Dopo la pandemia, l’aumento del costo della vita ha assestato un altro colpo ai giovani e alla loro condizione. In Italia, le generazioni più giovani soffrono da almeno un decennio gli effetti di una crescente precarietà nel mondo del lavoro e della crisi economica generale. Ne risulta una profonda disillusione, un minore impegno e interesse nella politica e un vuoto che finora solo la destra è stata capace di colmare.

«Sono laureata in scienze dello sport e mentre studiavo ho iniziato a lavorare in una palestra nell’ambito di un tirocinio curriculare. Dopo la laurea mi hanno proposto di sostituire una maternità e ho continuato a lavorare lì. Da quel momento hanno iniziato a pagarmi in nero, perché per essere in regola avrei dovuto aprire la Partita Iva e, per i soldi che mi danno, sarebbero più le tasse da pagare che il guadagno netto». Sono le parole di Francesca*, una ragazza di 26 anni che si divide tra tre lavori saltuari per aumentare la sua esperienza lavorativa e cercare una minima autonomia dai suoi genitori. «Lavoro anche in un’altra palestra dove si tengono corsi di ginnastica artistica, e lì mi guadagno lo stipendio sotto forma di rimborsi spesa» continua Francesca, «inoltre una o due volte al mese, in base a quando fanno le serate, faccio la barista in discoteca». La gestione di tre lavori non è semplice e mette alla prova sia fisicamente sia mentalmente; infatti, Francesca aggiunge «faccio tre lavori per guadagnare cinquecento euro al mese e sentirmi esaurita».  

Secondo i dati più aggiornati forniti da Eurostat, in Italia nel 2020 l’11,2% dei giovani lavoratori tra i 20 e i 29 anni viveva sotto la soglia di povertà relativa, cioè guadagnava meno di 10.519 euro all’anno e quindi meno di 876 euro al mese. Una percentuale che supera di circa due punti la media dell’Unione Europea. Secondo l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, l’incidenza della povertà assoluta tra i giovani che hanno tra i 18 e i 34 anni è dell’11%. Questo significa che, secondo i dati riferiti al 2021, nel Paese ci sono 1 milione 86mila giovani che vivono in condizione di povertà assoluta e non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. Inoltre, ad aggravare la situazione, dal 2020 la pandemia da Covid-19 ha fatto perdere il lavoro a migliaia di giovani, aumentando la precarietà e la disoccupazione e dilatando l’area del disagio occupazionale. 

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Sottopagato, discontinuo, sfruttato e insicuro, queste sono le caratteristiche principali del lavoro che spesso i giovani in Italia sono costretti ad accettare per poter vivere. Un’indagine realizzata nel 2021 dal Consiglio nazionale dei giovani con il supporto dei Servizi europei per l’impiego (Eures) e condotta su un campione di 960 giovani della fascia 18-35 anni, ha rivelato che nei cinque anni dal completamento degli studi, il 33,3% degli intervistati viveva una situazione di elevata discontinuità lavorativa, cioè una durata della disoccupazione superiore al 40% del tempo. Inoltre, un’ampia maggioranza dei giovani coinvolti ha indicato di ricevere una retribuzione inferiore ai 10mila euro annui, il 23,9% addirittura inferiore ai 5mila euro.  

Nell’Unione Europea, in 22 dei 27 Stati membri è stato già introdotto il salario minimo, ma l’Italia non ha ancora provveduto a tale riforma, insieme a Danimarca, Austria, Finlandia e Svezia, dove i salari sono disciplinati dai contratti collettivi nazionali. Nel mese di settembre 2022 è stata approvata dal Parlamento Europeo una direttiva sui salari minimi dell’Unione, che mira ad aumentare la soglia minima degli stipendi e rafforzare la contrattazione collettiva. Questo perché tale tipologia di contrattazione, pur esistendo negli Stati che non hanno ancora introdotto il salario minimo non copre adeguatamente tutte le tipologie di lavoratori. In Italia, infatti, la contrattazione tra le parti non è obbligatoria ed esistono imprese o tipologie di contratti di lavoro individuali in cui non è applicabile nessun contratto collettivo e, di conseguenza, nessun limite retributivo, a discapito dei diritti e delle tutele dei lavoratori.  

In Italia il lavoro viene regolato attraverso il cosiddetto Jobs Act, una riforma del diritto promossa e attuata dal governo di centro-sinistra guidato da Matteo Renzi a partire dal 2015, volta a flessibilizzare e riavviare il mercato del lavoro dopo la crisi dell’Eurozona iniziata tra il 2009 e il 2010. Questa riforma, attuata con l’intento di ridurre la disoccupazione e stimolare le imprese ad assumere ha, tra le altre cose, definito le soglie da porre a tipologie contrattuali come il contratto a termine o a chiamata, che non garantiscono stabilità lavorativa e di salario. «Questi limiti, però, non impediscono la diffusione sfrenata di questa tipologia di contratti» spiega Nicola Marongiu, coordinatore dell’area dedicata alla contrattazione e al mercato del lavoro di Cgil, uno dei principali sindacati italiani. Secondo quanto riportato da Marongiu, infatti, a livello generale il 90% delle nuove attivazioni contrattuali ogni mese sono di tipologia a termine, mentre per i giovani «si aggiungono altre tipologie di contratti che non si possono definire lavoro» come i cosiddetti tirocini extracurriculari che dovrebbero essere finalizzati all’acquisizione di competenze professionali e all’inserimento lavorativo, ma «dal 2014, periodo in cui è iniziata la robusta crescita rispetto al loro utilizzo, spesso sono impiegati per esigenze lavorative delle imprese e sono una finta attività formativa». Marongiu spiega, ancora, che la frammentazione contrattuale alla quale sono sottoposti soprattutto i lavoratori giovani in Italia, provoca prima di tutto una scarsa capacità di produzione del salario «perché questa continua interruzione e riattivazione di contratti determina una produzione di reddito annuale non sufficiente al sostentamento». Il secondo problema, invece, riguarda il futuro in quanto il ridotto accumulo di contributi dovuto alle retribuzioni così povere nell’arco dell’anno distruggono la creazione di una prospettiva pensionistica.  

«Il problema fondamentale è che non esistono politiche di welfare pubblico indirizzato ai giovani» aggiunge Silvia Ciucciovino, professoressa ordinaria di diritto del lavoro e consigliera esperta presso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), «quest’ultimo è più orientato agli anziani e di conseguenza i nuovi bisogni sociali, specialmente quello dei giovani e dei nuovi nuclei familiari sta fuori dall’intervento dello Stato sociale». Questa mancanza di previdenza priva un’intera categoria cioè quella dei giovani che, secondo Ciucciovino, viene svuotata della possibilità di fare progetti di vita e questo si ripercuote inevitabilmente su una serie di fattori, tra cui la dignità e la motivazione dei giovani stessi. 

Sottopagato, discontinuo, sfruttato e insicuro, queste sono le caratteristiche principali del lavoro che spesso i giovani in Italia sono costretti ad accettare per poter vivere.

Precarietà lavorativa che si riflette sul diritto all’autonomia abitativa 

Il tema della precarietà e della povertà tra i giovani incide in maniera importante su un diritto fondamentale, quello all’autonomia abitativa. Molti giovani in Italia, infatti, vedono continuamente negato il diritto di essere indipendenti e uscire dal proprio nucleo familiare. Secondo i dati Eurostat nel 2021 l’età media nell’Unione europea in cui un giovane tra i 15 e i 34 anni ha lasciato l’abitazione dei propri genitori era di 26,5 anni, mentre in Italia l’età media sale a 29,9 anni. Come ha sottolineato Eurostat, a un’età media elevata corrispondono i tassi più bassi nella partecipazione al mondo del lavoro in quella fascia di età. Infatti, la mancanza di un reddito adeguato e continuativo per accedere a una casa e sostenere le spese quotidiane è il primo elemento che pesa sulla scelta di uscire dalla casa della famiglia d’origine e diventare autonomi. Carlo Giordano, board member di Immobiliare.it, ha dichiarato che secondo una recente analisi effettuata dal centro studi di Immobiliare.it «attualmente in Italia per un trilocale in affitto si spendono in media 10.524 euro di canone annuo, 877 euro al mese». Una cifra in netta crescita rispetto allo scorso anno, che riporta un incremento di quasi l’8%. «Inoltre, al costo del canone vanno aggiunte le utenze» continua Giordano, spiegando che l’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambienti, ha calcolato un costo annuale del gas naturale e della fornitura elettrica pari rispettivamente a 1.730 e a 1.120 euro. Entrambe le bollette hanno subito forti rialzi rispetto allo scorso anno, un aumento del 46% nel primo caso e dell’81% nel secondo. Dati alla mano, quindi, nel 2022 una famiglia italiana deve mettere a budget oltre 13.300 euro per un appartamento in affitto, il 15% in più circa rispetto al 2021. Questa situazione, se comparata con i dati sulla povertà che influisce sulla vita dei giovani e la precarietà contrattuale dilagante, rende sempre più difficile la possibilità di poter godere di una propria indipendenza.  

«Abito attualmente ancora con i miei genitori. La motivazione risiede nella precarietà dei contratti e in quello che è lo stipendio che non mi consentirebbe di affrontare un affitto con relative spese con eventuali imprevisti» racconta Andrea*, 32 anni. «Impiegherei nell’affitto e nel mantenimento dell’abitazione tutto lo stipendio e forse anche di più, di conseguenze non potrei affrontare imprevisti che capitano come il dentista, cure mediche specialistiche o riparare l’auto che si rompe» continua, spiegando poi che questa situazione «è molto frustrante, in quanto potrei provare ad essere indipendente, ma sarei esposto a una serie di rischi che non saprei come affrontare». Quella raccontata da Andrea è una situazione comune in Italia, in cui i giovani che lavorano non guadagnano abbastanza per far fronte alle spese a cui una vita indipendente dal proprio nucleo familiare di appartenenza metterebbe di fronte. Oltre alla mancanza di politiche di assistenza rivolte ai giovani, in Italia, rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, anche la presenza di agevolazioni come l’edilizia residenziale sociale è scarsa. In termini di disponibilità di alloggi, l’Italia è tra i Paesi con il più alto numero di alloggi per abitante, ma nonostante questo il settore dell’edilizia sociale è relativamente piccolo. Solo il 3,8% del patrimonio abitativo totale del Paese è destinato a soddisfare i bisogni della popolazione che non trova risposta alle proprie necessità nel tradizionale mercato immobiliare, a differenza di Stati come l’Austria e i Paesi Bassi che prevedono questo tipo di supporto in percentuali molto più elevate, mettendo a disposizione rispettivamente il 24 e il 29 percento delle abitazioni totali all’edilizia sociale. Secondo una ricerca condotta da Nomisma, tutti gli indicatori disponibili rivelano un elevato e crescente disagio abitativo nella popolazione in Italia, al quale si aggiunge una situazione particolarmente difficile per i giovani, in quanto l’accesso agli alloggi sociali è praticamente precluso loro in quanto chi occupa questo tipo di alloggi tende a rimanervi per tutta la vita.  

La situazione di povertà alla quale stanno facendo fronte molti giovani, è diventata ormai strutturale, tanto da aver dato inizio a un cambiamento della concezione stessa di indipendenza abitativa. Come riporta Nicola Ferrigni, infatti, sociologo e direttore dell’osservatorio permanente sui giovani “Generazione Proteo”, in uno studio da lui condotto su cinquemila giovani tra i 16 e i 19 anni, il 62% ha rivelato che andrebbe a vivere in una condizione di co-living, un modello immobiliare che propone l’affitto di abitazioni in edifici con spazi condivisi. Il 36,8% degli intervistati ha risposto che farebbe questa scelta per motivi economici, spiega Ferrigni, chiarendo come il cambiamento che sta avvenendo è sicuramente culturale, «ma è un cambiamento culturale che deriva da una dimensione economica». 

Una classe politica assente 

In questo panorama antitetico tra le condizioni lavorative e l’aumento del costo della vita, si inserisce una classe politica che da anni ha dimenticato i giovani e le loro esigenze. «Il giovane è escluso dalla politica» chiarisce Nicola Ferrigni, aggiungendo che «oltre ad essere escluso è anche usato. La parola “giovani” viene usata come key word in campagna elettorale, è quasi un politicamente corretto» che poi, però, non porta a nulla nel concreto. Gli under 35 in Italia, infatti, sembrano essere completamente disillusi dalla classe politica, lo dimostrano anche le statistiche relative alle elezioni politiche che si sono tenute in Italia il 25 settembre e che hanno visto la coalizione di destra guadagnare la maggioranza in Parlamento con più del 40% dei voti. Secondo i dati forniti dall’Istituto Ixè, infatti, il 39,8% dei ragazzi tra i 18 e i 24 e il 40,5% dei giovani tra i 25 e i 34 anni si sono astenuti. Numeri che si inseriscono in una dinamica di disillusione e sfiducia che è stata estremizzata dalla politica stessa, attraverso l’esclusione continua delle generazioni più giovani dai propri programmi e dalle proprie politiche.  

«Non ho fiducia nella politica. Nessuno rispecchia i miei pensieri. La maggioranza dei politici negli ultimi anni non ha dato peso alle esigenze della mia generazione» sostiene Francesca. Della stessa idea è Andrea, che con lo sguardo deluso racconta di amare profondamente la politica, ma di non nutrire alcun tipo di fiducia nella politica italiana perché «indipendentemente dal punto di vista, dall’estrema destra all’estrema sinistra, non vedo politici in grado di avere e attuare una visione di medio-lungo periodo per quello che è il Paese. Ho 32 anni, quindi voto da diverse tornate elettorali e in nessuna di queste ho visto quel lampo di novità o visione che sia riuscita a tranquillizzarmi». 

Il recente successo della destra è la conseguenza di molti fattori. Secondo Luca Raffini, ricercatore in sociologia dei fenomeni politici, i giovani sono politicamente molto smarriti e questo deriva dalla precarietà lavorativa, ma anche di vita, a cui sono obbligati ormai da anni. «Le generazioni più giovani si trovano private di una dimensione collettiva a causa della precarietà e della frammentazione delle esperienze e delle identità» continua Raffini, «e la politica è, invece, una cosa collettiva. Ma come si fa a costruire un senso di comunità se in un posto di lavoro la metà dei dipendenti sono precari e hanno paura che qualsiasi tipo di rivendicazione possa giocare la loro presenza nell’azienda?».  

La destra in Italia è riuscita a capitalizzare un malcontento derivante dal continuo deterioramento delle condizioni di vita e dall’aumento del costo della vita, e una delle motivazioni potrebbe risiedere proprio nel fatto che ha concentrato parte del suo programma nel “qui e ora”, come la proposta della cosiddetta flat tax, cioè un sistema fiscale basato su un’aliquota fissa, che, però, alle condizioni formulate non sarebbe applicabile perché priva di copertura economica e perché rischierebbe di compromettere la discesa del debito pubblico. Maggioranza ottenuta anche grazie alla diffusione di proposte che hanno puntato sulla fascia demografica più presente nel Paese se si considera che i votanti under 35 sono 6,8 milioni, mentre quelli over 50 sono più di 16 milioni.  

Tutti gli indicatori disponibili rivelano un elevato e crescente disagio abitativo nella popolazione in Italia, al quale si aggiunge una situazione particolarmente difficile per i giovani.

È importante evidenziare come la maggioranza ricevuta da Giorgia Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia sia, molto probabilmente, da attribuire al fatto che al momento delle elezioni rappresentava una proposta nuova rispetto a una serie di governi che erano già stati tentati in Italia e avevano in qualche modo fallito. Una vittoria da attribuire alla sua caparbietà di rimanere salda al ruolo dell’opposizione e alla capacità di colpire gli elettori attraverso una retorica paternalista in cui lo Stato dovrebbe prendersi cura dei suoi cittadini in un momento di crisi come quello attuale. Giorgia Meloni non ha vinto tanto per le proposte concrete del suo programma elettorale, piuttosto per la sua abilità di trasmettere un senso di protezione: protezione della famiglia tradizionale, della patria e della nazione, dei confini e della sicurezza. 

In un contesto di questo tipo, i maggiori partiti italiani hanno provato a guardare ai giovani durante la loro campagna elettorale, tentando di coinvolgerli, ma non sono riusciti a formulare proposte concrete e di lungo periodo capaci davvero di dare speranza a un’intera generazione. Se da un lato la destra ha proposto di effettuare una riduzione dell’imponibile per i giovani lavoratori che vengono assunti, la sinistra del Partito Democratico e l’alleanza Verdi e Sinistra Italiana ha controbattuto sostenendo l’importanza di passare a un regime di “zero tasse” per le assunzioni a tempo determinato dei giovani fino a 35 anni, promuovendo l’importanza di una rete di trasporti pubblici gratuiti per gli under 30. Anche all’interno del Movimento Cinque Stelle l’attenzione ai giovani è stata superficiale, proponendo di agevolare la possibilità di accedere a un mutuo per l’acquisto della prima casa e nominando un generico «diritto a restare», per combattere l’emigrazione di giovani laureati che si recano all’estero per la ricerca di lavoro.  

Una serie di punti importanti, ma che non bastano da soli per cambiare il sistema in cui si trova attualmente l’Italia, in quanto appaiono come sconnessi tra loro e concentrati sul tentativo di mettere una pezza al presente, senza davvero guardare al futuro.  

La precarietà ha un enorme impatto sociale e sulla salute mentale dei giovani  

Precarietà, dipendenza economica prolungata e disillusione sono fattori che incidono profondamente sul benessere psicologico delle generazioni di under 35, cambiando il loro modo di percepire la vita e le relazioni e radicandosi anche e soprattutto attraverso il timore di non riuscire a esprimere se stessi e le proprie necessità. «La precarietà come qualcosa che da lavorativo diventa anche esistenziale si ha quando questo non ti permette di diventare adulto o di acquisire quelli che ci si aspetta essere i tratti dell’adulto» spiega Raffini. Ma non solo, indebolisce le relazioni sociali e intacca la capacità di legare il presente al passato e al futuro, lasciando un’intera generazione in uno stato di delusione e malcontento che, inevitabilmente, intacca l’intera società. «Il lavoro che faccio mi piace tantissimo, ma sono insoddisfatta. Mi sento continuamente alla ricerca della mia indipendenza e di una sicurezza che in questo momento non posso avere», sono le parole di Francesca, che ancora una volta vanno nella stessa direzione di quelle di Andrea. «A livello psicologico e di umore gli effetti della precarietà si fanno sentire» spiega quest’ultimo, aggiungendo con rammarico che quando pensa al futuro non riesce nemmeno a immaginarselo anche se vive con la speranza che tutte queste difficoltà facciano presa sulle persone «tirando fuori il meglio in termini di collettività». 

Ambra Cavina, consigliera dell’Ordine degli psicologi dell’Emilia-Romagna e coordinatrice della commissione Sanità dell’Ordine, sostiene che uno stato di non occupazione o occupazione precaria si rifletta come «un momento di arresto dello sviluppo psicoaffettivo e psicosociale della persona, perché il lavoro fa parte della costruzione dell’identità personale e sociale». La situazione che i giovani sono oggi obbligati, in gran parte, ad affrontare nel mondo del lavoro non dà loro la possibilità di sperimentare e conoscere i propri limiti, ma anche i propri desideri. Questo, insieme alla mancanza di opportunità lavorative che siano sostenibili, fa entrare le persone in una spirale di pressione sociale in cui il fatto di non avere un lavoro pervade ogni aspetto della vita. Secondo Cavina queste dinamiche possono innescare «una sintomatologia che è di tipo ansioso-depressivo, che porta alla noia e all’apatia, all’isolamento e all’esclusione, basando il confronto sui successi altrui e sulla possibile vergogna che suscitano verso quello che si vede come un fallimento personale». Secondo la psicologa, dovrebbe essere compito della classe politica prevedere dei percorsi di supporto e intervento che promuovano il benessere e la salute mentale dei giovani, e soprattutto dare loro la possibilità di individuare il proprio spazio all’interno del mondo del lavoro, altrimenti questi si trovano privati della capacità di fare progetti in quanto soffrono di un arresto del processo evolutivo stesso.  

In Italia sembra che le generazioni che hanno meno di 35 anni vivano in una bolla di precarietà economica e lavorativa che potrebbe scoppiare da un momento all’altro, sconvolgendo i deboli equilibri che guidano le loro vite, aggravata dalla situazione politica che, con la destra al governo, non sembra avere occhi di riguardo per le politiche del lavoro, né per i bisogni dai giovani, che chiedono prima di tutto di poter esprimere della propria identità. Il costo della vita continua ad aumentare e il divario tra precarietà lavorativa e diritto all’abitare cresce sempre di più, lasciando i giovani in balìa di un futuro che non si può prevedere e un’insicurezza dannosa sotto diversi punti di vista. Nonostante la poca presenza di proposte sul tema, la vera sfida delle destre ora al governo sarà quella di formulare progetti credibili e realizzabili nel lungo periodo, che possano cambiare un sistema che diventa sempre meno sostenibile. 

«Sono disilluso ma resto possibilista» afferma Andrea con un sorriso amaro e con la speranza di rimanere a galla in una società e in un Paese che sembrano lentamente affondare. 

* Il nome è fittizio per proteggere l’identità degli intervistati. 

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