La crisi del costo della vita ha colpito proprio in un momento storico in cui le organizzazioni europee dei lavoratori vivono una condizione di fragilità. Ridare fiato ai movimenti sindacali e alle istituzioni di contrattazione collettiva è il solo modo per permettere ai cittadini di far fronte all’inflazione in crescita. In un clima di grande incertezza politica, la solidarietà sindacale potrebbe rappresentare un baluardo contro il ritorno dell’estrema destra.

Il salario reale, per i lavoratori europei meno ben pagati, è sceso ben del 19 per cento nel 2022, mentre la diminuzione dei salari minimi reali (stimata in media al 4,8 per cento) è la più grave degli ultimi cento anni. Nel frattempo, nei notiziari si susseguono previsioni di contrazioni economiche e perdite di posti di lavoro. Il Fondo Monetario Internazionale avverte che la recessione mondiale non risparmierà l’Europa, mentre la Banca Mondiale ha annunciato che l’obiettivo iniziale di cancellare la povertà a livello globale entro il 2030 appare ora irrealistico.

Finora, l’estrema destra è riuscita a trarre profitto da quasi tutte le crisi attuali. In Italia, il partito post-fascista Fratelli d’Italia guidato da Giorgia Meloni è salito al governo, forte della promessa di contrastare l’aumento del costo della vita. In Svezia, Paese faro della socialdemocrazia, i Democratici svedesi (partito che affonda le proprie radici nel neonazismo) sono entrati a far parte del nuovo governo di destra. Nella capitale rumena Bucarest si è assistito a raduni di estrema destra, mentre in Repubblica Ceca vi sono state grosse manifestazioni contro la NATO e l’UE. Diversi sondaggi transnazionali hanno rivelato una preoccupazione crescente delle persone per i disordini sociali causati dall’aumento vertiginoso del costo della vita. Il 53 per cento degli intervistati britannici condividono queste preoccupazioni, mentre in Polonia la cifra sfiora il 75 per cento.

Tra inflazione e senso di abbandono generale, le istituzioni europee cercano di prendere provvedimenti il più rapidamente possibile per impedire che i cittadini cadano tra le braccia dei partiti estremisti. La Commissione europea ha insistito affinché fosse istituito un calmiere sui prezzi dell’energia e ha incoraggiato gli Stati membri a introdurre tasse sui profitti delle società. Malgrado le soluzioni che le istituzioni europee cercano di apportare, la loro voce è sovrastata da quella degli estremisti di destra determinati a sfruttare le paure e i pregiudizi della gente.

Lo scenario attuale appare poco rassicurante: nonostante il successo di iniziative quali Don’t Pay UK, che incoraggiava i cittadini a non pagare le fatture energetiche e ha spinto con la forza il governo conservatore britannico ad offrire maggiore supporto economico alle famiglie più colpite dalla crisi energetica, la fiducia e l’ottimismo delle persone sono fortemente compromessi.

In Romania saranno necessari sforzi importanti per mettere in contatto le unioni sindacali e i movimenti ambientalisti.

L’eredità delle crisi passate

L’ondata di misure di austerità imposte in seguito alla crisi economica del 2008 ha lasciato cicatrici profonde, che hanno compromesso le capacità di diversi Paesi di affrontare le crisi attuali e ridotto all’osso gli enti del servizio pubblico, tra cui la sanità. In Romania, il governo neoliberale ha chiuso 67 tra ospedali e cliniche nel 2011, mentre in Grecia il budget per la sanità è stato dimezzato dal 2009 al 2015.

Anche il dialogo sociale, processo tramite il quale sindacati, datori di lavoro e forze di governo collaborano, è tra le vittime della crisi. Nel 2011, il governo rumeno ha posto dei limiti ai contratti collettivi e al diritto allo sciopero, sciolto il contratto collettivo in vigore a livello nazionale e dichiarato che i sindacati sarebbero un ostacolo alla flessibilità della forza lavoro. I governi di Romania e Spagna hanno operato tagli sui salari e introdotto una legge che rende più semplice licenziare e sostituire i dipendenti. Questo tipo di misure segue le orme della Germania, in cui nei primi anni Duemila i sindacati sono stati depotenziati dall’introduzione di leggi sul lavoro flessibili.

Dal 2010, il numero di iscritti alle unioni sindacali è sceso del 15 per cento circa nei Paesi dell’Unione Europea, con casi estremi come quello della Romania, in cui il calo è stato di oltre il 37 per cento. Il raggio di copertura dei contratti collettivi è sceso in media del 10 per cento in tutta Europa; in particolare, Romania e Grecia hanno registrato un calo rispettivamente del 60 e del 55 per cento. Il declino dei contratti collettivi porta con sé stagnazione dei salari, diminuzione delle garanzie per i lavoratori e maggiori disuguaglianze salariali. Una delle conseguenze più evidenti è il fatto che sempre più persone percepiscono il salario minimo. In Romania, il numero di contratti di lavoro a retribuzione minima è arrivato nel 2020 a 1,7 milioni, rispetto ai 350 mila del 2011. In un contesto di crisi del costo della vita, questi numeri parlano da soli: c’è bisogno di contratti collettivi per migliorare le condizioni di vita.

Lo conferma il direttore del gruppo di ricerca Syndex Romania, Ștefan Guga: “I contratti collettivi dovrebbero avere un ruolo centrale, ma in Romania non è più così. Le discussioni ruotano principalmente intorno al salario minimo, senza tuttavia portare a vere soluzioni. Non essendoci un meccanismo chiaro per aumentare qualsiasi tipo di salario, il risultato è che un numero record di lavoratori riceverà la retribuzione minima”. Guga avverte anche che, senza una militanza attiva né riunioni dei lavoratori sul posto di lavoro, i contratti collettivi potrebbero non portare i risultati sperati. Sempre in Romania, per esempio, tutte le imprese con più di 21 dipendenti sono tenute legalmente a partecipare alla contrattazione collettiva, ma non vi è alcun obbligo di raggiungere un’intesa.

Dan Năstase, presidente della Federazione rumena dei lavoratori tessili, aggiunge che è spesso una questione di “box ticking” legale: “Le aziende invitano uno dei loro dipendenti nella sala riunioni e fanno finta di negoziare; in pratica, “danno il via alle trattative” senza tuttavia che queste portino a soluzioni tangibili”. Guga insiste su come questi processi fittizi di contrattazione collettiva siano spesso solo un modo per mantenere i salari bassi: “Stipulando un accordo lavorativo collettivo, le aziende evitano il problema dei lavoratori che chiedono contratti diversi”. I risultati dei contratti collettivi saranno necessariamente limitati se non vi è una reale organizzazione alla base, ma sia Guga che Năstase sono convinti che il dialogo tra sindacati e datori di lavoro sia l’unico modo per ottenere migliori salari e condizioni lavorative.

Verso un ritorno delle azioni collettive?

Il 2022 ha visto la crescita delle attività dei sindacati di tutta Europa. I lavoratori si sono mobilitati per chiedere un aumento dei salari e un ruolo più importante nella stipula dei contratti collettivi. In Belgio, Francia, Germania e Regno Unito hanno avuto luogo massicci scioperi in diversi settori, tra cui quelli dei trasporti e dell’energia. La Confederazione europea dei sindacati (CES), che raggruppa tutti i sindacati europei, ha organizzato varie manifestazioni e chiesto ai governi nazionali e alle istituzioni internazionali di rinforzare le unioni sindacali. Nei suoi comunicati, la CES esprime timore per nuovi periodi di austerità imminenti, e attribuisce la deteriorazione delle condizioni lavorative e dei salari reali ad una contrattazione collettiva debole.

Con l’ascesa dell’estrema destra, non si possono ignorare i benefici politici dati da unioni sindacali forti, non solo in quanto garanti dei miglioramenti salariali, ma anche nelle vesti di attori sociali. Nel Regno Unito, la Trades Union Congress (TUC, Federazione sindacale) ha organizzato campagne per protestare contro i progetti politici dell’estrema destra e proteggersi dalle infiltrazioni all’interno del movimento stesso. Dopo il risultato disastroso delle elezioni italiane, il presidente della CES Laurent Berger ha dichiarato: “I sindacati europei ed internazionali sono stati creati sulla base della solidarietà e del progressismo, valori all’antitesi dei partiti di estrema destra”.

Nel corso della storia, le unioni sindacali si sono opposte all’ascesa dell’estrema destra: basti pensare, per esempio, al sindacato Industrial Workers of the World (IWW), che si batté contro il razzismo negli Stati Uniti degli anni Dieci del Novecento, o all’opposizione dei sindacati italiani di sinistra all’epoca del fascismo. In entrambi i casi, le unioni sindacali finirono per essere schiacciate dal potere dello Stato. Negli Stati Uniti, più di cento tra i leader dell’IWW vennero incarcerati tramite l’Espionage Act del 1917, e il segretario generale e tesoriere Bill Haywood dovette fuggire in Unione Sovietica; in Italia, Mussolini usò violenza di Stato e repressione per dissolvere le organizzazioni sindacali. Nonostante l’opposizione dei sindacati a questi regimi non sia sopravvissuta alla repressione statale, le loro lotte sono la prova che costruire una società diversa è possibile.

La storia deve servire da lezione ad un’Europa che entra in una fase cupa, segnata da difficoltà economiche e dal conflitto in Ucraina, e resa ancora più incerta dall’ascesa dell’estrema destra. Viste le circostanze, i governi europei potrebbero rivolgersi ai sindacati non solo in qualità di rappresentanti dei lavoratori in lotta per migliori condizioni di vita, ma anche in quanto partecipanti attivi in grado di contrastare la disinformazione e di prendere posizione contro gli estremismi di destra. Se l’Europa dovesse scegliere, come fece durante l’ultima crisi economica, di allearsi una volta di più con il grande capitale, potrebbe non esserci via d’uscita dalla virata a destra a cui stiamo assistendo. La vittoria di Giorgia Meloni, cent’anni dopo la marcia su Roma, ne è un’ulteriore prova. FdI è riuscito ad attirare a sé i lavoratori con promesse ambigue e parole incoraggianti, senza però definire obiettivi tangibili.

In quest’epoca di crisi, governi e partiti politici devono rivolgersi ai sindacati, ascoltare le loro richieste, tenere in considerazione le loro proposte nelle future prese di decisione.

Alleanze necessarie

Cosa potrebbe rappresentare un maggiore potere in mano ai sindacati nelle politiche climatiche e ambientali europee? Le unioni sindacali hanno avuto un ruolo sempre più importante nelle discussioni su come operare una transizione ecologica equa. Organizzazioni ombrello quali la CES, la EPSU (Federazione Sindacale Europea dei Servizi Pubblici) e IndustriALL sono a favore della riduzione delle emissioni e coscienti delle conseguenze negative delle industrie altamente inquinanti. I dibattiti in corso a Bruxelles, però, rimangono ben lontani dalle realtà europee.

In Romania, per esempio, saranno necessari sforzi importanti per mettere in contatto le unioni sindacali e i movimenti ambientalisti. L’industria rumena dell’estrazione del carbone è stata bruscamente smantellata alla fine degli anni Novanta, generando disoccupazione e comunità logorate da alcolismo e ludopatia. L’interesse dimostrato dalla società rumena verso i cambiamenti climatici non è paragonabile a quello presente nei Paesi dell’Europa occidentale. Ciononostante, il sindacalista Năstase è convinto che i contratti collettivi potrebbero avere un ruolo importante nel percorso verso la sostenibilità: “I contratti collettivi potrebbero includere clausole sulla transizione ecologica, garantendo che quest’ultima abbia luogo nel rispetto dei lavoratori”.

Proposte di questo tipo possono sembrare utopistiche, dato il tasso di sindacalizzazione in calo in Romania e il crollo dei contratti collettivi, ma sono più che mai necessarie. Senza sindacati pronti a negoziare in merito a potenziali licenziamenti, corsi di formazione e obbligo dei datori di lavoro di reintegrare i dipendenti, i singoli lavoratori si troveranno a dover affrontare da soli i cambiamenti in arrivo. I movimenti ambientalisti, inoltre, hanno moltissimo da guadagnare dal supporto delle unioni sindacali sul campo, considerato l’abituale negazionismo dell’estrema destra verso i cambiamenti climatici.

Nonostante gli Stati europei stiano stilando programmi per affrontare questo ed il prossimo inverno, le politiche aggressive di odio dell’estrema destra continuano a guadagnare terreno. La storia ci insegna che, con l’estrema destra al potere, sono i sindacati, i contratti collettivi e i lavoratori in generale ad essere presi di mira, mettendo in pericolo non solo le condizioni di vita ma anche i diritti e le libertà dei cittadini.

A causa dell’attuale instabilità economica e politica, la nostra società corre il rischio di cadere in una spirale di pessimismo in cui immaginare un futuro migliore potrebbe diventare impossibile. Senza fiducia nel cambiamento, le speranze di sindacati e movimenti politici progressisti di ottenere risultati potrebbero svanire del tutto. Per contrastare questa tendenza, dobbiamo poter visualizzare un futuro che offra più di piccoli miglioramenti e aumenti dei salari minimi: ai lavoratori non basterà ricevere qualche briciola di cibo in più dalla pagnotta comune.

In quest’epoca di crisi, governi e partiti politici devono rivolgersi ai sindacati, ascoltare le loro richieste, tenere in considerazione le loro proposte nelle future prese di decisione. I sindacati, dal canto loro, devono tornare a guardare alla militanza ed alla solidarietà di classe. Specialmente per i partiti ecologisti, costruire legami duraturi con le unioni sindacali è ora indispensabile per aspirare, nel lungo termine, alla realizzazione dei loro punti programmatici. Una transizione ambientale equa non può provenire dalle stanze del potere dei burocrati, ma dev’essere al contrario costruita dal basso, con la partecipazione di coloro che lottano per una vita dignitosa e per un futuro migliore.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia. 

Traduzione Elena Pioli Voxeurop.

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