La Pianura Padana ospita un terzo della popolazione italiana e genera quasi la metà del PIL nazionale. Ma lo sfruttamento eccessivo, l’inquinamento e il consumo eccessivo di suolo stanno aggravando gli effetti dei cambiamenti climatici in questa regione politicamente trascurata.

Boretto, provincia di Reggio Emilia, Italia settentrionale. Sotto il ponte all’ingresso della città, il fiume è quasi invisibile. Le fondamenta in cemento dei pilastri, solitamente sommerse, balzano all’occhio. Dove un tempo scorreva il fiume più lungo d’Italia, il Po, ora c’è una grande spiaggia. Dove un tempo c’era il letto di un fiume, ora ragazzi e ragazze si avventurano a piedi. Una coppia passeggia con un cane, lanciando bastoncini in lontananza. L’animale corre a recuperarli, felice di esplorare un territorio normalmente indisponibile. 

È l’aprile del 2023. Non è caduta nemmeno una goccia di pioggia da due mesi e mezzo. La portata del fiume è diminuita drasticamente, facendo temere il ripetersi di quanto accaduto nel 2022, quando il Po raggiunse il livello più basso mai registrato nella storia. “Il fiume è a un livello estremamente basso per la stagione”, conferma l’ingegnere Alessio Picarelli dell’Agenzia Interregionale per il fiume Po (Aipo).  

L’agenzia, con sede a Boretto, effettua rilievi idrografici. I meatori – gli operai responsabili del controllo della profondità del fiume – partono ogni giorno da qui e dalle altre sette stazioni. L’agenzia emette quindi un bollettino per segnalare le condizioni di navigabilità. È un’osservatrice privilegiata delle cosiddette magre: i periodi in cui il Po soffre. 

La mancanza di pioggia, unita all’assenza di neve sulle catene montuose, sta mettendo a dura prova il maggior fiume d’Italia. La neve non cade più con la stessa intensità e i ghiacciai alpini, riserve di acqua fossile, si stanno riducendo. Se poi non piove, l’intero sistema entra in crisi. Si tratta di una situazione che probabilmente diventerà sempre più frequente nel prossimo futuro. 

“Queste portate vengono normalmente registrate nel mese di agosto”, afferma Picarelli. “Ma con un ulteriore fattore da considerare: in estate l’acqua viene utilizzata per l’agricoltura”. In altre parole, quando gli agricoltori useranno l’acqua per l’irrigazione, il problema sarà ancora più grave. “Da anni i modelli climatici predittivi ci avvertono della possibilità che la Pianura Padana si desertifichi. Questo sta accadendo sotto i nostri occhi. Questa è la tendenza. Ma, naturalmente, la situazione attuale potrebbe cambiare da un momento all’altro. 

E così è stato. A metà maggio 2023, una quantità insolita di pioggia si è abbattuta su varie zone della Pianura Padana, causando lo straripamento di diversi fiumi e torrenti. Il Po alla fine è rimasto entro gli argini, ma molti dei suoi affluenti sono esondati, con conseguenze catastrofiche e un grave bilancio in termini di vite umane: 16 morti e 23.000 sfollati. 

Mancanza di visione 

Il Po è una cartina di tornasole degli effetti sempre più marcati della crisi climatica in Italia. Situato al centro dell’area mediterranea, il Paese è un punto nevralgico climatico, dove le conseguenze del riscaldamento globale sono più evidenti. L’aumento delle temperature, insieme al susseguirsi di eventi meteorologici estremi, sta mettendo a dura prova la zona. 

Secondo l’European Severe Weather Database, nel 2022 l’Italia ha registrato 3.192 eventi meteorologici estremi; nei primi nove mesi del 2023 ne sono già stati registrati circa 2.766. Si tratta di una cifra astronomica, considerando che tra il 2000 e il 2010 il numero raramente ha superato quota 100. 

“In Italia e in tutto il Mediterraneo, il riscaldamento climatico globale ha un effetto particolare: non solo la temperatura media sta aumentando, ma anche gli eventi estremi stanno aumentando, perché la circolazione dell’atmosfera sta cambiando”, spiega il fisico atmosferico Antonello Pasini. “Prima eravamo abituati all’alta pressione atmosferica che arrivava sempre da ovest a est, principalmente con il famoso anticiclone delle Azzorre. Questo anticiclone era una barriera di aria stabile che ci proteggeva dai disturbi meteorologici del Nord Europa e dal caldo africano. Ora il riscaldamento globale antropogenico ha causato l’espansione verso nord della circolazione tropicale equatoriale. Questo cambiamento fa sì che gli anticicloni africani, precedentemente presenti in modo permanente sul deserto del Sahara, inizino a entrare nel Mediterraneo e raggiungere l’Italia. Quando alla fine tornano indietro, le correnti fredde entrano in contatto con l’aria calda e umida precedente, creando un enorme contrasto termico. Ed è così che si verificano eventi meteorologici estremi. 

L’oscillazione tra livelli idrici allarmanti e inondazioni catastrofiche sembra essere la nuova tendenza sul Po, così come su molti altri fiumi italiani. La siccità del 2022 è stata la peggiore degli ultimi 200 anni, causando un crollo dei raccolti agricoli e della produzione idroelettrica. Secondo Coldiretti, la più grande associazione agricola italiana, la carenza idrica ha causato un calo del 10% nella produzione agricola italiana, con una perdita stimata di circa sei miliardi di euro per gli agricoltori. Quest’anno è stato leggermente migliore, con un susseguirsi di siccità ed eventi estremi che ha causato danni enormi di entità simile. 

“Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome: siamo nel bel mezzo di un’emergenza climatica”. Nato e cresciuto nella zona, Giuliano Landini è la memoria vivente del fiume. È il capitano della Stradivari, la nave da crociera per la navigazione interna più lunga d’Italia. Al timone della sua imbarcazione, ormeggiata nel porto di Boretto, è affranto. Guarda il fiume e scuote la testa. 

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Da anni il capitano lamenta la mancanza di una visione per il principale fiume d’Italia. “L’attuale scenario climatico ci mostra chiaramente la debolezza del sistema. O piangiamo perché il Po è in secca o viviamo nella paura delle inondazioni. Il fatto è che il fiume è stato abbandonato a sé stesso. Mi chiedo sempre: perché la Senna, il Danubio, l’Elba – tutti grandi fiumi europei – rimangono navigabili mentre il Po soffre?” 

Per Landini, la soluzione è chiara: bacinizzazione, ovvero la creazione di bacini idrici. Questo piano consisterebbe nella realizzazione di dighe con centrali idroelettriche e chiuse di navigazione. “Ciò consentirebbe al fiume di essere sempre navigabile ed eviterebbe lo spreco di acqua quando ce n’è in abbondanza. Da uomo di fiume, come mio padre e mio nonno, vi posso assicurare che non ne usciremo finché non avremo regolato una volta per tutte il corso dell’acqua attraverso le dighe sul Po”. 

Una precedente campagna nella zona prevedeva la costruzione di cinque dighe. Ne è stata costruita solo una, sull’Isola Serafini nella provincia di Piacenza, con un bacino e una centrale idroelettrica. Gli altri piani sono stati accantonati. E si è deciso di lasciare che il fiume scorra liberamente. 

La bacinizzazione non è una soluzione condivisa da tutti, men che meno dagli ambientalisti, che temono un cambiamento troppo radicale degli ecosistemi. Ma una parte dell’argomentazione di Landini è indiscutibile: il Po è un territorio dimenticato. Quello che un tempo era un luogo vivace, con una propria cultura ed economia, è ora ai margini, ignorato dai politici e persino da coloro che vivono lungo le sue rive. 

Sfruttato eccessivamente e sottovalutato 

“A nessuno piace parlare del Po”, continua Landini. “Eppure la sua acqua è utile a tutti: all’agricoltura, all’industria, alla produzione di energia e ad altro ancora”. È il grande paradosso italiano. Un terzo degli abitanti del Paese vive nella Pianura Padana. Genera il 40% del PIL nazionale, il 35% della produzione agricola e il 55% della produzione idroelettrica. Eppure il Po viene considerato un ostacolo e non una risorsa. O, peggio ancora, come bacino da cui attingere acqua per i numerosi allevamenti intensivi della pianura, per estrarre ghiaia o da utilizzare come fognatura per le acque reflue industriali. 

“L’area è stata sfruttata eccessivamente. Non è un segreto che sia la regione più inquinata d’Europa”, afferma Paolo Pileri, professore di pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Spiega che le inondazioni in Emilia-Romagna dello scorso maggio hanno avuto effetti così disastrosi perché il territorio era stato reso fragile dall’azione umana. “Tra il 2020 e il 2021, l’Emilia-Romagna è stata la terza regione italiana per consumo di suolo. In un solo anno sono stati cementificati circa 658 ettari, pari al 10,4% del totale nazionale. In pochi anni la superficie impermeabile nella regione ha raggiunto l’8,9%, rispetto a una media nazionale del 7,1%. Sappiamo perfettamente che l’acqua non filtra attraverso l’asfalto, ma scorre rapidamente su di esso, accumulando quantità ed energia e causando danni e vittime”. 

È quasi come se il Po e i suoi affluenti, resi invisibili dallo sfruttamento umano, si stessero riprendendo lo spazio che era stato loro sottratto. “Il Po è come un gigante ferito. Si gonfia e cala a piacimento. Diventa avaro d’acqua proprio quando l’agricoltura ne ha più bisogno. E dispensa difficoltà e afflizioni a quegli abitanti che gli hanno voltato le spalle”, dice Landini in modo poetico. 

Di fronte a questi andamenti irregolari del fiume, i numerosi soggetti interessati che utilizzano l’acqua del Po stanno cercando di individuare delle soluzioni. “I dati degli ultimi anni mostrano che la siccità sta diventando un problema strutturale. Le sfide poste dal cambiamento climatico impongono una nuova realtà in cui non possiamo più attribuire la colpa a un uso irrazionale delle risorse”, afferma Francesco Vincenzi, imprenditore agricolo e presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue. Le organizzazioni agricole sono attive nel proporre soluzioni per quello che per loro è un problema vitale. “Per far fronte alla crescente carenza idrica, è necessario avviare un piano infrastrutturale per adeguare i canali di irrigazione e la sicurezza delle risorse idriche”, aggiunge Vincenzi.  

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, lo strumento di finanziamento approvato dall’Unione europea dopo la pandemia di COVID-19, stanzia 880 milioni di euro proprio per rendere più efficiente il sistema di irrigazione e costruire bacini di contenimento. “Questi mini-bacini consentiranno di conservare l’acqua in un’ottica multifunzionale, sia per l’agricoltura che per l’energia. Considerando che oggi conserviamo solo l’11 per cento dell’acqua, è urgente realizzare questi lavori”. 

Tutti sembrano concordare sulla necessità di conservare una risorsa che sta diventando ogni giorno più scarsa. “Ma è anche necessario mettere in discussione il modello agricolo dominante nella Pianura Padana”, aggiunge Pileri. “Gli agricoltori si lamentano di un ecosistema che è diventato squilibrato, ma sono proprio questi stessi agricoltori che in parte lo hanno reso tale. Per fare un esempio: nella parte centrale del Po ci sono enormi distese di mais, una coltura che richiede molta acqua. Questo mais non è destinato al consumo umano, ma all’alimentazione dei suini negli allevamenti intensivi e alla produzione di biogas. Ha senso utilizzare l’acqua per produrre mangimi ed energia invece che prodotti destinati al consumo umano?” 

Secondo Pileri, l’unica soluzione è ripensare il modello di sviluppo: ciò significherebbe fermare il consumo di suolo, cambiare i paradigmi produttivi e ripensare il nostro rapporto con gli ecosistemi. Ma il suo ragionamento non riscuote molto consenso. Nonostante i ripetuti disastri e gli ingenti danni alle persone e alle cose, la lotta contro la crisi climatica non è in cima all’agenda del governo Meloni.  

L’Italia è uno dei pochi Paesi europei che non dispone di un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Una bozza di piano giace presso il Ministero dell’Ambiente dal 2017, in attesa di una valutazione che non è mai arrivata. Alcuni membri della coalizione di governo hanno ripetutamente affermato che il riscaldamento globale è un problema sopravvalutato.  

L’approccio nei confronti della Pianura Padana rispecchia quello del governo italiano nei confronti dell’emergenza climatica nel suo complesso. Fino alla prossima siccità o catastrofe, quando l’indifferenza lascerà temporaneamente il posto al conteggio dei costi e al lamento per una sventura “inevitabile” e “imprevedibile”. 

Questo articolo fa parte di una serie dedicata alla politica alimentare e idrica organizzata dal Green European Journal con il sostegno di Eurozine e grazie al sostegno finanziario del Parlamento europeo alla Green European Foundation. 

This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.