La scuola è un’esperienza condivisa. Tutti passano dalla scuola e, in un modo o nell’altro, questa esperienza ci plasma. Nonostante l’importanza dell’educazione, la questione di cosa impariamo e come viene spesso lasciata sullo sfondo, mentre quella — più profonda — di cosa sia effettivamente la scuola viene completamente trascurata. In un mondo interconnesso in cui le implicazioni del collasso climatico e le nuove tecnologie digitali stanno rimodellando il modo in cui viviamo le nostre vite, non dovrebbero forse far ripensare anche il modo in cui ci prepariamo ad esse? Questa domanda è il punto di partenza di Dessine-moi un avenir (Disegnami un futuro), pubblicato in francese da Actes Sud. Abbiamo parlato con Edouard Gaudot, co-autore del testo insieme a Rodrigo Arenas e Nathalie Laville, delle sfide centrali per i sistemi educativi oggi, e del perché le scuole dovrebbero essere al centro delle politiche “verdi”.

Green European Journal: Il suo libro parte dall’affermazione che il progetto politico all’origine dell’educazione scolastica in Francia ha fatto il suo tempo. Perché?

Edouard Gaudot: La nostra analisi della crisi della scuola francese ci fa dire che non si tratta solo di una questione di finanziamenti, di personale o di formazione: la crisi deriva fondamentalmente dall’obsolescenza del progetto originale. Il modello repubblicano di educazione che esiste oggi in Francia è stato concepito alla fine del Diciannovesimo secolo, quando la Terza Repubblica e la costruzione della Francia moderna erano in corso. Lo scopo principale di questa scuola repubblicana era, da un lato, quello di consolidare la missione universalista dell’Illuminismo, che pretendeva di portare avanti diritti umani e civili e emancipazione attraverso la cultura, la conoscenza, la comprensione e, naturalmente, la ragione. D’altra parte, conteneva anche un progetto politico vitale: radicare la Repubblica nella nazione e difendere questa Repubblica contro i suoi nemici interni (la Chiesa) ed esterni (la Germania). L’educazione scolastica oggi in Francia rimane basata su questo modello, anche se è oggi è obsoleto a causa di molti fattori, tra cui il cambiamento demografico, la democratizzazione della cultura, l’integrazione europea e la globalizzazione, la composizione e la maturità della società francese. Il risultato è che la nostra società non è più adatta a questa scolarizzazione.

L’istruzione è sempre più riconosciuta come un fattore che divide politicamente. In che modo la polarizzazione della società francese e il diffuso disprezzo per le élite (come abbiamo visto con il movimento dei gilets jaunes, ad esempio) sono legati ai problemi del sistema educativo francese?

C’è un paradosso nel successo dell’educazione moderna. Il grande successo è che abbiamo raggiunto un livello di conoscenza generale che non ha precedenti nella storia umana: questo non vale solo per la Francia ma per tutto il mondo sviluppato. Oggi anche le persone meno istruite hanno un livello di conoscenza superiore al passato. Questa emancipazione intellettuale significa che più persone pensano “da sole”, anche se, a volte, questo porta a credere a sciocchezze come “la Terra è piatta”. Quando i ragazzi se ne escono con teorie del complotto trovate online, paradossalmente stanno adottando lo stesso approccio degli “scienziati”: sono andati a cercare la conoscenza, anche se la fonte è contaminata.

Un fattore dietro la grande crisi di fiducia nelle istituzioni è sicuramente legato alla scuola. Come cittadini non ascoltiamo più, collettivamente, le parole dell’autorità in maniera acritica e dubitiamo delle istituzioni e del Governo. Questo fatto è contemporaneamente una cosa buona e qualcosa di estremamente problematico: quando si mette in dubbio l’autorità si deve essere in grado di sostituirla o con la propria autorità, o con autorità alternative. Ma le autorità alternative potrebbero rivelarsi un mullah online, un guru spirituale, o un complotto online…  Ed è qui la cosa si fa interessante: la scuola, in parte, ha compiuto la sua missione dandoci gli strumenti per trovare la conoscenza, ma non è stata in grado di prepararci alla missione successiva, che è quella di essere autonomi nella nostra autorità.

Inoltre, la polarizzazione intorno all’educazione è anche legata all’emancipazione culturale delle élite dal resto della società. Gli studi demografici mostrano che oggi, un buon terzo della società istruita a livello universitario vive in una sorta di bolla privilegiata. Se la scuola non garantisce più un’equa diffusione del sapere, è perché una parte della società si è, in un certo senso, inaridita. I gilets jaunes mostrano — come altri movimenti — che una parte della popolazione si senta disprezzata e trascurata — e non hanno torto — da coloro che detengono l’istruzione, il sapere e il potere. Si tratta di una categoria sociale fatta di persone che hanno abbastanza educazione e conoscenza per notare questa differenza e considerarla come un affronto alla loro dignità, e hanno ragione. Ma non hanno i mezzi politici e culturali per colmare questo divario.

Questo implica che la promessa dell’educazione — l’idea che tutti riceveranno un’educazione che li preparerà per il successo — è stata infranta.

La meritocrazia è la promessa. È come il paradiso cattolico: se stai tranquillo, fai quello che ti viene detto e rispetti l’autorità, grazie il tuo lavoro e i tuoi risultati, sarai in grado di migliorarti. Invece l’esperienza, la sociologia e il buon senso ci insegnano che questo è falso. Questa promessa meritocratica, che era già ingannevole anche negli anni Sessante quando c’erano piena occupazione e crescita, oggi si scontra con il muro della disuguaglianza.

Questo è il problema della scuola. La scuola dice agli alunni di lavorare per ottenere una qualifica o trovare un lavoro, mentre la situazione economica e l’esperienza immediata di molti ragazzi mostra che questa promessa è falsa: vedono i loro genitori disoccupati o impiegati in posti per i quali sono sovraqualificati, vedono la discriminazione, sanno perfettamente che non vanno al Louvre come i giovani borghesi parigini. Sanno che, anche se fanno il meglio che possono, non raggiungeranno mai il livello quelli che hanno avuto un vantaggio iniziale.

Quindi, riassumendo: il progetto politico della scuola è obsoleto e la sua promessa di meritocrazia non viene mantenuta. Lei inizia il libro citando Greta Thunberg, che ci ricorda una promessa forse ancora più grande, quella del futuro. Greta ci chiede: perché andare a scuola se non c’è futuro? Il suo libro suggerisce che l’educazione e la scuola possono fornire una via d’uscita. Come?

La nostra opinione è che quella che chiamiamo “crisi d’identità della scuola” deriva dal fatto che, collettivamente, la nostra società non si pone mai la giusta domanda sulla scuola. Quando si tratta di riforme, si cerca sempre di  adattare la scuola ad un nuovo ambiente, mantenendo la stessa struttura e la stessa grammatica. Nel libro, invece, sosteniamo che non si tratta solo di adattare la scuola, ma di ricostruirla per far entrare le domande che il mondo ci pone oggi. Dobbiamo fare la domanda che fa Greta: perché andare a scuola se non c’è futuro? Cosa impareremo a scuola? Un mestiere? La socializzazione? La conoscenza in generale? Oggi, con la biblioteca universale che è Internet, la conoscenza può essere acquisita ovunque, non solo a scuola. Per questo ci sembra che la scuola debba soprattutto preparare i nostri figli ad affrontare un mondo che non è come quello che hanno conosciuto i loro genitori.

Ci sono tre elementi intorno ai quali crediamo sia necessario ripensare l’educazione. Il primo è il mondo del vivente. Oggi non si può più studiare biologia o geografia senza riconoscere il crollo del mondo vivente e lo sconvolgimento del cambiamento climatico. Ma la questione non si può affrontare semplicemente aggiungendo un capitolo ai libri di testo di scienze naturali e di storia e geografia: è più profondo di così.  Questa questione chiede di pensare tutto il nostro rapporto con il mondo vivente, al cuore stesso delle materie e al cuore della scuola. Per fare un esempio concreto: siamo convinti che la scuola debba insegnare anche il giardinaggio: non parlo di coltivare gerani, ma di insegnare a capire l’energia e la scienza che collegano semi, il terreno, il clima, la pazienza e il tempo, le condizioni di crescita e… l’ecosistema.

Il secondo elemento fondamentale è la tecnologia digitale. Nel libro la chiamiamo “il virtuale”. La tecnologia digitale è un linguaggio, un universo… e non è né distinto né simile alla realtà in cui viviamo. C’è un continuum tra offline e online. Il virtuale sta scuotendo le nostre relazioni con gli altri esseri umani, il mondo, la democrazia, lo spazio pubblico e l’educazione. La nostra paura è che oggi la scuola non faccia altro che sfornare lacchè per la “start-up nation” di influenza macroniana: una manciata di persone che riescono ad andare avanti in questa nuova economia, mentre tante altre rimangono indietro e si ritroveranno a lavorare per Deliveroo, a guidare per Uber, o a pulire gli uffici dei nuovi padroni dell’economia. Se non siamo in grado di anticipare lo sconvolgimento digitale nel mondo del lavoro, della politica e, naturalmente, delle relazioni umane, ci ritroveremo con ancora più polarizzazione, divisione e disuguaglianza.

Il terzo elemento è l’interdipendenza, le “connessioni”. Oggi i liberali sono gli unici che ancora dicono che non c’è bisogno della società e che si può fare da soli. Il mito del self-made man è finito. Dobbiamo sostituire questo mito con un altro, quello della connessione: in altre parole, dare una descrizione della nostra interdipendenza. E dobbiamo imparare questa interdipendenza anche a scuola, non solo tra i paesi, ma tra il mondo virtuale e quello vivente, tra noi e gli altri: secondo noi è un prerequisito per imparare il rispetto.

Quali sono le implicazioni per i metodi di insegnamento? Capire il mondo virtuale non è solo imparare l’Html. Imparare a conoscere il mondo vivente non è solo imparare il giardinaggio.

Il cambiamento nel contenuto dell’insegnamento comporta necessariamente un cambiamento nella metodologia di insegnamento. Quando si impara il mondo vivente, non si impara più la biologia, la geologia, la geografia o la chimica. Si imparano, invece, i collegamenti tra tutte queste cose e il rapporto con la materia cambia. Lo stesso vale per il codice di programmazione e, come Bernard Stiegler, che ha scritto la postfazione del nostro libro, siamo ardenti sostenitori dell’apprendimento del coding a scuola.

Ci sono poi, ovviamente, cose importanti da cambiare. Il primo è il modo in cui reclutiamo i nostri insegnanti, perché questo cambierà anche i metodi di insegnamento. In Francia, gli insegnanti sono assunti attraverso un sistema di esami competitivi nel quale la selezione si basa sull’erudizione e sullo studio accademico della materia. Per questo motivo esiste spesso un divario tra il livello di padronanza della materia acquisito dagli insegnanti e il livello richiesto in classe. Dobbiamo quindi cambiare il processo di selezione e pagare meglio gli insegnanti, che sono molto mal pagati in Francia; dobbiamo organizzare la loro carriera in modo che non siano prigionieri della scuola ma insegnanti che hanno una vera esperienza di vita. I nostri insegnanti devono essere molto più che semplici esperti del curriculum: devono essere vere e proprie guide. Come dice Heidegger, dei “pastori dell’essere”.

In tutto questo dove si inseriscono le nuove metodologie di insegnamento?

I metodi di insegnamento come Montessori o Steiner, ache se sono importanti per aumentare la consapevolezza, sono semplicemente reazioni alla rigidità del sistema. Non si tratta solo di una competizione tra il sistema tradizionale e le nuove metodologie di insegnamento: dobbiamo ripensare il nostro rapporto con i bambini. Nella nostra società occidentale, i bambini sono “piccoli selvaggi”. Oppure sono i “nobili selvaggi” di Rousseau che devono essere lasciati liberi di essere se stessi, di vivere e di trovare se stessi, come sostengono le metodologie di insegnamento alternative. Oppure, ancora, i bambini sono per natura creature selvagge che devono essere addomesticate e civilizzate alla Emmanuel Kant, che ha enormemente influenzato il modello repubblicano francese di educazione scolastica.

Ma i bambini non sono né nobili, né ignobili selvaggi: i bambini sono persone. Solo cambiando il nostro rapporto con i bambini e vedendoli come persone che hanno diritti e che hanno bisogno di imparare (anche gli adulti hanno bisogno di imparare) il cambiamento sarà possibile. Porre fine allo scollamento tra infanzia ed età adulta, anche con quel periodo prolungato che è l’adolescenza, significa cambiare l’organizzazione della scuola: il modo in cui si organizzano le classi, il modo in cui si amministra la disciplina, persino cambiare gli edifici scolastici che, a volte, assomigliano a caserme.

In “The Fifth Sacred Thing (La quinta cosa sacra), Starhawk descrive un sistema in cui la scuola si fa principalmente sul campo, in mezzo alla natura, così come in altri luoghi significativi. Per esempio, visitano siti di memoria seguendo un percorso di apprendimento. Crediamo che ci sia bisogno di un sistema educativo che combini sia il sapere che il fare, che non insegni solo la teoria e la tecnica, ma che le metta insieme.

Che ruolo avrebbero i bambini, i genitori e tutte le persone intorno alla scuola che non sono necessariamente insegnanti?

La comunità educativa è un continuum. Nelle società isolate, la comunità del villaggio condivide la responsabilità dell’educazione: che si tratti di cacciatori che insegnano a cacciare o di cuochi che insegnano a cucinare. La scuola che abbiamo costruito è il prodotto del nostro istinto di separazione. Abbiamo una cultura della disconnessione: tra privato e pubblico, secolare e religioso, natura e cultura, bambini e adulti, uomini e donne, destra e sinistra. L’educazione dovrebbe lavorare unire tutto questo.

Ecco perché non vogliamo “portare la scuola nel Ventunesimo secolo”: vogliamo portare il Ventunesimo secolo nella scuola. Il Ventunesimo secolo significa ambiente, un rapporto diverso con se stessi, con la società, con il mondo, con gli uomini e con le donne, e noi vogliamo portare tutto questo nella scuola. Vogliamo che la scuola cambi e diventi sia un luogo privilegiato, cioè un luogo in qualche modo protetto, sia un luogo aperto e flessibile in cui possano esercitarsi influenze diverse. Ovviamente, è un’immagine un po’ teorica: non possiamo avere genitori che si presentino in classe o che vanno verso il personale docente; ma non possiamo nemmeno avere un personale docente o amministratori che liquidano i genitori dicendo loro “lasciateci fare”. Le diverse parti della comunità educativa devono essere collegate in modo che l’educazione non sia solo una fase della vita, ma continui per tutta la vita. Tutto quello che stiamo dicendo sulla scuola e sulla politica dell’educazione per noi equivale a una rivoluzione politica. Questo non è un libro sulla metodologia dell’educazione, è un libro politico sulla scuola.

Per quanto riguarda la dimensione politica, vorrei fare un parallelo con il Regno Unito. Nel Regno Unito, le riforme che hanno dato alle comunità e ai genitori maggiori opportunità di gestire (e persino costruire) le scuole sono state associate a una sorta di privatizzazione. Portare le comunità nella scuola, e quindi indebolire il progetto politico repubblicano e universalista della scuola, comporta il rischio che le influenze esterne riducano ulteriormente l’uguaglianza e le opportunità per tutti a scuola?

Assolutamente sì, succede già oggi. Stiamo assistendo alla fine dell’universalismo educativo con, ad esempio, una maggiore autonomia? La risposta è che, in ogni caso, stiamo già vedendo la fine dell’universalismo repubblicano francese. La differenza con la Gran Bretagna è che non lo stiamo vedendo in termini di autonomia scolastica, ma piuttosto di decentralizzazione della politica educativa. Esiste oggi un divario di uguaglianza molto significativo tra una scuola nel centro di Parigi, Bordeaux o Lione, e una nella periferia della città o in una zona rurale. La demografia è diversa, l’ambiente socio-culturale è diverso, e così pure le condizioni materiali. I genitori cercheranno di aggirare il problema del bacino di utenza della scuola sul loro territorio. E se non ci riescono, cercheranno l’eccellenza e la meritocrazia nel settore privato, che oggi è spesso la risposta al fallimento della promessa repubblicana.

Il settore privato significa due cose: la scuola privata o il mercato del tutoring. È un mercato in piena espansione, e la pandemia e il primo lockdown hanno messo a nudo ed esacerbato le differenze di capitale culturale e di mezzi tecnologici tra le famiglie. Abbiamo visto un’esplosione del tutoring privato negli ultimi anni perché i genitori si sentono sopraffatti. Vogliono il meglio per i figli, ma non possono stare al passo con i loro studi. In più, hanno il lavoro e la casa da gestire. È la privatizzazione come la descrive Chomsky: quando il servizio pubblico non viene più finanziato e non funziona più, le persone si rivolgono ai servizi privati.

Attraverso il riconoscimento di queste tendenze in corso (che ci piacciano o no) il vostro libro ha iniziato un dibattito politico sul significato dell’educazione. Perché pensa che questo dibattito sia stato assente fino ad oggi?

La scuola è un progetto a lungo termine che non può adattarsi a posture politiche a breve termine. Una politica educativa oggi non dovrebbe essere pensata per i prossimi cinque anni, ma per i prossimi 20 anni. Eppure, la maggior parte delle riforme sono degli aggiustamenti, anche quando sono inquadrate come riforme ambiziose. Ecco perché insistiamo nel fare un dibattito politico sulla scuola, non su “come salvare la scuola” ma su come fare in modo che la scuola prepari i nostri figli a come sarà il mondo tra 20 anni.

Ci sono pochi movimenti politici oggi che hanno un vero progetto educativo. I reazionari ne hanno uno, sostengono il ritorno alla tradizione: insegnanti con autorità, disciplina e uniforme. Ma il loro sogno di militarizzazione della scuola è un progetto anti-educativo. Secondo noi, l’unica famiglia politica che ha ancora un progetto educativo sono gli ecologisti, ma hanno la tendenza a trascurarlo, soprattutto per ragioni legate alla storia dell’ecologia politica. Hanno costruito il loro progetto educativo negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta sul rifiuto dell’autorità, su metodologie di insegnamento alternative, sulla liberazione dei bambini, e alcune di queste sono oggi superate. Inoltre, in alcuni casi, si sono spinti troppo in là, sulla liberazione sessuale, per esempio. E gli ecologisti devono ancora ripensare il loro progetto educativo.

Se una volta erano molto perspicaci sulla scuola, i Verdi sono diventati sempre più esperti sulla lotta contro il cambiamento climatico, la transizione energetica o la democrazia partecipativa. Ma hanno appena abbozzato la loro visione tecnocratica della scuola. Quando vanno al potere, sia nei Länder tedeschi che nelle città francesi, spesso si occupano molto poco di educazione: sanno e dicono che l’istruzione è vitale per il futuro, ma c’è uno scollamento tra il progetto verde e il modo in cui viene espresso nella sfera istituzionale.

Quindi la scuola può essere un modo per i Verdi di realizzare il loro progetto politico nel Ventunesimo secolo?

Siamo convinti che lo sia. Ed è per questo che il titolo di lavoro del nostro libro era “L’école-logis” [un riferimento al concetto di scuola, come casa o abitazione, e al suono della parola ecologia in francese, ndt]. L’ecologia è il futuro. Ed è anche il futuro dell’educazione. I Verdi devono raddoppiare la loro attenzione sulla scuola, e non solo per insegnare ai bambini a riciclare la spazzatura (perché questo è qualcosa che la Commissione europea può fare): devono fare della scuola uno dei loro pilastri, una delle loro fondamenta e dei valori fondamentali…  la punta di lancia per portare la società nel Ventunesimo secolo. La decarbonizzazione dell’economia avverrà con o senza i Verdi. La sfida del Ventunesimo secolo non è l’economia o la transizione energetica: è il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il pianeta. L’ecologia ha un piano per tutto questo e sta a loro svilupparlo. E comincia a scuola.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

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