In questo articolo Danae Kyriakopoulou sostiene che, quando le banche centrali iniziano a cambiare strategia dopo anni di politica monetaria espansiva, usare gli strumenti del sistema finanziario per combattere l’inflazione rischia di tagliare gli investimenti a favore del clima proprio quando ne abbiamo maggiore bisogno.

Nel giro di pochi anni, le banche centrali sono passate dall’essere preoccupate dalla mancanza di inflazione – e da un possibile scivolamento nella deflazione – a dover affrontare la prospettiva di una spirale stagflazionistica. Discutere se l’attuale inflazione rifletta le pressioni dell’offerta o della domanda – o entrambe – è stato il punto centrale per l’assemblea annuale del Fondo monetario internazionale (FMI), tenutasi a Washington nell’ottobre 2022. Individuare le ragioni dello shock, e capire se si tratta di qualcosa di passeggero o di permanente è di importanza fondamentale per indirizzare le reazioni delle banche centrali. I rischi per la crescita economica e lo sviluppo non potrebbero essere maggiori: la realtà della crisi climatica e le opportunità di investimenti della transizione verde sono determinate dai limiti esogeni del pianeta, e non dalle circostanze fiscali e monetarie del momento. Non investire adesso aggraverebbe soltanto la situazione economica, rischiando di innescare un circolo vizioso continuo di sotto-investimenti, di crescita lenta e di forte indebitamento.

Per ciò che concerne le cause dell’inflazione, un campo più domandista chiede ai banchieri centrali di guardarsi allo specchio: anni di bassi tassi di interesse e di quantitative easing (QE, alleggerimento quantitativo) hanno sorretto i prezzi degli asset. Questo fenomeno si è accelerato durante la pandemia, quando le banche centrali hanno abbandonato i loro primi passi in direzione della normalizzazione per sostenere l’economia con nuovi QE. I conti patrimoniali delle banche centrali si sono più che quadruplicati dal 2008, arrivando nel 2022 ben sopra i 30mila miliardi di dollari americani. Il solo alleggerimento quantitativo correlato alla pandemia è stato di gran lunga superiore rispetto a quello del periodo 2009-2011 che aveva fatto seguito alla crisi finanziaria.

Chiedersi se la politica monetaria abbia contribuito all’aumento dell’inflazione è per alcuni aspetti qualcosa di completamente diverso dal sapere se ne sono colpevoli le banche centrali. Queste ultime puntano il dito contro l’inattività del governo, il motore trainante delle loro stesse azioni – in particolare contro la riluttanza dei governi a portare avanti riforme strutturali e trarre vantaggi dai bassi costi dei prestiti per procedere ai tanto necessari investimenti.

Messe all’angolo e vincolate dal loro obbligo a mantenere la stabilità dei prezzi, le banche centrali hanno avuto poche alternative se non quella di diventare l’unico attore in gioco, attirandosi critiche per aver fatto quello che avrebbe dovuto essere il compito dei politici eletti. Lo hanno fatto con disagio. Più volte hanno rivolto appelli ai governi affinché sostenessero la ripresa e hanno chiesto che prestassero attenzione ai limiti di quello che la politica monetaria permette di ottenere. Alcune banche centrali si sono spinte addirittura oltre, manifestando preoccupazione riguardo rischi di creare bolle di titoli di stato, o avvertendo che i governi avrebbero potuto rimpiangere i loro stessi tentativi di creare inflazione.

Alla fine, la svolta dei governi, che decisero di procedere all’espansione fiscale durante la pandemia, ha contribuito ancor più all’aumento dell’inflazione. L’innovazione costituita dai pacchetti di aiuti, necessari per salvare vite umane e fornire mezzi di sostentamento è arrivata insieme al rischio di generare liquidità in eccesso e di provocare generalizzati aumenti dei prezzi.

vi sono limiti alle modalità con le quali gli strumenti del sistema finanziario possono efficacemente apportare cambiamenti nell’economia reale.

Le implicazioni della pandemia e della relativa deglobalizzazione sul fronte dell’offerta sono inflazionistici sotto molti punti di vista. Prima di tutto vi sono ovvie difficoltà nella continuità di varie supply chain globali, e nel traffico dei grandi container, tra cui emergono in particolare problemi nel settore del commercio dei chip e di altre componenti hi-tech di importanza fondamentale. Al tempo stesso, la pandemia ha resettato le preferenze delle persone nei riguardi del lavoro, e dopo la pandemia in molti si sono rifiutati di tornare nel rinnovato mercato del lavoro post-pandemico. A questo vanno aggiunti anni di politiche energetiche imprudenti e l’insuccesso nella diversificazione delle forniture energetiche. Nell’insieme, questi fattori hanno reso vulnerabili alcuni settori fondamentali dell’economia globale. L’inflazione in aumento in Europa è il risultato di una domanda inelastica di gas naturale.

Se non vi si porrà rimedio, il cambiamento climatico potrebbe creare ulteriori pressioni inflazionistiche. Se l’odierna “fossilflazione”  riflette il costoso lascito della dipendenza dai combustibili fossili, i banchieri centrali hanno messo in guardia anche dalla futura “climaflazione” (in quanto il diffondersi sempre più frequente, intenso e geografico di eventi estremi correlati al cambiamento climatico interferisce pesantemente sull’attività economica e sull’agricoltura) e dalla “greenflazione” (un rischio maggiore in uno scenario di transizione disordinato nel quale la fornitura di input fondamentali non riesce a soddisfare la domanda). Come osservò nel 2013 Paul Volcker, ex presidente della Fed, “quando gestisci una politica con tassi di interesse bassi la vera sfida da affrontare è capire quando è opportuno terminarla. La parte facile è allentare; la parte difficile è inasprire”. Se aumenti troppo presto, potresti innescare una recessione. Se aumenti troppo tardi, rischi ancora di più di consolidare l’inflazione. Il consiglio del Fondo Monetario Internazionale alle banche centrali fu di sbagliare preferibilmente in eccesso, con una stretta eccessiva, pur ammettendo che così facendo “si rischia di spingere l’economia mondiale in una dura recessione non necessaria”. Secondo il suo capo economista Pierre-Olivier Gourinchas, “la credibilità delle banche centrali conquistata a caro prezzo sarebbe gravemente compromessa se esse giudicassero in modo errato, ancora una volta, la tenace persistenza dell’inflazione”, in quanto ciò “si rivelerebbe in futuro di gran lunga più deleterio per la stabilità della macroeconomia”.

Una recessione indotta dalla politica danneggerebbe in modo significativo le prospettive di poter procedere con gli investimenti per reagire alla crisi climatica. Se da un lato esiste un considerevole insieme di provvedimenti che le banche centrali, i supervisori finanziari e gli enti di regolamentazione possono adottare per allineare il sistema finanziario al livello zero, vi sono limiti alle modalità con le quali gli strumenti del sistema finanziario possono efficacemente apportare cambiamenti nell’economia reale.

Ciò che occorre è una forte spinta agli investimenti, per compiere un progresso sostanziale sia negli gli obiettivi climatici sia in quelli dello sviluppo, in particolare nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo. Il prossimo decennio sarà determinante sotto questo punto di vista, e adesso è venuto il momento di decidere quale azioni intendiamo tradurre in realtà. Sullo sfondo di condizioni monetarie e finanziarie in netto peggioramento, le conseguenze catastrofiche di una “dura recessione non necessaria provocata da un inasprimento delle politiche monetarie” non dovrebbero essere sottovalutate. Non si tratta soltanto di una priorità economica, ma anche di una questione di sicurezza. Come dice il ministro tedesco delle finanze Christian Lindner, le fonti rinnovabili offrono una “libertà energetica” che riduce i rischi causati dalla debolezza delle supply chains. Poiché il costo di queste continua a diminuire, dovremmo attenderci che un cambiamento di questo tipo sia anche deflazionistico.

L’argomentazione a favore degli investimenti resta di gran lunga superiore rispetto a quella dell’inazione. Tenendo conto della questione climatica, la spinta a investimenti di alta qualità è la strada migliore – e l’unica – per una crescita e uno sviluppo sostenibili. Senza gli investimenti, rischiamo che alla politica sia lasciato un margine d’azione ancora più esiguo, e questo finirebbe per rendere ancora più pericolose le scelte delle banche centrali.

Traduzione Anna Bissanti- Voxeurop

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