla stabilità sociale.&nbsp;</p>



<p>Questo è un esempio fondamentale di come il linguaggio possa essere utilizzato al servizio di programmi politici. Presentando il genere come una minaccia fondamentale, i sostenitori di questa idea cercano di manipolare l’opinione pubblica, alimentando un clima di paura e incomprensione intorno alle questioni dell’identità di genere e dell’uguaglianza.&nbsp;</p>



<p>Si consideri, ad esempio, il dibattito politico sull’educazione di genere nelle scuole. I sostenitori del movimento anti-genere spesso affermano che i programmi scolastici inclusivi, che mirano a educare i giovani sulle diverse identità ed espressioni di genere, minano i valori familiari tradizionali e rappresentano un pericolo per lo sviluppo morale dei bambini. Questa narrazione sostiene che accettare e riconoscere identità di genere diverse costituisca un’imposizione radicale sulle norme sociali. Questo sviluppo può essere interpretato come un fallimento della rappresentanza democratica. Ciò implica che il processo democratico, che idealmente accoglie punti di vista diversi e promuove il dialogo, abbia in qualche modo fallito, trascurando le voci di coloro che sostengono le norme di genere tradizionali.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Genere e democrazia</strong>&nbsp;</h2>



<p>Infatti, è proprio il movimento anti-genere, che ha guadagnato terreno in varie parti del mondo, a rappresentare una sfida profonda ai principi della governance democratica. In senso lato, questo movimento si oppone al riconoscimento e alla promozione dell’uguaglianza di genere e dei diritti dei generi e delle sessualità emarginati, minando le fondamenta stesse su cui si basano le democrazie liberali: i principi di uguaglianza, inclusività e rispetto dei diritti individuali.&nbsp;</p>



<p>Fondamentalmente, il movimento anti-genere propone un’ideologia regressiva, che mira a rafforzare le norme e le gerarchie di genere tradizionali. Sostenendo un’interpretazione restrittiva del genere, spesso legata al determinismo binario e biologico, questo movimento rischia di smantellare i progressi compiuti dalle società democratiche in materia di diritti umani e giustizia sociale. Una posizione del genere&nbsp;non&nbsp;solo nega le esperienze di vita e le identità delle persone che&nbsp;non&nbsp;si conformano ai ruoli di genere tradizionali, ma favorisce anche un clima di intolleranza e discriminazione, in cui i diritti dei gruppi emarginati vengono banalizzati o attivamente ostacolati.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, le tattiche del movimento anti-genere spesso prevedono la diffusione di disinformazione e paura, creando un clima in cui i diritti individuali vengono messi in contrapposizione gli uni agli altri. Questa retorica antagonistica può portare all’adozione di misure legislative che mirano a ridurre le tutele e i diritti sanciti dalla legge e dalle norme sociali, minando i principi di uguaglianza davanti alla legge e di non discriminazione, che sono fondamentali per il funzionamento della democrazia. In questo modo, il movimento contesta politiche specifiche e cerca di delegittimare i processi di deliberazione democratica che consentono di ascoltare voci diverse. </p>



<p>Inoltre, il movimento anti-genere collabora spesso con ideologie populiste e di estrema destra, che possono sfruttare le insicurezze economiche e sociali per ottenere potere politico. Presentando il proprio programma come una difesa dei “valori tradizionali”, queste coltivano una narrazione che posiziona coloro che sostengono i diritti di genere come una minaccia alla coesione sociale piuttosto che come cittadini meritevoli di riconoscimento, delegittimando così i loro sforzi. Questa tattica polarizza ulteriormente l’opinione pubblica e soffoca il dialogo costruttivo, rendendo sempre più difficile raggiungere un consenso sui principi democratici che tengono conto della diversità. </p>



<p>Infine, opponendosi all’inclusione di identità di genere diverse e minando i diritti dei gruppi emarginati, il movimento anti-genere cerca di affermare una visione monolitica della società che è antitetica al pluralismo democratico. Per salvaguardare la democrazia, le società devono riconoscere e contrastare le ideologie che stanno alla base di questo movimento, riaffermando l’impegno a favore dell’uguaglianza, dei diritti umani e della dignità di tutti gli individui come elementi fondamentali del tessuto democratico. La lotta contro il movimento anti-genere&nbsp;non&nbsp;è solo una battaglia sulla politica di genere, ma una lotta fondamentale per l’anima stessa della democrazia.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La lotta contro il movimento anti-genere non è una lotta fondamentale per l’anima stessa della democrazia. </p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La volontà di resistere</strong>&nbsp;</h2>



<p>Da oltre un decennio, gli accademici nel campo degli studi di genere in Europa e oltre si sentono impotenti di fronte alla trasformazione globale dell’istruzione superiore e all’avanzata aggressiva delle forze anti-liberali<sup> </sup>&#8211; che si manifesta con la revoca di programmi accreditati senza spiegazioni, molestie e minacce nei confronti dei professionisti degli studi di genere, il licenziamento degli accademici che protestano e persino l’esilio forzato dell’università di maggior successo di un Paese (l’Università dell’Europa centrale dall’Ungheria) dopo una lunga battaglia legale e nonostante le proteste diffuse. </p>



<p>Non è la prima volta nella storia che la sensazione di trovarsi davanti a un nemico schiacciante ha oscurato le nostre notti, i nostri sogni e le nostre interazioni quotidiane. Quando furono minacciati in circostanze simili, sia Erasmo che Zweig riuscirono a trasferirsi altrove. Ma oggi la libera circolazione è un privilegio di cui godono pochi. Mentre accademici e istituzioni di alto profilo come la CEU possono trasferirsi da Paesi in cui l’anti-liberalismo ha preso il sopravvento, altri non sono in grado di farlo e devono sopportare le conseguenze quotidiane del vivere e lavorare sotto un regime autoritario. Cosa possono fare allora quando sembra che non ci sia nulla da fare? </p>



<p>Per Zweig, figure come Erasmo, nonostante i loro apparenti fallimenti durante la loro vita, incarnavano una visione orientata al futuro, che trascendeva le difficoltà contemporanee. È proprio questo concetto di “<a href="https://doi.org/10.1080/00787191.2022.2095801">vincitore nella sconfitta</a>”che fornisce un quadro di riferimento profondo per comprendere la resilienza nei momenti difficili. In tutte le sue opere, Zweig suggerisce che ciò che conferisce alle persone e alle nazioni la loro “vera e sacra misura”, ciò che costituisce il vero eroismo, non sono i successi immediati rappresentati da figure come “Alessandro, Napoleone, Attila”, ma piuttosto la ricerca di ideali più elevati attraverso una dedizione silenziosa e persistente, soprattutto quando la speranza di un cambiamento in meglio è scarsa. La vera vittoria risiede nel progresso della conoscenza e della comprensione umana. </p>



<p>Mentre ci ritroviamo nuovamente in un “mondo insonne”, guardando il telegiornale fino a tarda notte, sentendoci impotenti e trovando solo eroi ed eroine assenti, questa fede nel potere duraturo della speranza e degli ideali e nell’evitare il confronto aperto, anche nei momenti difficili, è profondamente liberatoria. Ma quale forma assumerebbe una risposta del genere nel contesto delle sfide fondamentali che devono affrontare il mondo accademico e, in particolare, gli specialisti degli studi di genere?&nbsp;</p>



<p>Mentre le forze illiberali <a href="https://visegradinsight.eu/why-the-war-on-gender-ideology-matters-and-not-just-to-feminists/">conquistano le istituzioni</a>, la resistenza si sviluppa all’interno di reti invisibili e può provenire da luoghi inaspettati, in linea con le intuizioni di Zweig. Le pubbliche organizzazioni di istruzione superiore e professionali ancora operative <a href="https://www.universityworldnews.com/post.php?story=20241126095723241">possono svolgere un ruolo chiave</a> in questo senso. È necessario un approccio che rafforzi queste comunità professionali sul posto per proteggere le idee e fungere da base per la resistenza. Gli intellettuali di oggi possono creare strutture resilienti in grado di resistere alle forze polarizzanti, aderendo a queste organizzazioni e costruendo reti basate su principi etici condivisi piuttosto che su affinità personali. L’approccio del “vincitore nella sconfitta” richiede anche intelligenza emotiva sotto pressione, comprendente l’accettazione del fatto che alcuni colleghi potrebbero avere priorità diverse o non avere l’energia per opporre resistenza. Mantenere la comunicazione con questi potenziali alleati senza allontanarli mantiene aperte le possibilità di una futura collaborazione. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Zweig suggerisce che il vero eroismo sta nella ricerca di ideali più elevati attraverso una dedizione silenziosa e persistente.</p>
</blockquote>



<p>Inoltre, gli studiosi nel campo degli studi di genere hanno compreso che un coinvolgimento strategico nel dibattito pubblico è <a href="https://doi.org/10.18452/27986">fondamentale</a>. La decisione presa da milioni di persone di abbandonare determinate piattaforme sociali per convinzione politica, per quanto animata da buone intenzioni, li priva di uno spazio in cui esprimere le proprie opinioni e li costringe al compito poco invidiabile di individuare e scegliere tra alternative a malapena funzionanti. Inoltre, lasciano queste piattaforme a disposizione delle forze illiberali. </p>



<p>In un mondo altamente mediatizzato, dove la copertura mediatica di un evento è più importante dell’evento stesso, le competenze mediatiche sono fondamentali. La comunicazione accessibile, in particolare, è uno strumento potente contro l’illiberalismo. I movimenti illiberali spesso hanno successo utilizzando un linguaggio populista e facilmente comprensibile. Al contrario, il gergo tecnico e la terminologia inglese utilizzata dagli accademici possono creare delle barriere. Spiegare concetti complessi in termini semplici può aiutare a raggiungere un pubblico più ampio. Inoltre, anziché partecipare a dibattiti caratterizzati come “pro o contro” i diritti fondamentali, gli esperti dovrebbero riformulare le discussioni intorno a problemi specifici, che possono essere affrontati attraverso la ricerca.&nbsp;</p>



<p>Le tattiche pratiche includono intessere relazioni con influencer dei social media, sfruttare le organizzazioni e le risorse esistenti, invocare schemi consolidati in materia di diritti umani e riconoscere che i conflitti, se gestiti strategicamente, possono creare opportunità politiche.&nbsp;</p>



<p>Anche la volontà personale di resistere <a href="https://doi.org/10.18452/27986">è importante</a>. Essere preparati al peggio, stabilire protocolli di sicurezza per l’impegno sui social media, rispondere con fermezza alle minacce, scegliere strategicamente le battaglie e riconoscere quando il silenzio diventa una forma di resistenza che nega ai sistemi illiberali i loro obiettivi preferiti diventano tutte pratiche essenziali. </p>



<p>La visione di Zweig ci ricorda che, anche in una sconfitta apparente, l’impegno costante a favore della dignità umana e dei valori democratici racchiude un potenziale di trasformazione. Come aveva capito, a volte la vittoria più profonda consiste semplicemente nel rifiutarsi di abbandonare i propri principi di fronte all’oppressione.&nbsp;</p>



<p> <em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pionieri del Baltico: ridefinire la sicurezza europea </title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/pionieri-del-baltico-ridefinire-la-sicurezza-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio De Carolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 12:06:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Post-Growth]]></category>
		<category><![CDATA[Baltics]]></category>
		<category><![CDATA[Conflict]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Estonia]]></category>
		<category><![CDATA[EU]]></category>
		<category><![CDATA[European Union]]></category>
		<category><![CDATA[Latvia]]></category>
		<category><![CDATA[Lithuania]]></category>
		<category><![CDATA[Militarisation]]></category>
		<category><![CDATA[Neoliberalism]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Security]]></category>
		<category><![CDATA[Social Justice]]></category>
		<category><![CDATA[Ukraine]]></category>
		<category><![CDATA[War]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42389</guid>

					<description><![CDATA[La resilienza è molto più che semplice potere militare, scrive Arūnas Burinskas.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, la sicurezza è diventata la questione più urgente in Lettonia, Lituania ed Estonia, tutti Paesi che in passato facevano parte dell’Unione Sovietica. Ma, sebbene la preparazione militare sia una componente essenziale della difesa nazionale, concentrarsi prevalentemente sul potere militare rischia di indebolire la coesione sociale e di esacerbare le disuguaglianze causate da decenni di governance economica neoliberista.&nbsp;</p></div>



<p>Trent’anni&nbsp;fa, Estonia, Lettonia e Lituania sono riemerse sulla scena mondiale dopo decenni di controllo sovietico. La loro ritrovata indipendenza ha acceso speranze di democrazia, prosperità e appartenenza sicura alla più ampia famiglia europea. Oggi, queste speranze si sono concretizzate in modo significativo: gli Stati baltici vantano l’adesione all’Unione Europea e alla NATO, industrie modernizzate e, in alcuni casi, una straordinaria innovazione digitale. Ma sotto la superficie si nasconde una realtà più complessa: decenni di riforme&nbsp;neo-liberiste&nbsp;&#8211; rapida privatizzazione, deregolamentazione e austerità di bilancio &#8211; hanno portato a un’elevata disuguaglianza, a un’emigrazione su larga scala e alla sfiducia nelle istituzioni politiche.&nbsp;</p>



<p>Con la Russia che mostra la volontà di ridisegnare i confini e di impegnarsi in una guerra ibrida, gli Stati baltici hanno comprensibilmente dato priorità alla difesa. Investono ingenti somme in eserciti, controlli alle frontiere ed esercitazioni di preparazione. Ma, se alcuni segmenti della popolazione si sentono esclusi o abbandonati, i carri armati e i caccia possono garantire da soli la sicurezza?&nbsp;</p>



<p>Alcuni esperti di politica sostengono che la vera resilienza&nbsp;richieda&nbsp;una preparazione diversa, che bilanci la difesa nazionale con la coesione sociale e il benessere collettivo. Questa visione più ampia, spesso descritta come “sicurezza globale”, richiede sistemi di Stato sociale solidi, una cittadinanza attiva e un’economia che sia al servizio di molti, non solo di pochi.&nbsp;</p>



<div id="mailchimpForm" class="wp-block-ldgejblocks-ld-mailchimp-block background-dark" data-layout="1"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’eredità neoliberista</strong>&nbsp;</h2>



<p>Quando l’Unione Sovietica è crollata, gli Stati baltici sono diventati il terreno di prova per esperimenti di terapia d’urto: il rapido smantellamento dei monopoli statali e la drastica liberalizzazione del commercio. Da un giorno all’altro, le industrie un tempo sostenute dalla pianificazione sovietica si trovarono ad affrontare la concorrenza internazionale. Gli investitori stranieri arrivarono, pronti ad acquisire beni appena privatizzati a prezzi stracciati. Nel frattempo, un’élite locale, spesso ben connessa ai circoli politici, è emersa con partecipazioni di controllo in settori chiave.&nbsp;</p>



<p>Agli occhi degli estranei, la trasformazione potrebbe essere sembrata abbagliante: nuovi grattacieli scintillanti a Tallinn, Riga e Vilnius, con marchi occidentali che attiravano l’attenzione dalle affollate vie commerciali. L’Estonia ha abbracciato con successo la governance digitale, guadagnandosi una reputazione per le soluzioni elettroniche in ogni ambito, dalla dichiarazione dei redditi al voto online. Ma questi successi spesso nascondono divisioni più profonde. Nelle piccole città, le fabbriche chiudono, lasciando i lavoratori senza lavoro e le comunità alla ricerca di un nuovo scopo. Gli anziani con pensioni modeste hanno assistito all’aumento del costo della vita, mentre i giovani professionisti hanno valutato la possibilità di trasferirsi in Europa occidentale per ottenere salari più alti.&nbsp;</p>



<p>Questa transizione improvvisa è stata spesso salutata come il costo necessario per “colmare il divario” con l’Occidente. Eppure, per molte famiglie, era come essere alla deriva in un mondo caratterizzato da prospettive lavorative incerte e reti di sicurezza sociale insufficienti. La logica dell’epoca era semplice, anche se brutale: riducendo drasticamente le normative e incoraggiando il libero mercato, i Paesi baltici avrebbero attirato capitali stranieri e si sarebbero integrati senza problemi nell’economia globale.&nbsp;</p>



<p>Nei due decenni successivi, la disuguaglianza nella regione si è accentuata. Nel 2010, il coefficiente di Gini &#8211; un indicatore della disparità di reddito in cui zero rappresenta la perfetta uguaglianza e 100 l’estrema disparità &#8211; della Lettonia è salito a 35,2, il più alto dell’UE, dove la media è appena inferiore a 30. Il punteggio della Lituania, pari a 32,9, ha rivelato un divario di ricchezza altrettanto preoccupante. Allo stesso tempo, un allarmante 38% dei lettoni e 33% dei lituani si sono trovati a rischio di povertà o esclusione sociale, ben al di sopra della media UE del 23%. Mentre alcuni imprenditori hanno avuto successo, soprattutto nel settore tecnologico o finanziario, altri hanno faticato a tenere il passo. Le disparità di reddito sono diventate più evidenti: nuovi complessi residenziali o case di periferia accanto a vecchi complessi abitativi sovietici che necessitano di ristrutturazione. L’assistenza sanitaria e l’istruzione, un tempo fornite in gran parte dallo Stato, non sono sempre state in grado di far fronte ai cambiamenti dei modelli di finanziamento, lasciando alcuni residenti rurali con meno servizi a disposizione.&nbsp;</p>



<p>Allo stesso tempo, si è accelerato l’esodo dei giovani e dei lavoratori qualificati (spesso definito “fuga dei cervelli”). Prendiamo ad esempio la storia di Kristina, un’infermiera della Lituania rurale che ha visto il budget del suo ospedale ridursi anno dopo anno. Di fronte a salari modesti e forniture mediche in diminuzione, alla fine si è unita a un’ondata di emigranti diretti in Irlanda. Tali scelte individuali, moltiplicate in tutta la regione, hanno portato al declino demografico e a un senso di perdita per coloro che sono rimasti. Le scuole hanno chiuso in alcuni villaggi e le aziende locali hanno avuto difficoltà a trovare personale affidabile.&nbsp;</p>



<p>Un’altra vittima illustre di questa crescente disuguaglianza è stata la fiducia dei cittadini. Inizialmente, l’indipendenza portò euforia. La pluralità dei partiti politici, le elezioni libere e l’allineamento con le istituzioni occidentali hanno segnato l’inizio di una nuova era. Ma, con l’emergere di scandali di corruzione e il persistere delle disuguaglianze, è subentrato il cinismo. L’affluenza alle urne è diminuita, mentre sono emersi partiti populisti con una retorica infuocata contro le élite al potere. L’affluenza alle urne, un tempo estremamente elevata in Paesi come la Lettonia (89,9% nel 1993), è crollata al 54,6% nelle recenti elezioni, mentre in Lituania è scesa dal 58,2% nel 2000 al 47,8% nel 2020. Questa tendenza al ribasso rivela un crescente disimpegno civico e apre la strada all’ascesa di partiti populisti, come l’EKRE estone, che ha ottenuto il 17,8% dei voti nel 2019, e il KPV LV in Lettonia, passato dall’anonimato a conquistare il 14,25% dei voti espressi nel 2018. Questa “stanchezza democratica” rifletteva una delusione più profonda: le libertà conquistate nel 1991 erano fondamentali, ma lo erano anche le realtà della precarietà del lavoro, la stagnazione dei salari e il sostegno minimo per chi era rimasto ai margini.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Minare la coesione</strong>&nbsp;</h2>



<p>Per molte persone, il termine “sicurezza” evoca immagini di guardie di frontiera, alleanze o sistemi di difesa missilistica. Negli Stati baltici, con la Russia alle porte, tali immagini non sono affatto astratte. Tuttavia, la sicurezza dipende anche dalla coesione sociale, ovvero da quei legami intangibili che rendono le persone disposte a cooperare, a fidarsi delle istituzioni e a lavorare per il bene comune. Se ampie fasce della popolazione si sentono escluse o inascoltate, la coesione sociale diventa fragile. Questa fragilità può manifestarsi sotto forma di un minore impegno civico o di vulnerabilità alle campagne di disinformazione che sfruttano le lamentele esistenti.&nbsp;</p>



<p>L’elevata disuguaglianza amplifica questi problemi. Quando il divario tra vincitori e vinti cresce, le persone si chiedono se il sistema funzioni davvero per loro. In Estonia, Lettonia e Lituania questi sospetti possono essere molto radicati: i politici stanno forse incanalando risorse verso accordi di difesa che avvantaggiano solo una ristretta fetta dell’economia, lasciando i programmi sociali a corto di fondi? Un esercito forte protegge l’élite senza fare molto per migliorare la vita quotidiana della gente? Queste domande possono minare l’unità necessaria per rispondere efficacemente alle minacce esterne.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Quando il divario tra vincitori e vinti cresce, le persone si chiedono se il sistema funzioni davvero per loro.</p>
</blockquote>



<p>Il disincanto dei cittadini nei confronti della politica ha un profondo impatto sulla sicurezza nazionale. Se si ritiene che il proprio governo sia corrotto o incompetente, è meno probabile che si sostengano le sue iniziative, sia che queste consistano in aumenti delle tasse per finanziare l’esercito o in sforzi per contrastare la propaganda straniera. La fiducia dei cittadini è fondamentale nelle emergenze: determina se le persone rispettano le linee guida della protezione civile o si offrono volontarie durante le crisi. Una popolazione che nutre un profondo scetticismo nei confronti dei propri leader potrebbe esitare a mobilitarsi collettivamente, creando una vulnerabilità che gli avversari potrebbero sfruttare.&nbsp;</p>



<p>La minoranza di lingua russa della Lettonia, ad esempio, si è talvolta sentita emarginata dalle politiche linguistiche che danno priorità al lettone nelle scuole e nelle istituzioni statali. Sebbene le intenzioni generali alla base di queste politiche siano complesse e derivino dal desiderio di consolidare l’identità nazionale, ciò può causare un senso di disaffezione in alcuni cittadini. Questo malcontento può, a sua volta, essere amplificato dai media stranieri desiderosi di alimentare l’insoddisfazione, erodendo ulteriormente il senso di unità nazionale.&nbsp;</p>



<p>L’emigrazione, un’altra conseguenza della disuguaglianza e della mancanza di opportunità, mina ulteriormente la coesione sociale. Le famiglie si disperdono oltre i confini nazionali; i nonni si allontanano dai nipoti; i villaggi perdono la loro vivacità con la chiusura dei negozi locali. Questa lenta erosione del capitale umano indebolisce la resilienza di un Paese. Dopo tutto, chi diventerà la prossima generazione di medici, insegnanti o volontari della protezione civile se una parte significativa di quel bacino di talenti partirà per Londra, Oslo o Dublino?&nbsp;</p>



<p>Se a ciò si aggiunge il basso tasso di natalità della regione, la fragilità demografica che ne deriva è più di un semplice grattacapo: è una sfida fondamentale per la sostenibilità nazionale.&nbsp;</p>



<p>L’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 hanno sottolineato il fatto che l’aggressione può assumere molte forme: attacchi informatici, propaganda mirata e fomentazione strategica di tensioni etniche e sociali. Trasmettendo incessantemente immagini di villaggi baltici deserti e popolazioni che invecchiano, i media russi dipingono regolarmente i Paesi baltici come fallimenti economici per minarne l’orientamento&nbsp;filo-occidentale. Ad esempio, nella regione di&nbsp;Latgale, la più povera della Lettonia, prevalentemente rurale, storicamente sottosviluppata e popolata principalmente da persone di etnia russa, la propaganda del Cremlino si è concentrata sulla disoccupazione, sui bassi redditi e sul senso di abbandono da parte del governo centrale. Mosca è riuscita ad amplificare la sfiducia tra le comunità, con i lettoni etnici sempre più diffidenti nei confronti della minoranza russa di&nbsp;Latgale, mentre alcuni russi etnici si sentono sempre più alienati e simpatizzanti della linea del Cremlino.&nbsp;</p>



<p>Una storia simile si è verificata nel 2023 nella regione industriale nord-orientale dell’Estonia, Ida-Virumaa, dove un terzo degli elettori ha sostenuto candidati che sostenevano una visione filo-Cremlino della guerra durante le elezioni parlamentari. In questo caso, i tentativi del governo di conquistare queste comunità economicamente&nbsp;scontente sono falliti, poiché alcuni abitanti della regione credevano che tornare sotto l’egida della Russia avrebbe portato loro una sorta di prosperità che era stata loro negata.&nbsp;</p>



<p>Questi esempi dimostrano che, se una popolazione è già divisa da disuguaglianze economiche o divisioni linguistiche, diventa più facile per le forze ostili sfruttarla. Pertanto, sanare le fratture sociali è fondamentale tanto quanto investire risorse nella sicurezza informatica e nei servizi segreti.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dilemmi di bilancio</strong>&nbsp;</h2>



<p>Gli Stati baltici hanno tutte le ragioni per essere vigili, data la loro posizione geografica e la loro storia. L’adesione alla NATO nel 2004 ha rappresentato un momento di svolta, ancorando i Paesi a un quadro di difesa collettiva. Nel contesto dell’imprevedibilità della Russia, Estonia, Lettonia e Lituania hanno aumentato i rispettivi bilanci della difesa, con l’obiettivo di raggiungere il 5 per cento o più del PIL nei prossimi anni. I gruppi tattici&nbsp;Enhanced&nbsp;Forward&nbsp;Presence&nbsp;della NATO di stanza nella regione aggiungono un ulteriore livello di protezione.&nbsp;</p>



<p>Da quando hanno aderito all’alleanza militare transatlantica, la modernizzazione degli eserciti e l’addestramento delle forze locali per una rapida mobilitazione sono diventati elementi centrali della politica dei Paesi baltici. L’Estonia è stata pioniera nella difesa informatica, una naturale estensione della sua società digitale. La Lituania ha reintrodotto la coscrizione obbligatoria nel 2015, mentre la Lettonia ha studiato i modi migliori per ampliare le proprie forze di riserva. Sulla carta, queste misure migliorano la prontezza operativa e scoraggiano l’aggressività. Ma rischiano anche di sottrarre risorse agli investimenti fondamentali nei programmi sociali che potrebbero rafforzare proprio quella coesione di cui questi Stati hanno bisogno in un momento di crisi?&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sanare le fratture sociali è fondamentale tanto quanto investire risorse nella sicurezza informatica e nei servizi segreti. </p>
</blockquote>



<p>Trovare un equilibrio tra difesa e spesa sociale è una sfida politica classica in tutto il mondo, ma risulta particolarmente sentita nei Paesi piccoli che devono affrontare grandi problemi di sicurezza. Se i bilanci sono limitati, ogni euro speso per carri armati o droni è un euro in meno da spendere per migliorare l’assistenza sanitaria, colmare le lacune educative o finanziare l’edilizia popolare. I critici sostengono che dare priorità alle attrezzature militari potrebbe portare a vantaggi strategici a breve termine, ma a lungo termine non farà altro che peggiorare i problemi sociali.&nbsp;</p>



<p>Ad esempio, un sistema missilistico ad alta tecnologia potrebbe scoraggiare i nemici esterni, ma non aiuterebbe in alcun modo una madre che vive in campagna e deve far fronte all’aumento dei costi o un minatore disoccupato proveniente da una miniera chiusa risalente all’era sovietica. Nel corso del tempo, le crescenti rivendicazioni sociali potrebbero minare la legittimità del governo, riducendo la resilienza complessiva. È un classico paradosso: una società militarmente preparata ma socialmente fragile potrebbe essere vulnerabile all’instabilità interna o alla manipolazione esterna.&nbsp;</p>



<p>Consapevoli di queste tensioni, alcuni politici e gruppi della società civile baltici stanno promuovendo un modello di sicurezza olistico. Questo approccio intreccia difesa nazionale, Stato sociale e impegno civico in un unico schema unificante. L’idea è quella di costruire società solide, più difficili da destabilizzare, sia attraverso invasioni aperte sia attraverso minacce ibride più subdole. Considerare il benessere sociale come una questione di difesa significa ampliare l’assistenza sanitaria accessibile, le pensioni e i programmi sociali per frenare l’emigrazione e rafforzare la lealtà nazionale. Ciò dimostra anche che il governo apprezza i cittadini non solo come potenziali soldati, ma come colonna portante della vita nazionale.&nbsp;</p>



<p>Anche l’educazione civica e il volontariato possono rafforzare la resilienza. La Lega della Difesa dell’Estonia e la&nbsp;Zemessardze&nbsp;(Guardia Nazionale) della Lettonia fungono da forze di riserva e da punti focali per il coinvolgimento della comunità. Quando le persone imparano tecniche di sopravvivenza, pronto soccorso medico o anche competenze digitali diventano partecipanti attive nella difesa piuttosto che spettatrici passive.&nbsp;</p>



<p>Una difesa olistica comporta anche il superamento delle divisioni etniche e linguistiche. Le politiche che promuovono l’inclusione culturale, ad esempio fornendo sostegno linguistico senza stigmatizzare le lingue minoritarie, possono rafforzare l’unità nazionale. Una società che rispetta la diversità è meno soggetta alla frammentazione interna.&nbsp;</p>



<p>Infine, la resilienza ambientale ed economica deve essere posta al centro delle discussioni sulla sicurezza. Con l’intensificarsi dei cambiamenti climatici, la regione baltica potrebbe trovarsi ad affrontare perturbazioni ecologiche (inondazioni, variazioni di temperatura, pressione sulle risorse) che metteranno a dura prova i servizi pubblici. Investire in infrastrutture sostenibili e diversificare le economie locali può ridurre la dipendenza dalle risorse esterne, rafforzando la resilienza contro le minacce naturali e geopolitiche.&nbsp;</p>



<p>I vantaggi di un approccio globale vanno oltre i confini degli Stati baltici. All’interno dell’Unione europea, il dibattito sull’autonomia strategica e sulla difesa collettiva ha acquisito slancio, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Mentre l’UE discute di come garantire al meglio la stabilità sul proprio versante orientale, le esperienze dei Paesi baltici dimostrano che la resilienza è un concetto multiforme. Comporta investimenti sociali, il superamento delle differenze identitarie e la creazione di un senso di scopo comune, parallelamente al potenziamento militare.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La resilienza è un concetto multiforme. Comporta investimenti sociali, il superamento delle differenze identitarie e la creazione di un senso di scopo comune, parallelamente al potenziamento militare. </p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ridefinire la resilienza</strong>&nbsp;</h2>



<p>Per molti versi, gli Stati baltici si trovano a un bivio. Per decenni sono stati lodati come esempi di successo post-sovietico: esperti di tecnologia digitale, economicamente agili e saldamente ancorati alle alleanze occidentali. Tuttavia, il prossimo capitolo della loro storia richiede qualcosa di più del solito modo di fare affari. La scelta è se puntare tutto sul percorso convenzionale che premia solo la crescita del PIL e la forza militare o abbracciare un modello più audace di resilienza nazionale, che fonda la prontezza alla difesa con l’equità sociale, la sostenibilità ambientale e la fiducia civica. La logica della sicurezza globale punta già in questa direzione, insistendo affinché il benessere, la coesione e la lungimiranza ecologica siano integrati nell’equazione della difesa nazionale. Partendo da queste basi, gli Stati baltici potrebbero spingersi oltre e ridefinire il significato di successo nazionale nel XXI secolo.&nbsp;</p>



<p>All’orizzonte europeo sta emergendo un paradigma economico alternativo, che misura il progresso al di là del ristretto parametro del PIL. Un tempo considerata un’idea marginale, questa prospettiva post-PIL ha guadagnato terreno man mano che economisti e responsabili politici hanno riconosciuto che i tradizionali indicatori di crescita trascurano il benessere sociale e la stabilità a lungo termine. In tutta l’UE si sta diffondendo la consapevolezza che la vera forza di un Paese è inscindibile dalla salute della sua società e del suo ambiente. Ciò è in linea con i più ampi dibattiti europei &#8211; dalle discussioni sull’“autonomia strategica” sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina alle richieste di nuovi indicatori incentrati sullo Stato sociale &#8211; che suggeriscono tutti che la sovranità e la sicurezza nell’Europa moderna devono basarsi su qualcosa di più che carri armati, trattati e dati sul PIL. Investendo tanto nelle persone e nel pianeta quanto nelle forze armate, Estonia, Lettonia e Lituania possono posizionarsi come pioniere di questo modello di sviluppo post-PIL. Alcune nazioni hanno già iniziato a sperimentare indici di benessere e parametri di sostenibilità come complementi o alternative al PIL. Se gli Stati baltici aderissero e guidassero questa tendenza, potrebbero aprire la strada all’integrazione della prosperità olistica nella dotazione di strumenti di sicurezza europea.&nbsp;</p>



<p>Assumere questo ruolo significherebbe trasformare la narrazione baltica da integrazione di successo nelle strutture occidentali a leadership innovativa nel ripensare tali strutture. La loro esperienza con riforme rapide e innovazione digitale ha dimostrato che i piccoli Stati possono essere agili avanguardie del cambiamento. La stessa agilità potrebbe essere applicata alla creazione di un nuovo paradigma di sicurezza che rifiuti l’economia della crescita a tutti i costi e che invece bilanci la vigilanza militare con la giustizia sociale e lo sviluppo sostenibile. In pratica, ciò renderebbe gli Stati baltici un laboratorio vivente su come rendere una società veramente resiliente; una regione in cui una difesa solida e la vitalità economica non vanno a discapito dell’uguaglianza o dell’ambiente, ma si rafforzano a vicenda.&nbsp;</p>



<p>Un modello di questo tipo rappresenterebbe un profondo cambiamento di mentalità: dal considerare la sicurezza e la prosperità come priorità talvolta in competizione tra loro al comprendere che la forza di una nazione è più sicura quando “cannoni e burro” sono intrecciati in un unico scudo resistente. Osando intraprendere questa strada, gli Stati baltici possono andare oltre il loro ruolo di esempi di successo post-sovietici ed emergere come leader europei, pionieri di un modello di sovranità e sicurezza del XXI secolo, basato su una resilienza inclusiva, sostenibile e fondata sulla fiducia.&nbsp;</p>



<p><em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Andare dove si trovano le persone: il movimento per il clima non sta morendo</title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/andare-dove-si-trovano-le-persone-il-movimento-per-il-clima-non-sta-morendo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Amir Hashemi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 17:51:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Climate and Energy]]></category>
		<category><![CDATA[Climate Change]]></category>
		<category><![CDATA[Democracy]]></category>
		<category><![CDATA[display]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom]]></category>
		<category><![CDATA[Green Transition]]></category>
		<category><![CDATA[Poland]]></category>
		<category><![CDATA[Political Ecology]]></category>
		<category><![CDATA[Progressives]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42379</guid>

					<description><![CDATA[L'Europa orientale può essere l'incubatrice di un nuovo attivismo climatico, afferma Dominika Lasota a Maxine Betteridge-Moes.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>L’attivista polacca ventiquattrenne Dominika Lasota ha trascorso gran parte della sua vita adulta lottando per la giustizia climatica. La co-fondatrice di Wschód ha imparato dall’esperienza che, quando cambiano le realtà politiche, deve cambiare anche l’attivismo. Per compiere progressi nell’azione per il clima occorrono una maggiore sicurezza economica, coalizioni più ampie tra i gruppi sociali e una visione politica che catturi l’energia ribelle delle persone e dia loro speranza.</p></div>



<p><strong>Maxine Betteridge-Moes:<u> </u>&nbsp;&nbsp;Cos’è il Piano per le Generazioni, l’ultima iniziativa di Wschód, e in che modo differisce da ciò su cui ha lavorato in passato?</strong></p>



<p><strong>Dominika Lasota:</strong> Per descriverlo correttamente, dobbiamo tornare indietro di qualche anno. Era il 2022, la guerra in Ucraina era appena scoppiata e sapevamo che le cose stavano per cambiare in modo molto drastico. Avevamo già l’emergenza climatica da affrontare, ma l’invasione russa ha completamente distrutto il nostro mondo. Desiderosi di cambiamento e alla ricerca di ispirazione, abbiamo esaminato molti movimenti diversi in Europa occidentale, negli Stati Uniti e altrove. Tuttavia, ci siamo presto resi conto che ciò di cui avevamo davvero bisogno era guardare dentro di noi e costruire qualcosa di nuovo: qualcosa di veramente europeo, veramente intersezionale e veramente nostro. Ecco perché abbiamo creato Wschód.</p>



<p>Affinché il nostro movimento avesse successo, dovevamo essere proattivi. Avevamo anche bisogno di avere un nostro programma e di capire che tipo di mondo volevamo abitare. Durante le proteste, gridavamo sempre che “loro” stavano distruggendo il nostro mondo, che il sistema era marcio e che dovevamo cambiarlo. Ma poi abbiamo iniziato a riflettere: “Cosa intendiamo realmente con tutto questo?”</p>



<p>Quella conversazione è ancora in corso. Fin dall’inizio del nostro movimento, gran parte del nostro lavoro si è concentrato sulla situazione politica in Polonia. Ci siamo mobilitati per sconfiggere il governo di estrema destra [di Diritto e Giustizia nel 2023] e abbiamo contribuito a far eleggere quella che doveva essere l’opzione politica migliore. Ma, quando i buoni sono saliti al potere, ci siamo resi conto che non avrebbero portato avanti la grande trasformazione che speravamo, e questo ci ha spinti ancora di più verso il cambiamento.</p>



<p>È così che è nato il Piano per le Generazioni. Quest’ultimo racchiude il nostro tentativo di riunire tutte le nostre soluzioni, i nostri sogni e le nostre richieste in un unico luogo e di iniziare a costruire una coalizione molto proattiva. È stata una delle cose più emozionanti a cui ho lavorato come attivista. Non mi aspettavo che l’iniziativa scatenasse così tanta energia nelle persone. Siamo stanchissimi di come stanno andando male le cose e abbiamo un disperato bisogno che la gente capisca che c’è una via d’uscita dalla situazione attuale. Di fronte a tutto questo orrore, possiamo ancora fare qualcosa di buono, che vada a vantaggio di tutti.</p>



<p><strong>L’estrema destra fa leva sulla paura e sulla nostalgia per vendere la propria visione. In che modo Wschód contrasta questa tendenza per trasmettere un senso di energia e speranza per il futuro?</strong></p>



<p>Il Piano per le Generazioni non è un documento utopistico, che promette alle persone un mondo migliore su un piatto d’argento. È una sintesi molto seria della situazione attuale, e siamo molto onesti riguardo alle diverse ingiustizie e ai problemi del sistema attuale. Le richieste e le soluzioni che proponiamo e per cui lottiamo richiedono un’azione politica drastica. Quando ero attivista durante le elezioni parlamentari polacche del 2023, l’opposizione democratica era così debole e distante dalla popolazione che il partito di estrema destra iniziò a raccogliere voti e consensi perché attingeva all’energia ribelle e alla frustrazione che si erano accumulate nel Paese. Ci siamo resi conto che, se i movimenti progressisti non avessero fatto leva sulle lotte, la rabbia e la fame di cambiamento della gente, l’estrema destra avrebbe sfruttato queste frustrazioni. Pertanto, affermarci come ribelli alternativi è stato immediatamente uno strumento per indebolire l’estrema destra.</p>



<p>Un altro punto importante è che stiamo offrendo soluzioni praticabili grazie alle numerose conversazioni che abbiamo avuto con esperti, sindacati, amici e famiglie. Stiamo mostrando alla gente queste soluzioni, assicurandoci di dare priorità alla sicurezza sociale. Stiamo dimostrando che il cambiamento è possibile se finalmente trasformiamo le priorità della nostra politica.</p>



<p>Avete intenzionalmente omesso la parola “verde” dal documento “Piano per le Generazioni”. Avete anche eliminato la parola “clima” dal vostro attivismo. Cos’ha motivato questa scelta?</p>



<p>Non ho abbandonato completamente questi concetti, ma ho sicuramente smesso di usarli con la stessa frequenza di prima. Ci sono state due ragioni alla base di questa decisione. In primo luogo, il Green Deal europeo e le politiche climatiche in generale non hanno goduto di buona pubblicità in Polonia. Mi sono resa conto fin dall’inizio che il popolo polacco &#8211; una nuova democrazia con una situazione economica molto diversa rispetto alla Francia, alla Germania o ad altre ricche nazioni dell’Europa occidentale &#8211; sembrava interessarsi meno al clima perché era assorbito da problemi più immediati. Se mi presento dicendo che il mondo sta bruciando e che questa è la crisi più importante che ci sia in questo momento non riuscirò a convincere le persone. La “fine del mondo” di queste persone è il fatto che non hanno abbastanza soldi per pagare il cibo o per provvedere a sostentamento dei propri figli. Durante il mio coinvolgimento nel movimento per il clima, mi sono imbattuta ripetutamente in questa prospettiva. Ne ho parlato con molti dei miei amici: se vogliamo ottenere risultati concreti in materia di azione per il clima e giustizia climatica, abbiamo bisogno del sostegno popolare. Abbiamo bisogno di centinaia di migliaia di persone dalla nostra parte. Per me, l’attivismo climatico non ha mai riguardato la salvaguardia degli orsi polari, ma il miglioramento delle condizioni di vita delle persone.</p>



<p>Il secondo motivo è rappresentato dal nostro obiettivo di rendere il movimento per il clima comprensibile e adattabile. Molti attivisti per il clima provano nostalgia per il 2018, quando il movimento era forte e scendeva in piazza. Dobbiamo essere molto brutali gli uni con gli altri e dire: “andiamo avanti”. Le persone sono altrove, e noi dovremmo essere al loro fianco.</p>



<p>I media spesso preferiscono una versione edulcorata dell’attivismo, con slogan eleganti e una rabbia accettabile e non dirompente. Da quando avete iniziato a muovere critiche più sistematiche &#8211; al capitalismo, al patriarcato o al colonialismo, per esempio &#8211; com’è cambiata la reazione dei media nei confronti vostri e del vostro movimento?</p>



<p>Non riesco a immaginare di fare le cose in modo diverso da come le faccio adesso. All’inizio, il movimento per il clima era composto essenzialmente dai giovani e da gruppi come Extinction Rebellion, Greenpeace, la Rete Verde Polacca [un’organizzazione non governativa nazionale che si batte per la tutela dell’ambiente] e alcuni centri studi dedicati all’energia. Poiché ero così entusiasta del movimento, ho cercato di incontrare tutti e ad un certo punto mi sono resa conto che non c’erano poi così tante persone coinvolte. È una bolla molto piccola. Abbiamo bisogno di un cambiamento sistemico, e quindi dobbiamo costruire un movimento di massa.</p>



<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato un grande cambiamento perché ci ha spinto a vedere il legame tra quella guerra e l’emergenza climatica. Quando l’ho capito, mi sono resa conto che c’erano molte più persone e questioni di cui il nostro movimento doveva occuparsi. È stato allora che abbiamo iniziato ad avvicinarci al movimento dei lavoratori, alle associazioni di migranti, ai sindacati, agli attivisti filo-palestinesi, al movimento femminista &#8211; e l’elenco continua ad allungarsi. L’espansione del movimento si è rivelata molto efficace.</p>



<p>Penso che i media non ci capiscano appieno. Non ci siamo ancora ripresentati, e per far conoscere il movimento e le sue priorità è necessario un cambiamento nel modo in cui ci organizziamo. Non sono solo le parole che abbiamo cercato di cambiare; è un modo completamente diverso di parlare di ciò che facciamo, ed è anche un nuovo modo di agire.</p>



<p>In assenza di una copertura mediatica tradizionale del vostro movimento, i social media possono sembrare sia un’ancora di salvezza che una trappola. Come li usa personalmente per organizzarsi, connettersi e resistere &#8211; senza esaurirsi o cadere nelle loro trappole?</p>



<p>Non utilizziamo più Twitter (X). Da quando è stata rilevata da Elon Musk, la piattaforma è diventata terribile per il tipo di lavoro che facciamo. Tuttavia, per ora, dobbiamo continuare a investire tempo e impegno nella creazione di questi canali di comunicazione. Gran parte del nostro lavoro continua ad avere molto successo su Instagram e TikTok, ma stiamo pensando attivamente a come costruire il nostro ecosistema in modo indipendente dal mondo online. È difficile, e secondo me dovremmo formare i nostri attivisti affinché creino più gruppi di base. Vogliamo anche organizzare molti incontri di persona in tutto il Paese per costruire relazioni autentiche con le persone.</p>



<p>Quali sono alcune delle lezioni che ha imparato riguardo alla creazione di fiducia, impegno ed energia a livello locale? Come si costruisce la solidarietà transnazionale in un’Europa che spesso appare frammentata e divisa?</p>



<p>Quando abbiamo condotto la campagna sull’embargo nel 2022 [una campagna per imporre embarghi alla Russia in seguito alla sua invasione dell’Ucraina], quasi tutti i Paesi dell’UE avevano qualche tipo di legame con la Russia. Stavano acquistando combustibili fossili da Putin e riempiendo i suoi arsenali. Abbiamo iniziato con gli amici ucraini all’inizio, poi abbiamo contattato i nostri amici in Germania, Svezia, Italia, Francia, Spagna e praticamente in tutti i Paesi che ci venivano in mente. Il senso di solidarietà era molto forte in quel momento; potevo davvero percepire che le persone di tutta Europa consideravano la crisi sia come un disastro climatico che come una lotta per la pace e sapevano che ognuno aveva un ruolo da svolgere in questa battaglia. In seguito la situazione si è complicata, perché noi [nell’Europa orientale] sapevamo che, se l’Ucraina fosse caduta, saremmo stati i prossimi. Quindi la lotta dell’Ucraina è anche la nostra lotta. Abbiamo cercato di creare reti nell’Europa orientale e trovo questo progetto molto stimolante. Ci offre l’opportunità di dimostrare realmente il potere della nostra regione e di mostrare che questa periferia dell’Europa possiede alcune delle risposte più importanti ai grandi problemi del nostro continente.</p>



<p>Anche l’Europa orientale deve affrontare alcune sfide particolari. Uno studio recente mostra che la Polonia presenta il più ampio divario di genere tra i giovani in politica nell’UE, con una percentuale di giovani uomini che propendono per l’estrema destra superiore a quella di qualsiasi altro Stato membro. Come fate a raggiungere questi giovani per incoraggiarli ad aderire al vostro movimento?</p>



<p>Fin dalla sua nascita, risalente agli scioperi del 2020 e del 2021 [proteste nazionali principalmente contro le restrizioni al diritto all’aborto], Wschód è stato guidato principalmente da donne, ma dobbiamo continuare a rafforzare questo potere. Non è che le giovani donne siano particolarmente privilegiate in questo Paese: ci sono ancora molti diritti che non abbiamo.</p>



<p>Tuttavia, abbiamo anche provato diverse strategie per coinvolgere gli uomini nel nostro movimento e prestare attenzione a ciò che hanno da dire. Negli ambienti progressisti, spesso si assiste a una competizione per stabilire chi sia il più vulnerabile, e il genere e la provenienza geografica giocano un ruolo importante in tali dinamiche. Molti dei nostri amici maschi hanno richiamato la nostra attenzione sul fatto che, sebbene sia evidente che le donne non godano ancora di molti diritti, anche lo stress economico e gli oneri patriarcali imposti ai giovani uomini rappresentano sfide serie. Se non riusciamo a entrare in empatia con la loro situazione, si sentiranno isolati e tenderanno a schierarsi con i partiti che li considerano, ovvero l’estrema destra, almeno per ora. Non direi che abbiamo trovato la soluzione definitiva, ma stiamo lavorando sodo per costruire una comunità che permetta anche ai giovani uomini di avere un ruolo di primo piano.</p>



<p>Non dimenticherò mai una delle conversazioni che ho avuto con gli amici di Wschód. Io e una mia amica stavamo discutendo di mascolinità tossica, e un mio amico ha detto: “Onestamente, continuiamo sempre a parlare di mascolinità tossica, ma quando parleremo mai di mascolinità sana?”</p>



<p>Quella era la prima volta che sentivo l’espressione “mascolinità sana”. Ricordo di aver visto la sua frustrazione e la sua rabbia &#8211; e stiamo parlando di una persona molto progressista &#8211; che mi hanno fatto capire che stavamo commettendo un errore.</p>



<p><strong>Cosa significa per lei libertà verde?</strong></p>



<p>Tutto ruota intorno alla libertà verde. Vogliamo vivere in città accessibili e respirare aria pulita. Vogliamo mangiare cibo proveniente dai nostri agricoltori, non dalle grandi aziende agricole. Vogliamo poter raggiungere le nostre scuole, università o luoghi di lavoro in autobus o tram. Non vogliamo essere preoccupati ogni anno per le inondazioni o la siccità. Vogliamo stare al caldo nelle nostre case durante l’inverno. E vogliamo poter investire in sistemi energetici nuovi e moderni, basati sulle nostre aree locali e gestiti da persone che hanno a cuore il bene collettivo. Per me, la libertà verde riguarda cose molto semplici e tangibili.</p>



<p>Dobbiamo parlare della trasformazione su larga scala richiesta dalla crisi climatica in modo molto pratico e comprensibile, perché è così che possiamo affrontare le paure e le preoccupazioni delle persone riguardo al movimento per il clima. Una ricerca sulle opinioni dei cittadini [polacchi] riguardo al Green Deal europeo mostra che la maggioranza di essi è contraria. Ma i polacchi sono anche molto pragmatici: più della metà degli intervistati in un sondaggio del 2024 ha affermato che dovrebbero essere introdotte misure per prevenire il cambiamento climatico e il 78% era favorevole ad accelerare gli investimenti nelle fonti di energia rinnovabile. Le persone sanno qual è la scelta più sensata. Devono solo vedere come si può agire e come le cose possono funzionare per loro.</p>



<p>Il movimento per il clima non sta morendo, ma sta morendo la sua forma precedente. Se ci evolviamo in qualcosa di nuovo, il movimento può emergere più potente che mai. Sono molto entusiasta al riguardo.</p>



<p><em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’etno-nazionalismo in un mondo multipolare</title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/letno-nazionalismo-in-un-mondo-multipolare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Amir Hashemi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 17:23:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Society, Media and Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[display]]></category>
		<category><![CDATA[Equality]]></category>
		<category><![CDATA[Ethnonationalism]]></category>
		<category><![CDATA[Far Right]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitics]]></category>
		<category><![CDATA[Human Rights]]></category>
		<category><![CDATA[Migrants]]></category>
		<category><![CDATA[Neoliberalism]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Populism]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42376</guid>

					<description><![CDATA[Lorenzo Marsili indaga sui mali di un'Europa provincializzata nella nostra epoca di imperi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Cosa c’è dietro l’ascesa dei partiti di estrema destra in Europa? Nonostante l’elevato tasso di occupazione, i successi nella transizione ecologica e la richiesta da parte dell’industria di visti di lavoro per gli immigrati, abbondano le reazioni negative nei confronti della gestione centrista dell’economia, dei cambiamenti climatici e dell’immigrazione. La spinta dell’Occidente verso la globalizzazione ha dato vita a un nuovo ordine mondiale. Ora che gli europei sono diventati oggetti e non soggetti della storia, l’etno-nazionalismo propone un falso rifugio che solo uno scopo comune può superare.</p></div>



<p>Gli ultimi trecento anni rappresentano un’eccentricità storica unica. Per la prima e probabilmente l’ultima volta nella storia dell’umanità, le trasformazioni globali nel senso più ampio del termine &#8211; dagli sviluppi sociali ai cambiamenti climatici &#8211; sono state determinate in gran parte da eventi che hanno avuto luogo in una zona del mondo molto ristretta e culturalmente omogenea: la penisola asiatica chiamata Europa e, per un periodo più breve, la sua propaggine americana. Oggi assistiamo alla fine di questa anomalia. Perché l’estrema destra è in ascesa in tutta Europa? Forse in modo inaspettato, parte della risposta risiede nell’ascesa della Cina, dell’India e del Sud globale. L’etno-nazionalismo potrebbe davvero diventare il principio organizzativo comune dell’ordine mondiale multipolare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I soliti sospetti</strong></h2>



<p>Dieci anni fa, il termine “populismo” è diventato una parola d’ordine nei media occidentali. I cosiddetti partiti populisti erano in forte espansione. Nel 2014, il Movimento 5 Stelle, partito italiano anti-sistema fondato dal comico Beppe Grillo, è passato dal nulla al governo. In Spagna, il partito di sinistra Podemos ha sostituito i raduni di attivisti nei centri sociali con una forte presenza in parlamento e, poco dopo, nel governo. Nel 2015, Syriza, partito di estrema sinistra, è passato dall’essere marginale a vincere le elezioni greche e si è trovato in una situazione di stallo con l’Unione europea. E, nel 2016, i populisti della Brexit hanno vinto il referendum che alla fine ha portato la Gran Bretagna fuori dall’UE, in quello che si può considerare sia il culmine di questa prima ondata di populismo sia uno dei più grandi atti di autolesionismo nazionale degli ultimi tempi.</p>



<p>Populismo era il termine generico utilizzato per identificare qualsiasi gruppo politico che prendesse le distanze dal consenso di centro-sinistra e centro-destra, che era arrivato a dominare lo spazio politico ristretto degli anni 1990 e dei primi anni 2000. Sebbene l’estrema destra odierna presenti alcune differenze, il rifiuto del “centro” rimane un elemento centrale del suo discorso. Molti degli argomenti regolarmente presentati per giustificare il suo attuale successo sono simili o identici a quelli inizialmente utilizzati per spiegare l’ascesa del populismo negli anni 2010. Tuttavia, queste argomentazioni necessitano urgentemente di un aggiornamento.</p>



<p>Una delle giustificazioni più diffuse per i cosiddetti fenomeni populisti era tradizionalmente incentrata sull’economia. Dopo la crisi finanziaria del 2008, l’Europa è entrata in un periodo di caos economico durato diversi anni, con crisi del debito in Grecia, Spagna e Irlanda e misure di austerità controproducenti ovunque. I bilanci sono stati tagliati, le economie sono entrate in recessione e la disoccupazione è salita alle stelle. A metà degli anni 2010, il PIL di molti Paesi europei era inferiore rispetto al 2007. Non c’è da stupirsi che gli elettori si stessero orientando verso gli estremismi, sostenevano molti.</p>



<p>Tuttavia, la giustificazione economica delle tendenze di estrema destra ha oggi un potere esplicativo molto minore. Sebbene l’inflazione post-COVID abbia sicuramente ridotto il potere d’acquisto, l’Europa sta attualmente registrando livelli record di occupazione: dalla Germania all’Italia, mai così pochi cittadini europei sono stati senza lavoro. L’economia europea non sta avanzando a grandi passi, ma non sta nemmeno subendo una contrazione dolorosa. E, almeno fino al 2024, l’austerità è stata minima; al contrario, i governi europei hanno risposto al COVID-19 e allo shock energetico causato dall’escalation dell’invasione russa dell’Ucraina con ingenti investimenti pubblici.</p>



<p>Una svolta in questa giustificazione tradizionale indica una reazione contro la politica climatica dell’Europa. A differenza degli Stati Uniti, l’Europa ha preso sul serio la transizione climatica, imponendo un prezzo sul carbonio, ponendo maggiori requisiti agli agricoltori, incoraggiando una rapida transizione verso le energie rinnovabili e adottando misure quali l’introduzione di sistemi di riscaldamento domestico più sostenibili, ma anche più costosi. Forse c’è del vero in questa reazione negativa: le proteste degli agricoltori hanno avuto un ruolo chiave nel portare il leader di estrema destra Geert Wilders al primo posto nel parlamento olandese; e AfD, partito tedesco di estrema destra, attacca apertamente la transizione energetica. Allo stesso tempo, tuttavia, la transizione della Spagna verso le energie rinnovabili, che ha consentito una significativa riduzione dei costi energetici grazie al passaggio dal gas alla produzione eolica e solare, sta portando benefici tangibili ai suoi cittadini. Anche gli italiani, nonostante abbiano votato per un governo di destra, si sono lanciati in una frenesia di ristrutturazioni domestiche grazie a 200&nbsp;miliardi di euro di sussidi statali per l’efficienza energetica.</p>



<p>Molti analisti si concentrano invece sulla questione della migrazione. Gli elettori, sostengono, stanno reagendo al continuo afflusso di migranti in Europa, alla maggiore concorrenza per i beni pubblici come l’assistenza sanitaria, i trasporti e gli alloggi, alla perdita di una cultura nazionale omogenea. Praticamente tutti i partiti di estrema destra fanno della riduzione degli arrivi di migranti uno dei loro punti chiave. Eppure, anche questa è una spiegazione insufficiente.</p>



<p>In primo luogo, l’analisi dovrebbe essere ribaltata: la notizia è che le ex potenze coloniali con vedute razziste profondamente radicate sono riuscite, nel giro di pochi decenni, a costruire alcune delle società più aperte, multiculturali e multirazziali della Terra, con reazioni negative relativamente limitate. In secondo luogo, i luoghi in cui i migranti rappresentano una parte davvero significativa della popolazione &#8211; città cosmopolite come Londra, Parigi e Milano, dove fino al 40% della popolazione è di origine straniera &#8211; sono quelle in cui l’estrema destra ottiene i risultati peggiori. In terzo luogo, con la disoccupazione vicina ai minimi storici, la narrazione dei “migranti che rubano il lavoro” è scomparsa dalla scena. Al contrario, di fronte al calo demografico, anche i governi di destra stanno ascoltando le richieste dell’industria di aumentare il numero dei visti di lavoro (vedere Giorgia Meloni).</p>



<p>Economia, clima, migrazione: ciascuna di queste tre spiegazioni contiene una parte di verità. Eppure, nessuna di esse va al cuore della questione. Per comprendere le radici profonde di questa rinascita dell’estrema destra europea e per capire come essa differisca dalle forme più antiche di populismo, è necessario cambiare il nostro linguaggio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Europa provincializzata</strong></h2>



<p>È solo col senno di poi che viene alla luce il vero significato di un’epoca storica. Siamo giunti a interpretare il 1989 come l’inizio di un’egemonia senza precedenti degli Stati Uniti. Ma il filosofo giapponese Kojin Karatani getta una luce diversa su quel periodo. “La situazione che si è venuta a creare dal 1990”, scrive nel suo libro <em>The Structure of World History</em>, “non è stata la creazione di un ‘impero’ statunitense, bensì la nascita di imperi multipli”. Il periodo della globalizzazione neoliberista guidata dall’Occidente ha consentito al resto del mondo di emergere come soggetto economico e quindi politico, storico e, in ultima analisi, civile. La reazione contro la globalizzazione, emersa come fenomeno cosiddetto populista negli anni 2010 e poi diffusasi fino a diventare dominante negli anni 2020, è il risultato dell’autogol dell’Occidente.</p>



<p>L’impatto del colonialismo sui popoli colonizzati è stato oggetto di ricerche ricche dal punto di vista accademico, potenti dal punto di vista politico e significative dal punto di vista morale. Se mai è esistito un campo interdisciplinare, questo è proprio quello che affronta gli effetti economici e politici tanto quanto le questioni relative al trauma, all’identità e alla psicologia. Eppure, gli effetti cognitivi e politici sulla mentalità occidentale del declino del dominio occidentale sul mondo sono poco studiati. Come ha sottolineato Hannah Arendt, celebre filosofa e analista del fascismo europeo, la proiezione imperiale dell’Europa serviva a riconciliare le disuguaglianze interne. In parole povere, i lavoratori francesi impoveriti e gli industriali decadenti avevano una cosa in comune: erano francesi e non provenivano dalle colonie. Si consideravano superiori ai popoli che il loro Paese governava. Anche in tempi più recenti, ben dopo la fine del colonialismo, un divario psicologico insormontabile separava il “primo” mondo dal “terzo” mondo. Un europeo, per quanto povero, aveva accesso a opportunità, tecnologie e libertà che poche altre parti del mondo potevano aspirare ad avere. Il senso di privilegio ha fornito un potente strumento per la coesione sociale. La realtà materiale di tale privilegio ha fornito ai governi ricchezze sufficienti per cooptarne la popolazione con una crescente spesa sociale. Questa doppia valvola di sicurezza esterna per placare le tensioni interne è ormai scomparsa per sempre.</p>



<p>L’Europa è sempre più emarginata e colpita da un declino relativo rispetto al resto del mondo. Che si considerino gli ingenti investimenti necessari per accompagnare la transizione digitale e verde o la necessità di definire una gestione umana ed efficace dei flussi migratori o ancora la ricerca di un nuovo paradigma di sicurezza con il ritorno della guerra nel continente europeo, non esiste un solo soggetto in Europa che possa guidare gli eventi senza esserne guidato a sua volta. Non è che l’economia europea odierna, la transizione climatica o i flussi migratori siano di per sé problematici. È, più sottilmente, l’incapacità dei piccoli Stati europei provincializzati di governare uno qualsiasi di questi fenomeni che si traduce in un senso di impotenza, disorientamento e paura.</p>



<p>In un contesto di emergenza climatica e di nuova era di conflitti globali, la necessità di un’unione politica europea è evidente. Gli Stati nazionali europei piccoli e relativamente privi di potere sono in una posizione particolarmente svantaggiosa per seguire una rotta indipendente e garantire ai propri cittadini un senso di sicurezza e stabilità in questa epoca di sfide planetarie e superpotenze emergenti. Gli europei stanno scoprendo per la prima volta cosa significa essere oggetti e non soggetti della storia.</p>



<p>Nel suo saggio del 1948 “Orfeo nero”, che fungeva da prefazione a una raccolta di poesie composte dal poeta nero Léopold Senghor, Jean-Paul Sartre discusse notoriamente dello “sguardo oggettivante” che avrebbe finalmente provincializzato l’Europa, restituendole lo sguardo che essa aveva rivolto al resto del mondo. L’Europa avrebbe finalmente sperimentato, dice Sartre, “lo shock di essere vista”. È contro lo shock di un mondo che guarda all’Europa e la giudica irrilevante che l’estrema destra può brandire l’orgogliosa “nazione” come suo rifugio. Laddove il nazionalismo moderato dei partiti europei tradizionali si è rivelato incapace di integrare il continente e di creare un potere pubblico continentale in grado di rispondere alle numerose preoccupazioni degli europei, è subentrata l’estrema destra. Il suo nazionalismo etnico aperto e aggressivo offre a tutti coloro che sono intimiditi e confusi dai problemi dell’era moderna un rifugio familiare: la nazione etnica.</p>



<p>La nazione diventa la casa comune dove è possibile ricostruire la coesione, l’unità, la familiarità e il senso di uno scopo condiviso. Il nazionalismo contemporaneo europeo non è del tipo espansionistico e infantile del fascismo del XX secolo. È il nazionalismo dei provincializzati, dei degradati e degli esausti. Se i migranti e le minoranze sono il bersaglio preferito dell’estrema destra, a renderli tali è solo la vecchia strategia di costruire una comunità attraverso l’identificazione di coloro che non ne fanno parte. Definirsi non migranti, non gay o non liberali crea un senso di unità civile &#8211; un’identità.</p>



<p>Se la migrazione è un fenomeno così controverso e onnipresente, è proprio perché l’ibridazione culturale delle nostre società, indipendentemente da considerazioni materiali, ci fa capire che il mondo non ha più senso per noi. Il migrante diventa l’incarnazione letterale del nostro disorientamento: il corpo del migrante ci urla la nostra perdita di familiarità con il mondo. La creazione di un nemico esterno completa questa strategia; e il nemico è solitamente rappresentato dalle “élite liberali” o dall’“Unione europea”, che desiderano interferire e imporre i propri sistemi (universalistici) ai popoli nazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un fenomeno globale</strong></h2>



<p>Leggendo questo articolo al di fuori dell’Europa, e in particolare dai Paesi che hanno subito il colonialismo europeo, si può essere perdonati se si prova una certa Schadenfreude, quel senso di piacere provocato dalla sfortuna altrui. Eppure, prima di celebrare questo evento come un esempio di giustizia post-coloniale, dobbiamo essere consapevoli che le grandi trasformazioni tecnologiche, sociali e geopolitiche odierne stanno provocando l’ascesa di atteggiamenti etno-nazionalisti in tutto il mondo.</p>



<p>Prendiamo ad esempio le riflessioni del filosofo cinese contemporaneo Zhao Tingyang sullo stato del mondo. Uno dei suoi testi più noti, <em>Tianxia</em>, pubblicato in Cina nel 2016, mette in evidenza la provincializzazione di tutte le forme politiche, sia quelle dell’Occidente in declino che quelle dell’Oriente in ascesa. La finanza globale e la tecnologia dell’informazione stanno tessendo la loro ragnatela in tutto il mondo, prendendo in ostaggio gli Stati passo dopo passo e manipolandoli. Questi, sostiene, sono i nuovi poteri autoritari in formazione.<br>Zhao descrive l’emergere di un mondo che diventa indipendente dal mondo: una rete di forze, strutture e flussi che sfuggono al controllo di qualsiasi potere politico nazionalizzato, facendo sentire i cittadini impotenti. La crisi climatica è probabilmente l’esempio più eclatante di questa tendenza, che scatena sentimenti di ansia, depressione e negazione. Nel Sud globale, le aspettative deluse di crescita economica, esacerbate dal crescente divario sociale, svolgono un ruolo simile.</p>



<p>Mentre Zhao sostiene la necessità di immaginare nuove forme di pratica cosmopolita, i nazionalisti sostengono invece che il ritorno alla propria cultura o il suo rafforzamento siano la chiave per riprendere il controllo. Nel mondo post-coloniale, questo è un argomento tanto diffuso quanto persuasivo. Come sostiene il nazionalista cinese Zhang Weiwei, potenze come Cina, Russia e India “sono civiltà uniche nel loro genere, stanche dell’imposizione dei valori occidentali in nome dell’universalità”.<sup data-fn="6a12246e-7b68-493b-842d-977839471cba" class="fn"><a href="#6a12246e-7b68-493b-842d-977839471cba" id="6a12246e-7b68-493b-842d-977839471cba-link">1</a></sup> Ora che gli ex Paesi colonizzati sono riusciti a limitare la portata dell’imposizione occidentale, sono liberi di godersi il prezioso frutto della libertà: plasmare la propria visione del mondo facendo riferimento alla propria tradizione.</p>



<p>Mentre l’Occidente difensivo considera i migranti come l’incarnazione di un mondo in disordine &#8211; vedendo la limitazione dei loro spostamenti come un simulacro di controllo &#8211; il cosiddetto Sud globale ricorre a un linguaggio di orgoglio e indipendenza per imitare quello stesso senso di controllo su un mondo caotico. E, quando la retorica non basta a mascherare le divisioni interne e le aspirazioni economiche tradite, seguono i fatti: che si tratti di prepotenze nel Mar Cinese, ingerenze neo-ottomane o aggressioni militari dirette da parte della Russia impoverita e cleptocratica.</p>



<p>I nazionalisti cinesi, indiani o europei concordano in definitiva sul fatto che ogni identità culturale deve avere un proprio territorio in cui prosperare. In questo senso, l’estrema destra europea è perfettamente in linea con la riscoperta della particolarità delle civiltà che accompagna il passaggio a un mondo multipolare. I nazionalisti europei riconoscono che i loro Paesi sono diventati una civiltà tra tante e stanno cogliendo l’opportunità di costruire una comunità nazionale culturalmente omogenea, strettamente controllata e provincializzata.</p>



<p>Come sottolinea il critico d’arte tedesco Boris Groys, “oggi la nuova destra utilizza il linguaggio della politica identitaria sviluppato dalla nuova sinistra negli anni 1960-1980. A quel tempo, la difesa delle culture originarie era diretta contro l’imperialismo occidentale e il colonialismo [&#8230;] Questa critica era comprensibile e legittima, anche se unilaterale. Ma ai nostri giorni questa critica ha cambiato direzione politica e rilevanza culturale”.<sup data-fn="db2cf36d-af22-442b-8d49-85cf2f73513d" class="fn"><a href="#db2cf36d-af22-442b-8d49-85cf2f73513d" id="db2cf36d-af22-442b-8d49-85cf2f73513d-link">2</a></sup><br>Si può essere perdonati per sostenere l’idea di un mondo plurale fondato sulla diversità delle culture, eppure questo concetto proviene dal filosofo reazionario Alain de Benoist, membro fondatore del Gruppo di Ricerca e di Studi per la civiltà europea (GRECE), un centro studi nazionalista di destra.</p>



<p>Questa è l’aspirazione a un mondo di tribù chiuse in sé stesse, etnicamente e culturalmente pure. Questa è la fonte dell’affinità sentimentale che unisce i nazionalisti europei ai discorsi nazionalisti delle potenze emergenti non occidentali. Tutti cercano di rivendicare un’identità apparentemente omogenea; tutti invocano la ricostruzione di una cultura originaria racchiusa in un territorio delimitato da confini e dotato di un significato speciale per gli abitanti “autentici” e nessuna forza esterna ha la giustificazione morale per interferire con questa unità civile, che si tratti dei diritti umani universali nel mondo post-coloniale o dei principi dell’Unione europea relativi allo stato di diritto in Ungheria.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Interdipendenza radicale</strong></h2>



<p>L’ascesa di un’estrema destra provincializzata ed etno-nazionalista in Europa è indicativa di un malessere molto più ampio e di una trasformazione strutturale nell’organizzazione del mondo. Parafrasando Walter Benjamin, dietro ogni fascismo odierno si nasconde una cosmopolitica fallita. La divisione dell’umanità in tribù nazionali e la scomparsa delle istituzioni internazionali senza alcun serio progetto di riforma e ampliamento rendono la politica, e quindi le società, incapaci di guardare al futuro con fiducia. Il risultato è il ritorno alla nazione omogenea ovunque.</p>



<p>In definitiva, la sfida che ci attende sarà quella di fornire un’articolazione progressista (e non regressiva), umanista (e non nazionalista) del mondo multipolare che sta prendendo forma. Un mondo in cui un passato imperialista e unipolare non si trasforma nella moltiplicazione dei nazionalismi e delle identità civili separate, ma matura in una civiltà di intenti comuni che unisce l’umanità, consentendole di affrontare le grandi sfide planetarie del XXI secolo.</p>



<p>L’Unione europea, con la sua aspirazione a superare le tribù nazionali e unire le persone oltre i confini, doveva essere allo stesso tempo un faro e una metafora proprio di tale movimento. L’Europa sarebbe potuta diventare &#8211; può ancora diventare &#8211; un laboratorio per un nuovo tipo di politica planetaria. Ma, per raggiungere questo obiettivo, dovrebbe finalmente trovare il coraggio e l’ambizione di unirsi in modo significativo. Non si tratta, come sostiene Mario Draghi, di una semplice questione di interesse economico. Si tratta di una questione molto più profonda, che riguarda l’avvento di una nuova era nella storia dell’umanità o la resa al trionfo mondiale dell’etno-nazionalismo.</p>



<p>Il movimento ecologista ha da tempo riconosciuto la radicale interdipendenza tra l’umanità e la natura e tra gli esseri umani. Tale interdipendenza è ora chiaramente evidente, così come lo sono gli effetti drammatici del nostro fallimento nel negoziarla. Mentre ci troviamo di fronte all’urgente necessità di immaginare nuove forme politiche ambiziose ma pragmatiche per il nostro mondo, l’ecologia politica può ricordarci come affrontare le cause profonde dell’ascesa dell’estrema destra. Ciò significherebbe costruire un’umanità futura che garantisca una convivenza pacifica con il pianeta e tra gli esseri umani, ovunque.</p>



<p><em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="6a12246e-7b68-493b-842d-977839471cba">Zhang Weiwei (2023). “China Rises As The Ideal Civilizational State”. Noema. 6 febbraio 2023.<br>Disponibile all’indirizzo &lt;<a href="https://shorturl.at/MCzRs">https://shorturl.at/MCzRs</a>>. <a href="#6a12246e-7b68-493b-842d-977839471cba-link" aria-label="Jump to footnote reference 1"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="db2cf36d-af22-442b-8d49-85cf2f73513d">Boris Groys (2017). “Towards a New Universalism”. e-flux, numero 86. Novembre 2017.<br>Disponibile all’indirizzo &lt;<a href="https://shorturl.at/yY8kJ">https://shorturl.at/yY8kJ</a>>. <a href="#db2cf36d-af22-442b-8d49-85cf2f73513d-link" aria-label="Jump to footnote reference 2"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li></ol>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un faro di progresso: la società civile in Georgia</title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/un-faro-di-progresso-la-societa-civile-in-georgia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Amir Hashemi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 17:08:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democracy]]></category>
		<category><![CDATA[Civil rights]]></category>
		<category><![CDATA[display]]></category>
		<category><![CDATA[Equality]]></category>
		<category><![CDATA[EU]]></category>
		<category><![CDATA[European values]]></category>
		<category><![CDATA[Far Right]]></category>
		<category><![CDATA[Gender]]></category>
		<category><![CDATA[Georgia]]></category>
		<category><![CDATA[Human Rights]]></category>
		<category><![CDATA[LGBT]]></category>
		<category><![CDATA[LGBTQIA+]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42373</guid>

					<description><![CDATA[Natia Gvianishvili sulla difesa dei diritti e delle libertà fondamentali in tempi di regresso istituzionale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Il governo della Georgia, sempre più orientato all’estrema destra, sta strumentalizzando la diversità di genere e sessuale per alimentare le divisioni sociali e giustificare l’indebolimento delle istituzioni pubbliche. Con i diritti LGBTQIA+ minacciati sia all’interno dell’UE che nei Paesi candidati all’adesione, la società civile e i movimenti di base sono fondamentali per proteggere la democrazia e riaffermare i valori europei.</p></div>



<p>La Georgia, che sta attraversando la crisi politica più grave degli ultimi decenni, si trova ad affrontare un futuro incerto. Il totale indebolimento delle istituzioni indipendenti e l’eliminazione dei controlli e degli equilibri hanno portato a ciò che molti, tra cui il presidente Salome Zourabichvili, definiscono elezioni rubate Le lodevoli riforme istituzionali e la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, così come l’impegno e le possibilità di integrazione nell’Unione europea, stanno andando in fumo.</p>



<p>Allora, dov’è la vera garanzia di un cambiamento sostenibile? Cosa può spingere l’adesione all’UE se le riforme istituzionali possono essere revocate in un colpo solo, soprattutto ora che l’UE guarda sempre più al proprio interno piuttosto che all’espansione? Sebbene non ci siano risposte semplici in vista, la società civile, la mobilitazione dal basso e la solidarietà transnazionale potrebbero essere il punto di partenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ginepraio georgiano</strong></h2>



<p>Sogno Georgiano, il partito salito al potere nel 2012 inizialmente in coalizione, ha ottenuto la maggioranza nel 2016 e, ora al suo quarto mandato, continua a godere di un governo mono-partitico quasi senza ostacoli. All’inizio della sua ascesa politica, il partito si era impegnato a porre fine alla brutalità della polizia dei suoi predecessori, concentrandosi sui diritti umani per tutti. Nonostante inizialmente avesse attuato miglioramenti quali la riforma della sanità pubblica, il partito ha cambiato posizione per esercitare il proprio potere sulle istituzioni pubbliche e indebolire la società civile.</p>



<p>Il miliardario Bidzina Ivanishvili, fondatore di Sogno Georgiano, continua a finanziare il partito, che opera sotto la sua influenza diretta, ma occulta. A poco a poco, è divenuto chiaro che l’oligarca avrebbe piegato le forze dell’ordine, la magistratura e altre istituzioni della Georgia al proprio volere, trasformando lentamente il Paese in un parco giochi per ricchi, dove la povertà e altre disuguaglianze dilagano. Ivanishvili ha apertamente condannato l’omofobia nelle prime fasi del partito. Tuttavia, nell’ultimo decennio, Sogno Georgiano ha preso di mira le comunità vulnerabili, che continuano ad essere ampiamente fraintese nella società.</p>



<p>La reazione del governo georgiano all’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha rivelato la sua affiliazione. L’allineamento di Sogno Georgiano con il Cremlino, un tempo mera speculazione, è diventato evidente quando il governo ha iniziato ad accusare l’Occidente di spingere la Georgia verso una guerra con la Russia. I politici e i funzionari governativi hanno dato prova di una mancanza di diplomazia senza precedenti nei rapporti con i partner internazionali. Hanno anche iniziato a reprimere formalmente gli organismi di controllo della società civile e l’opposizione politica.</p>



<p>Nel 2023, l’allora primo ministro Irakli Garibashvili intervenne alla Conservative Political Action Conference (CPAC) in Ungheria, confermando il percorso dello sviluppo ideologico di Sogno Georgiano da partito socialdemocratico auto-proclamato a movimento fortemente conservatore, adottando la retorica di uno dei principali gruppi di estrema destra della Georgia Il partito ha imitato la Russia, introducendo due volte una legge contro gli “agenti stranieri”: nel 2023 e nel 2024. Nonostante le proteste di massa, il parlamento ha infine adottato questa controversa legge alla vigilia delle elezioni di quest’anno.</p>



<p>Il partito al potere non si è fermato qui nella sua furia autoritaria. Il parlamento ha rapidamente presentato e adottato la legge sulla protezione dei minori e dei valori familiari. La norma vieta le cure di affermazione di genere e il riconoscimento legale del genere e nega il riconoscimento delle famiglie queer. Impone inoltre la censura dei contenuti e delle informazioni relative alle persone LGBTQIA+ a tutti i livelli dell’istruzione e in televisione. Sebbene fortemente contestati, i risultati elettorali in Georgia, che garantiscono altri quattro anni di governo di Sogno Georgiano, hanno fatto nascere il timore che le minacce politiche estreme possano diventare una dura realtà.</p>



<p>Il percorso politico della Georgia sta pesando notevolmente anche sulla stabilità complessiva del partenariato orientale dell’UE. Sotto la costante influenza e interferenza della Russia, quest’area geopolitica rimane instabile. Il governo filo-occidentale della Moldavia potrebbe aver appena vinto la battaglia elettorale, ma è appeso a un filo. L’Ucraina sta letteralmente lottando per la sopravvivenza e per l’integrazione nell’UE. L’Armenia sta compiendo progressi positivi, ma la situazione rimane fragile. Nel frattempo, Azerbaigian e Bielorussia continuano a stringere le maglie contro chiunque osi parlare di libertà. Lo spazio regionale si è ridotto come mai prima d’ora e la Georgia, il Paese che un tempo era un rifugio relativamente sicuro per l’attivismo e il lavoro sui diritti umani, è diventato l’ennesimo contesto rischioso che richiede piani di emergenza, protocolli di sicurezza e approcci creativi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Spauracchi anti-genere</strong></h2>



<p>La Georgia, come molti altri Paesi che ancora portano con sé l’esperienza sovietica, ha ereditato la strumentalizzazione politica di omofobia, bifobia e transfobia. Questa tattica ha continuato ad essere applicata attivamente da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza nel 1991. Insieme alla mancanza di conoscenza e consapevolezza della diversità di genere e sessuali, ciò può causare ansia e confusione di massa, facendo eco alla visione populista dell’identità nazionale radicata nella religione e nei ruoli di genere polarizzati. Ciò che oggi incoraggia il governo georgiano è il fatto che la sua posizione non è così marginale come lo sarebbe stata dieci anni fa.</p>



<p>Sogno Georgiano trae vantaggio dal dibattito infinito sui diritti LGBTQIA+ e sulla cosiddetta ideologia di genere, alimentato dalle fabbriche dei troll, dai teorici della cospirazione e dai gruppi anti-genere. Entrati con forza nel dibattito politico dominante, il genere e la diversità sessuale sono diventati uno dei temi cruciali nella battaglia tra i cosiddetti valori occidentali e quelli tradizionali (o, in alcuni contesti, tra i valori “woke” e quelli “reali”). La divisione tra “noi” e “loro” è considerata geopolitica. Anche negli Stati membri dell’UE viene utilizzata per indebolire la comprensione di quali siano i veri valori europei. Per Paesi come la Georgia, attribuire tutta la colpa all’influenza della Russia (anche se chiaramente esistente) è una semplificazione eccessiva, che la propaganda di Stato ribalta indicando i Paesi dell’UE che hanno limitato i diritti LGBTQIA+, come la Polonia, l’Ungheria e l’Italia, come contrappesi europei all’“ideologia pseudo-liberale” dell’Occidente. È interessante notare che le questioni relative alla comunità LGBTQIA+ assumono sempre più rilevanza geopolitica. Il partito al potere in Georgia ha apertamente scelto da che parte stare, opponendosi pubblicamente a quelle che definisce “false libertà imposte” e “propaganda LGBTQIA+” e diffondendo miti sulla cura di affermazione di genere per i bambini, che abbiamo già sentito tante volte in passato. L’uso di omofobia, bifobia e transfobia da parte di Sogno Georgiano per attaccare ulteriormente e danneggiare la reputazione del settore della società civile è una combinazione dei metodi sovietici utilizzati contro i dissidenti politici e delle più recenti tattiche di disinformazione e divisione sociale dei gruppi anti-genere. Il partito al potere ha raggiunto questo obiettivo non solo adottando le due leggi molto contestate sugli “agenti stranieri” e sulla “protezione dei valori familiari e dei minori”, ma anche accusando attivamente la società civile di ricevere finanziamenti dall’estero per diffondere “propaganda LGBT”.</p>



<p>Le tattiche della destra illiberale si diffondono. Lo stesso vale per le sue narrazioni. Quando i messaggi di parte raggiungono il terreno già preparato delle forze politiche autoritarie influenzate dalla Russia, diventano uno strumento pericoloso, che influisce direttamente su interi Stati. Ciò che per anni ha creato confusione attraverso false dichiarazioni e diffusione di miti, ora ha trovato un’applicazione pratica. Ciò che rende questi gruppi così efficaci non è solo il fatto che siano ben finanziati, ma anche che non siano soggetti alle misure di responsabilità che, ad esempio, il settore della società civile applica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Forgiate nella crisi</strong></h2>



<p>Non è stata una sorpresa quando il partito al potere in Georgia, proprio come altre forze politiche di stampo autoritario in tutto il mondo, ha scelto di investire massicciamente nella repressione della vivace società civile del Paese. Può sembrare un cliché, ma le organizzazioni della società civile nel Partenariato orientale (EaP) sono pilastri all’interno dei rispettivi Stati.</p>



<p>Inizialmente, il settore è emerso in risposta alle gravi crisi economiche e socio-politiche seguite al crollo dell’Unione Sovietica. Il sostegno finanziario erogato attraverso i canali della cooperazione allo sviluppo ha alimentato il settore formalizzato delle ONG, che nel corso degli anni è stato in grado di iniziare ad affrontare questioni cruciali relative ai diritti umani, alla democrazia, allo Stato di diritto e al genere. Oggi, le organizzazioni non governative tradizionali coesistono con diversi gruppi di iniziativa non registrati, collettivi di base e attivisti individuali che, insieme, rappresentano il nucleo delle persone socialmente e politicamente attive nella società georgiana.</p>



<p>I diversi gruppi della società civile del Paese forniscono da tempo servizi, mobilitano le comunità, formano l’opinione pubblica, suggeriscono e fanno pressione per ottenere cambiamenti politici, chiedono conto alle istituzioni potenti e tengono informati i loro partner internazionali. Questo settore possiede anche una maggiore memoria istituzionale e competenza in materia di riforme, attività politica e analisi approfondita dei problemi sociali rispetto alle rispettive agenzie governative, soggette a continui avvicendamenti e cambiamenti di approccio politico.</p>



<p>La pandemia di COVID-19 ha anche dimostrato quanto la società civile della Georgia possa e debba essere flessibile per sostenere le comunità vulnerabili quando lo Stato le dimentica. Le organizzazioni LGBTQIA+ in tutto l’EaP hanno dovuto mobilitarsi in modo senza precedenti per rispondere alle esigenze umanitarie e di diritti umani delle comunità che sono rimaste senza un sostegno diretto accessibile da parte del proprio Stato o dei settori degli aiuti umanitari. Ad esempio, le organizzazioni della Georgia e dell’Ucraina hanno dovuto potenziare la fornitura di servizi psicosociali ai membri della comunità, sviluppando al contempo protocolli interni per l’erogazione degli aiuti umanitari e cercando di raccogliere fondi per questo lavoro. Lo abbiamo visto anche in altre crisi, come l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, dove le organizzazioni LGBTQIA+ hanno distribuito aiuti umanitari, effettuato trasferimenti di emergenza e fornito altri tipi di sostegno alla comunità. Le organizzazioni LGBTQIA+ in Moldavia e in altri Paesi confinanti come Polonia, Romania e Slovacchia hanno raccolto la sfida e si sono mobilitate per accogliere i rifugiati LGBTQIA+. Se osserviamo attentamente questi momenti di grande bisogno, troviamo lo stesso modello di solidarietà.</p>



<p>Vediamo che ci sono molti fattori che potrebbero far sentire minacciati i movimenti anti-genere, la destra illiberale e i loro rappresentanti nella politica tradizionale. Dopotutto, è possibile abrogare una legge, ma non è così facile annullare il progresso sociale e la consapevolezza civica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Solidarietà di base e integrazione nell’Unione europea</strong></h2>



<p>Le proteste di massa in Georgia nel 2023 e nel 2024 contro la legge sugli agenti stranieri hanno chiaramente dimostrato il crescente divario tra la società e il governo. I sondaggi di opinione confermano che i cittadini della Georgia sanno chiaramente cosa vogliono e sono molto più avanti nel loro percorso di integrazione nell’UE rispetto alle élite politiche. Pertanto, misurare i progressi di un Paese solo sulla base delle riforme istituzionali è fuorviante e non fornisce un quadro completo della situazione. I gruppi della società civile, la loro influenza e il loro impatto sono un solido motore dell’integrazione dell’UE. Mentre l’UE affronta cambiamenti politici interni, sarà necessaria una maggiore solidarietà transnazionale per continuare a plasmare una comprensione dei valori fondamentali dell’UE radicati nella dignità umana, nell’uguaglianza e nell’inclusione.</p>



<p>In un modo o nell’altro, questa solidarietà è evidente da molto tempo. Le organizzazioni occidentali per i diritti umani hanno sviluppato una consapevolezza della loro posizione e dei loro privilegi, compiendo sforzi consapevoli per consentire agli attivisti del Sud e dell’Est globali di accedere agli spazi di patrocinio internazionali a livello regionale e globale. La solidarietà transnazionale ha anche contribuito all’adozione della strategia per l’uguaglianza delle persone LGBTIQ dell’UE, all’istituzione del mandato di esperto indipendente sulle questioni relative all’orientamento sessuale e all’identità di genere presso le Nazioni Unite e all’inclusione formale delle persone LGBTQIA+ nei gruppi principali e altri portatori di interessi (MGoS) nel quadro dell’Agenda 2030.</p>



<p>A livello locale, le riforme di successo in Georgia sono state attuate quando i finanziatori istituzionali e statali e la società civile locale e internazionale si sono uniti e le istituzioni statali si sono dimostrate disposte a seguire l’esempio. Programmi efficaci di prevenzione dell’HIV e dell’epatite C, servizi più efficienti per le vittime di violenza di genere e l’istituzione di un dipartimento per i diritti umani all’interno del ministero dell’interno sono alcuni esempi evidenti. Tuttavia, i risultati raggiunti hanno sempre richiesto la volontà delle istituzioni statali o almeno una leva a livello di reputazione, che le spingesse nella giusta direzione. Con il passaggio a un regime più autoritario, questa leva viene persa e ci rendiamo subito conto che l’unico cambiamento sostenibile realizzato nel corso degli anni è concentrato nel settore della società civile.</p>



<p>Affinché i movimenti di base possano sopravvivere ed essere in grado di cooperare e impegnarsi in scambi e apprendimenti significativi, è necessaria un’importante dimostrazione di solidarietà. È necessario uno sforzo collettivo per sostenere la salvaguardia (se non l’aumento) della cooperazione allo sviluppo, soprattutto in contesti in cui la società civile è esposta a rischi elevati. Con i tagli agli aiuti allo sviluppo annunciati da molti Stati donatori nell’UE e non solo, questa continuerà ad essere una lotta che coinvolge gruppi all’interno e all’esterno dell’UE, sia grandi che piccoli, che si occupano di questioni che vanno dal genere ai diritti dei lavoratori e all’ambiente.</p>



<p>Inoltre, è necessario uno sforzo congiunto da parte della società civile e delle forze politiche progressiste in tutta l’UE e nei Paesi candidati all’adesione per coinvolgere i propri elettori, garantendo un dialogo attivo che sviluppi un consenso sui valori fondamentali e sulla loro applicazione pratica. Ciò è particolarmente importante, poiché l’educazione e la formazione dell’opinione pubblica sono state spesso relegate in secondo piano rispetto alle campagne informative a breve termine. E, poiché le forze illiberali eccellono nel diffondere disinformazione, resistere alle interpretazioni diluite ed escludenti dei valori europei rimane una battaglia in salita. A questo proposito, i processi di integrazione e allargamento dell’UE possono essere considerati una piattaforma naturale per negoziare e riaffermare i valori europei per tutte le parti coinvolte.</p>



<p>Quando le difficoltà sono onnicomprensive, anche la solidarietà deve esserlo. È necessario includere l’apprendimento dalla società civile e dai soggetti politici progressisti che operano in contesti difficili dell’UE, insieme a quelli dei Paesi candidati all’adesione. L’esperienza e la competenza in materia di resilienza e adattabilità, che potrebbero rivelarsi molto utili in periodi di ripetute intimidazioni, esistono e possono essere condivise.</p>



<p>C’è anche una lezione da imparare su come evitare l’autocompiacimento, che spesso si sviluppa dopo vittorie grandi e piccole, così come dopo anni di apparente stabilità. Lo Stato sociale e i diritti umani e le libertà fondamentali non possono mai essere dati per scontati, e le comunità LGBTQIA+ sono solitamente le prime a imparare questa dura lezione. Di fronte alla reazione negativa che sta prendendo piede nelle istituzioni politicamente influenti, la nostra resistenza dovrebbe riconoscere che le lotte delle comunità emarginate non sono marginali, ma sono in prima linea nella protezione della democrazia. Le persone LGBTQIA+ non sono una nota a margine in questa storia; sono fondamentali nella lotta più ampia per una società giusta ed equa.</p>



<p><em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Valori e pragmatismo: il ruolo dell’Europa in un mondo in trasformazione </title>
		<link>https://www.greeneuropeanjournal.eu/valori-e-pragmatismo-il-ruolo-delleuropa-in-un-mondo-in-trasformazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio De Carolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 16:35:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitics]]></category>
		<category><![CDATA[Democracy]]></category>
		<category><![CDATA[European Union]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom]]></category>
		<category><![CDATA[Green Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Liberal Democracy]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.greeneuropeanjournal.eu/?p=42364</guid>

					<description><![CDATA[Di fronte alle tensioni geopolitiche, il progetto europeo potrà rimanere fedele ai propri ideali?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-ldgejblocks-gej-block-introduction"><p>Con il futuro dell’alleanza transatlantica incerto e la guerra alle porte, l’Europa si trova in un territorio inesplorato. Come può il progetto europeo rimanere fedele ai suoi valori fondamentali di democrazia e rispetto dei diritti umani mentre cerca di ripensare il proprio ruolo nel mondo e di stringere nuove partnership? Intervista a Sergey Lagodinsky, parlamentare europeo per i Verdi. </p></div>



<p><strong>&nbsp;Green&nbsp;European&nbsp;Journal:&nbsp;</strong><strong>&nbsp; Come persona che ha vissuto su entrambi i lati della Cortina di Ferro, che ruolo hanno avuto gli ideali di libertà nella sua vita personale e politica?</strong>&nbsp;</p>



<p><strong>Sergey&nbsp;Lagodinsky:&nbsp;</strong>La mia infanzia nell’Unione Sovietica ha influenzato profondamente la mia visione politica. Sono cresciuto in un Paese in declino, con un’economia in crisi, un’ideologia fallimentare e una sfera informativa rigidamente controllata. L’opposizione non solo era inutile, ma era anche un concetto completamente sconosciuto. L’individualismo era indesiderato e il concetto di “personale” era crudamente subordinato al “collettivo”: era fuori dalla nostra esperienza per definizione. La Perestrojka (l’apertura della società e dell’economia sovietica negli anni 1980) è stata un processo di scoperta della libertà, delle verità storiche e, di fatto, di sé stessi. Quindi la libertà non è solo un progetto politico, ma anche molto personale per me.&nbsp;</p>



<p>Il mio lavoro al Parlamento europeo è l’antitesi della vita che avrei condotto se fossi rimasto in Russia all’epoca. La tenacia che dimostro oggi nel difendere la libertà di ognuno di noi si basa sul fatto che so molto bene cosa significa non averla. Alcuni vedono la mia insistenza sulla libertà e sulla democrazia liberale come un fastidio o un peso. Sono profondamente grato di poter portare questo fardello.&nbsp;</p>



<p><strong>Trent’anni fa pensavamo che la democrazia liberale avrebbe trionfato ovunque. Ora l’ordine mondiale sta crollando e l’alleanza transatlantica è in crisi. Che cosa è successo?</strong>&nbsp;</p>



<p>Le democrazie sono state messe alla prova su più livelli e in molte occasioni. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia di COVID 19, la grave crisi del costo della vita seguita all’aggressione della Russia contro l’Ucraina: i cittadini del mondo si sono chiesti chi potesse proteggerli al meglio. I regimi autoritari vedono queste crisi come un’opportunità unica e le hanno sfruttate per rafforzare il loro controllo sulle società con il pretesto di ripristinare la stabilità. Hanno anche sfruttato la disinformazione e la mancanza di trasparenza per nascondere i propri dubbi e incolpare la democrazia delle nostre numerose carenze. Allo stesso tempo, i governi democratici si sono dimostrati incapaci di produrre risultati rapidi e visibili in tempi di crisi e di trasmettere la sensazione che le generazioni future vivranno meglio dei loro genitori. Gran parte di ciò è il risultato di emergenze che nessuno può controllare, ma è comprensibile che le persone incolpino i propri governi e, in ultima analisi, il sistema democratico stesso.&nbsp;</p>



<p>La lotta contro la crisi è diventata una competizione tra la libertà da un lato e la repressione mascherata da stabilità dall’altro. I social media accelerano questi sviluppi, alimentando la disinformazione e la divisione. Di conseguenza, i movimenti autoritari che promettono soluzioni semplici stanno guadagnando forza, mentre le complessità della democrazia diventano sempre più difficili da spiegare.&nbsp;</p>



<p>La crisi delle relazioni transatlantiche è di tipo diverso. Il problema di fondo è che i valori comuni vengono messi in discussione da un governo specifico che persegue l’isolazionismo invece dell’eccezionalità globalista. La portata globale degli Stati Uniti non è più parte integrante della loro identità nazionale.&nbsp;</p>



<div id="mailchimpForm" class="wp-block-ldgejblocks-ld-mailchimp-block background-dark" data-layout="1"></div>



<p>Inoltre, in un mondo fatto di affari, non c’è spazio per alleanze a lungo termine o almeno per la fiducia e l’affidabilità che sono un prerequisito per esse. Sotto la presidenza Trump 2.0, gli Stati Uniti sono diventati un partner impulsivo e imprevedibile, che richiede la massima flessibilità e promette poca affidabilità. La pianificazione a lungo termine, che a sua volta garantirebbe sicurezza, è diventata praticamente impossibile. L’alleanza transatlantica si trova quindi ad affrontare una prova cruciale, non solo dal punto di vista politico, ma anche in termini di sopravvivenza. Le politiche di Trump stanno smantellando l’ordine mondiale, mentre la combinazione tra la mancanza di fiducia all’interno dell’alleanza e il comportamento caotico di Washington sulla scena globale implica che la nostra strategia attendista per la presidenza Trump 1.0 non sia più praticabile.&nbsp;</p>



<p>Ma il rischio maggiore per le democrazie liberali non deriva dall’indebolimento dell’alleanza, bensì dalla decisione ideologica dell’amministrazione Trump di diventare sostenitrice delle forze illiberali. Questo è l’unico progetto ideologico internazionale che attualmente interessa il governo degli Stati Uniti. La posizione dell’amministrazione statunitense indebolirà le democrazie liberali e accelererà il declino dell’alleanza transatlantica, mettendo in discussione la sua identità di comunità di valori piuttosto che di semplici interessi complementari.&nbsp;</p>



<p>La democrazia liberale non ha fallito, ma è sottoposta a una notevole pressione in tutto il mondo: dall’esterno da parte delle potenze autoritarie e dall’interno a causa delle divisioni sociali e delle crisi sistemiche. Poiché l’UE è il più grande soggetto leader liberale rimasto a livello globale, abbiamo un ruolo unico da svolgere nella protezione e, possibilmente, nella riforma dell’ordine mondiale.&nbsp;</p>



<p><strong>L’Europa si sta riarmando per far fronte alle crescenti tensioni geopolitiche. È possibile conciliare il potere militare con il progetto europeo come progetto di pace? E i Verdi europei possono contribuire in modo significativo ad affrontare le sfide odierne, pur mantenendo la loro identità di movimento radicato nel pacifismo?</strong>&nbsp;</p>



<p>Il progetto europeo è un progetto di pace perché ha unito gli europei e ha permesso loro di sviluppare uno spazio comune di convivenza pacifica. Tuttavia, non si tratta di un progetto di pace nel senso di ingenuità indifesa. L’Unione europea non è mai stata ingenua dal punto di vista geopolitico perché ha sempre potuto contare sulla protezione della NATO. Ma ora che la determinazione degli Stati Uniti a continuare a svolgere il proprio ruolo di leadership nell’ambito della cooperazione transatlantica sta vacillando, dobbiamo innanzitutto integrare e, a lungo termine, sostituire l’alleanza con le capacità europee. Non vedo alcuna contraddizione tra&nbsp;pace e consapevolezza geopolitica. L’UE continua a essere un progetto di pace grazie alla sua natura cooperativa; è anche un progetto geopoliticamente maturo, poiché mira a diventare responsabile della propria difesa.&nbsp;</p>



<p>Come Verdi, non dobbiamo permettere che le nostre basi ideologiche vengano ridotte a una concezione molto unidimensionale del pacifismo. Ci sono molti soggetti, soprattutto al di fuori del movimento ecologista, che cercano di proiettare su di noi queste concezioni limitate. Ma, se stabiliamo che la visione della politica estera dei Verdi è multidimensionale e contestuale, non avremo difficoltà a conciliare i nostri principi: il pacifismo non è disfattismo, e abbiamo un impegno molto chiaro a difendere i confini statali, il diritto internazionale, i diritti umani e gli spazi democratici. Siamo anti-colonialisti e non accettiamo la violenza dei tiranni. Questi principi rendono le capacità di difesa e la solidarietà con le vittime di aggressioni un’impresa senz’altro verde. Ho già delineato questa visione nel <a href="https://gruene-solidaritaet.weebly.com/">nostro manifesto</a> per i Verdi tedeschi nel 2015. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Non dobbiamo permettere che le nostre basi ideologiche vengano ridotte a una concezione molto unidimensionale del pacifismo. </p>
</blockquote>



<p>È anche importante considerare il contesto in evoluzione. Con la crescente aggressività della Russia e la sempre minore solidarietà degli Stati Uniti, noi dell’UE siamo soli. Ciò significa che dobbiamo ripensare i nostri principi per difendere i nostri valori. I nostri valori sono gli stessi, ma le nostre strategie stanno cambiando. I Verdi possono svolgere un ruolo costruttivo in questo ambito se ci consideriamo un ponte tra la responsabilità della politica di pace e il realismo della politica di sicurezza. E, grazie all’indiscutibile credibilità che ci siamo guadagnati nel settore della difesa grazie al nostro sostegno all’Ucraina, abbiamo una missione speciale: dobbiamo garantire che il riarmo non diventi un fine in sé, ma rimanga integrato in una politica estera che non perda di vista la diplomazia, la protezione del clima e i diritti umani.&nbsp;E, tornando al valore della libertà: se prendiamo sul serio la libertà, dobbiamo essere in grado di difenderla, anche dalle forze esterne.&nbsp;</p>



<p><strong>Tuttavia, i diversi Stati membri dell’UE sembrano avere visioni divergenti di democrazia, libertà e sicurezza, basate sulla loro posizione geografica e sulle loro esperienze storiche. C’è un modo per trovare un terreno comune?</strong>&nbsp;</p>



<p>La diversità è una norma in Europa ed è presente anche nei dibattiti sulla libertà. Il problema è gestire questa diversità nel modo più produttivo possibile ed evitare che si discosti dai principi e dai valori comuni. Società diverse hanno storie e geografie diverse, che determinano il loro modo di vivere e di sentire.&nbsp;</p>



<p>Un denominatore comune è possibile e necessario, ma richiede volontà politica, apertura istituzionale e comprensione reciproca. Innanzitutto, occorre una comprensione di base comune secondo cui la democrazia non è solo una questione di decisioni prese a maggioranza: essa comprende anche la separazione dei poteri, la tutela delle minoranze e la libertà dei media. Questi principi sono obblighi reciproci sanciti dai trattati dell’UE e non sono imposti da alcun soggetto esterno. Rappresentano le nostre posizioni chiave e il nostro fondamento comune, anche se la loro attuazione pratica varia da uno Stato membro all’altro.&nbsp;</p>



<p>Per quanto riguarda la sicurezza, è necessario un approccio europeo coordinato che tenga seriamente conto dei livelli di minaccia regionali. Ciò richiede un maggiore coordinamento nella politica estera e di difesa, ma anche solidarietà di fronte alle diverse sfide, tra cui l’aggressione militare russa o minacce ibride come la disinformazione. Una possibile strada verso una maggiore unità risiede nell’“integrazione differenziata”: gli Stati membri disposti a collaborare più strettamente in determinati settori possono farlo senza obbligare gli altri a partecipare. Allo stesso tempo, occorre difendere i valori fondamentali comuni, ricorrendo se necessario a meccanismi sanzionatori.&nbsp;</p>



<p><strong>L’Europa sta inoltre affrontando sfide interne, in un contesto caratterizzato da un crescente illiberalismo e autoritarismo. L’estrema destra è al governo in diversi Stati membri, limitando le libertà civili e minando lo Stato di diritto. Le posizioni intransigenti contro l’immigrazione sono diventate dominanti. Possiamo ancora parlare con sicurezza di valori europei comuni oggi?</strong>&nbsp;</p>



<p>Le fondamenta dei valori comuni europei &#8211; quali la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani e la solidarietà &#8211; sono oggi più fragili che mai. Il crescente illiberalismo in alcune parti d’Europa, in particolare in Paesi come l’Ungheria, la Slovacchia e, più recentemente, l’Italia, sta mettendo apertamente in discussione questi fondamenti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>I governi con tendenze autoritarie stanno limitando la libertà di stampa, controllando il potere giudiziario e l’istruzione e propagando una concezione nazionalistica della democrazia che stride con i principi fondamentali dell’UE.  Tuttavia, i valori stessi non sono scomparsi: sono profondamente radicati nei trattati dell’UE e nelle società europee. </p>



<p>Le politiche europee spesso non sono di nostro gradimento. I Verdi non sono i governanti dell’UE e i cittadini europei hanno le loro opinioni. La democrazia è un esercizio continuo di negoziazione, il che significa che non otterremo mai tutti i risultati che desideriamo. Ma possiamo lottare per i nostri ideali. Quindi il nostro ruolo come Verdi è quello di lottare per le nostre posizioni e la nostra visione. Ma è anche nostra responsabilità accettare i risultati democratici che emergono dalle battaglie politiche e dai compromessi, purché rispettino i valori fondamentali dell’UE.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Potremmo avere opinioni diverse sulle modalità dei controlli alle frontiere e sulle procedure di immigrazione, ma i respingimenti o il rifiuto delle domande di asilo rappresentano una linea rossa, perché costituiscono una violazione dei diritti umani e non solo dei valori verdi.&nbsp;</p>



<p><strong>Un’America meno amichevole e un ordine mondiale sempre più multipolare significano che l’Europa deve trovare nuovi alleati. È in grado di trovare il giusto equilibrio tra valori e pragmatismo, senza affermarsi come potenza civilizzatrice? Quali sono i limiti da non superare quando si tratta con altri Paesi e leader?</strong>&nbsp;</p>



<p>In un mondo in cui gli Stati Uniti non possono più essere considerati a prescindere come partner affidabili, l’Europa si trova ad affrontare la sfida strategica di stringere nuove alleanze con Paesi che non sempre condividono i suoi valori. La chiave sta nel trovare un equilibrio intelligente tra una politica estera orientata ai valori e la salvaguardia pragmatica dei nostri interessi. Sono sempre stato critico nei confronti della politica estera definita come “basata sui valori” o “basata sugli interessi”. La politica estera deve essere “basata sull’intelligenza”. Deve calibrare e combinare approcci efficaci, utili e sostenibili.&nbsp;</p>



<p>L’Europa non dovrebbe commettere l’errore di assumere una posizione moralmente superiore o di presentarsi come una “potenza civilizzatrice”. Un approccio di questo tipo viene percepito come moralistico e porta al rifiuto, specialmente nel Sud globale, dove il ricordo del colonialismo è ancora vivo. Allo stesso tempo, non è necessario seguire la strada intrapresa da Cina e Russia. Siamo uno spazio sicuro e fiducioso per la libertà e la democrazia, non un regime autoritario corrotto. Abbiamo i nostri difetti, ma siamo un soggetto internazionale democratico e benevolo.&nbsp;</p>



<p>In quanto forza internazionale, dobbiamo cooperare con gli altri sulla scena mondiale. Ma non vogliamo essere né complici né dipendenti da dittatori e violatori dei diritti umani: possiamo dialogare, sì, ma non a qualsiasi prezzo. L’Europa dovrebbe imparare dai propri errori passati, come gli anni di dipendenza dal gas russo o l’ingenua apertura del proprio mercato alla Cina.&nbsp;</p>



<p>Tali dipendenze compromettono la nostra capacità di agire politicamente. I partenariati sostenibili si basano sulla reciprocità, sul rispetto e sugli interessi a lungo termine, non sull’opportunismo a breve termine. È fondamentale che l’Europa trovi una via di mezzo: ferma nei propri valori, ma aperta al dialogo; non missionaria, ma responsabile, come partner alla pari.&nbsp;</p>



<p><strong>L’allargamento dell’UE dovrebbe essere una priorità in questi tempi incerti?</strong>&nbsp;</p>



<p>L’allargamento dell’Unione europea è una decisione strategica, soprattutto in tempi incerti. Paesi come l’Ucraina, la Moldavia e gli Stati dei Balcani occidentali meritano un futuro europeo, ma la loro adesione è anche nel nostro interesse strategico. Chiunque desideri rafforzare la democrazia europea deve garantire che il nostro continente diventi più stabile, più interconnesso e più resiliente, e l’allargamento è una parte importante di questo obiettivo. Tuttavia, ciò non può avvenire a scapito della democrazia e dello Stato di diritto. Al contrario, tali principi devono essere rafforzati, sia all’interno dell’UE che nei Paesi candidati all’adesione. Ecco perché è nostra responsabilità raggiungere questi obiettivi contemporaneamente: riformare le istituzioni dell’UE e aprirci a nuovi membri che condividono i nostri valori.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’allargamento dell’Unione europea è una decisione strategica, soprattutto in tempi incerti.</p>
</blockquote>



<p><strong>A parte la minaccia di una Russia assertiva alle porte, perché il futuro dell’Ucraina è così importante per molti europei?</strong>&nbsp;</p>



<p>Oggi l’Ucraina è un simbolo dell’idea europea. Sin dalla rivolta di Maidan nel 2013/14 [proteste&nbsp;filo-europee&nbsp;a Kiev, che hanno portato alla caduta del presidente Viktor Yanukovich, in quella che è stata definita la “rivoluzione della dignità”], il Paese lotta per la democrazia, la dignità umana e una vita libera, valori che costituiscono anche il fondamento dell’UE. La guerra di aggressione russa non è solo una guerra contro l’Ucraina, ma un attacco frontale al progetto di pace europeo. Coloro che oggi sostengono l’Ucraina stanno anche proteggendo indirettamente i principi su cui si basa la nostra stessa convivenza.&nbsp;</p>



<p>La società civile ucraina sta dimostrando una resilienza impressionante. Merita la nostra solidarietà, non solo come vittima della guerra, ma anche come attiva sostenitrice della democrazia europea. Deve anche essere molto chiaro a molti membri dell’UE e ai loro cittadini che l’Ucraina è l’unica barriera che si frappone tra le ambizioni imperiali della Russia e i confini europei. Pertanto, l’eroica lotta dell’Ucraina è anche una lotta contro una minaccia per l’UE.&nbsp;</p>



<p><strong>A differenza della maggior parte delle altre forze politiche in Germania, i Verdi hanno sempre contrastato con fermezza le autocrazie come quella cinese o quella russa di Putin. Perché è così? Si tratta di un punto di forza o di una debolezza quando si tratta di ottenere il consenso?</strong>&nbsp;</p>



<p>I Verdi hanno sempre sostenuto una politica estera olistica, incentrata sui diritti umani, la democrazia, il femminismo e la tutela delle minoranze. E, poiché abbiamo sempre considerato la nostra lotta interna come parte di un movimento globale, diamo priorità a questi valori nella nostra agenda di politica estera. Mentre gli altri partiti si sono spesso concentrati su interessi economici a breve termine, noi abbiamo messo in guardia contro il totalitarismo, le dipendenze e le illusioni. Naturalmente, questo non è sempre stato ben visto, ma col senno di poi è chiaro che l’adesione ai principi non è una debolezza, bensì una forza necessaria. Soprattutto in tempi di conflitto sistemico globale, è indispensabile assumere una posizione chiara contro la politica autoritaria del potere.&nbsp;</p>



<p><strong>I Verdi in Europa &#8211; e in Germania in particolare, dopo la loro recente esperienza di governo &#8211; vengono identificati come un partito di divieti e nemico della libertà. Questo inquadramento è giustificato? E come può il movimento ecologista superare quest’associazione negativa?</strong>&nbsp;</p>



<p>Questa reputazione è ben meritata. Per molto tempo abbiamo predicato la regolamentazione e la moderazione come strumenti principali della nostra ideologia politica. Non è così da anni, ma lo stereotipo è persistente e viene prontamente utilizzato dai nostri avversari politici. La realtà è che i Verdi hanno superato da tempo il paternalismo. Le nostre politiche riguardano la responsabilità nei confronti dell’ambiente, della società e delle generazioni future.&nbsp;</p>



<p>Naturalmente, il cambiamento ecologico e sociale necessita di regole, e le regole sono spesso percepite come restrizioni. Ma guidare il nostro comportamento collettivo non è possibile solo con i divieti. La libertà è parte integrante della visione ecologista e deve coesistere con la responsabilità. In senso moderno, libertà significa che tutte le persone hanno pari opportunità e che le basi naturali della vita sono salvaguardate per garantire anche le libertà future. Dobbiamo comunicare meglio che la politica verde non è diretta contro la libertà, ma mira a portare il concetto oltre l’era dei combustibili fossili, per renderlo socialmente giusto, sostenibile e basato sulla solidarietà.&nbsp;</p>



<p>Il futuro non appartiene a una libertà retrograda basata esclusivamente sul consumo, ma a una libertà responsabile. Dobbiamo stare attenti a non danneggiare troppo il nostro spazio libero condiviso. In definitiva, una comprensione completa della libertà non è una restrizione, ma un progresso.&nbsp;</p>



<p><em>This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.</em></p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/?utm_source=w3tc&utm_medium=footer_comment&utm_campaign=free_plugin

Page Caching using Disk: Enhanced 
Minified using Disk

Served from: www.greeneuropeanjournal.eu @ 2026-06-24 11:02:38 by W3 Total Cache
-->