I leader europei illiberali hanno sviluppato efficaci strategie per catturare la sfera pubblica e mettere a tacere le voci critiche. Le iniziative dell’UE possono fare molto per proteggere la libertà di stampa, ma anche i giornalisti non se ne stanno con le mani in mano: la cooperazione e lo scambio tra i media indipendenti, la sindacalizzazione, e la spinta verso la piena indipendenza dai finanziamenti statali si stanno rivelando cruciali per rafforzare il giornalismo e l’europeizzazione della sfera pubblica.
Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak furono uccisi a distanza di pochi mesi, la prima nel 2017 a Malta, il secondo nel 2018 in Slovacchia. Entrambi furono uccisi per il loro lavoro: svolgevano inchieste giornalistiche sulla corruzione della classe politica del proprio paese.
Questo doppio omicidio fu uno shock per tutta l’Unione Europea, perché mandava in pezzi la sua immagine di oasi della libertà di stampa. Ma questa violenza era in realtà l’espressione estrema di un più generale processo di erosione del diritto a informare che era in atto da anni in molti paesi UE. Quando Kuciak venne ucciso, i media indipendenti nella vicina Ungheria erano già stati zittiti da Viktor Orbán, e in Polonia il governo guidato dal partito di estrema destra PiS (Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia) aveva già trasformato i media pubblici in megafoni di propaganda. E la stampa libera non pareva passarsela bene neppure Bulgaria, Grecia e Croazia, secondo il World Press Freedom Index compilato da Reporter senza frontiere (RSF).
Avendo ormai riconosciuto l’importanza che la cattura della sfera pubblica (“media capture”, in inglese) gioca per i vari attori illiberali che sono saliti alla ribalta negli ultimi anni, le istituzioni Ue hanno gradualmente abbracciato un approccio sempre più proattivo per difendere la libertà e il pluralismo dei media. Iniziative recenti come il Media Freedom Act e la direttiva Anti-Slapp testimoniano questo rinnovato attivismo, così come i vari fondi che sono stati lanciati per supportare il giornalismo indipendente in Ue e paesi limitrofi.
A contrastare i tentativi di imbavagliare la sfera pubblica, tuttavia, non ci sono solo le istituzioni. In molti paesi giornalisti e media indipendenti si sono mobilitati per continuare a svolgere il proprio lavoro di ‘cani da guardia del potere’. Tra questi, Polonia e Slovacchia rappresentano due casi significativi.
Illiberalismo e resistenza
Dopo otto anni di governo illiberale del PiS, alle elezioni di ottobre 2023 ha vinto la coalizione liberale ed europeista guidata dall’ex presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. Il nuovo governo ha dato priorità alla libertà di stampa, soprattutto alla liberazione del servizio pubblico, ma le riforme proposte hanno finora incontrato l’opposizione del presidente Andrzej Duda (vicino al PiS) e sono state criticate anche da una parte della società civile come troppo simili ai modi con cui il PiS aveva occupato i media di stato. Ad ogni modo, il governo sta gradualmente ripristinando lo stato di diritto.
La Slovacchia sta invece viaggiando in direzione opposta. Nel 2018 la coalizione guidata da Robert Fico, un politico teoricamente socialdemocratico ma molto vicino alle idee e alle politiche dell’estrema destra, era stata costretta a dimettersi per le proteste di piazza seguite proprio all’omicidio di Kuciak e della sua fidanzata, Martina Kušnírova. Si sono poi susseguite una serie di coalizioni a trazione populista abbastanza fragili, ma senza i mezzi né la volontà esplicita di attaccare i media, tanto che ancora l’anno scorso la libertà di stampa era stata giudicata in buona salute nel paese (17esimo posto nel World Press Freedom Index di RSF). Con l’elezione dell’attivista ambientalista Zuzana Čaputová a presidente nel 2019, la Slovacchia sembrava confermarsi come un’eccezione in una regione che sembrava sprofondare sempre più verso l’estrema destra illiberale.
Lo scorso anno, però, Fico e i suoi sono tornati al potere. La nuova coalizione, che include anche l’estrema destra del Partito Nazionale Slovacco (SNS), ha subito iniziato ad attaccare i media indipendenti. La nuova ministra della Cultura Martina Šimkovičová, già nota come youtuber cospirazionista, ha patrocinato norme via via più restrittive della libertà d’espressione e del pluralismo: Šimkovičová ha rimossi i direttori delle più importanti istituzioni culturali del paese, ma soprattutto ha messo nel mirino il servizio pubblico, accusato di essere programmaticamente in favore dell’opposizione.
La situazione si è ulteriormente deteriorata dopo il tentato assassinio di Fico da parte di uno squilibrato lo scorso maggio. Nella sua prima apparizione pubblica dopo il fatto, il premier ha accusato le opposizioni e i giornali indipendenti di essere una sorta di mandante morale dell’attentato – una retorica aggressiva che ha dato nuovo impeto alla campagna del governo contro i media considerati troppo critici e al tentativo di occupare il servizio pubblico. Lo scorso giugno RTVS, l’ente che comprendeva la televisione e la radio pubblica, è stato dissolta e sostituita da un nuovo ente chiamato STVR. Il nuovo board sarà nominato in parte dal governo e in parte dal parlamento, dove i partiti al governo hanno la maggioranza.
A questi attacchi si è abbinata anche una progressiva istituzionalizzazione della disinformazione. “Questo governo usa parecchio i media alternativi, che sono particolarmente attivi online. E per molti dei suoi sostenitori questa sorta di [sdoganamento] delle fonti di disinformazione, che sono ora accettate come voci nel dibattito pubblico, li ha portati a fidarsi di loro”, sintetizza un responsabile della ong MEMO 98. Gli esempi di questa istituzionalizzazione della disinfosfera sono svariati: alcune figure della scena cospirazionista lavorano oggi come portavoce di esponenti del governo, per esempio, e nei viaggi di stato l’entourage di Fico tende a invitare esponenti della galassia cospirazionista al proprio seguito, ignorando i media professionali.
Giornalisti e media indipendenti, però, non sono rimasti a guardare. Forme di ‘resistenza giornalistica’ dal basso sono emerse sia in Polonia che in Slovacchia, come ricostruito tramite trenta interviste effettuate la scorsa estate con giornalisti, redattori, attivisti e accademici di entrambi i paesi.
Una forma di resistenza è la cooperazione tra i media indipendenti, spesso concorrenti tra loro. Quando accade qualcosa di eclatante ai danni della libertà di stampa, i caporedattori dei diversi giornali si mobilitano istantaneamente per pubblicare dichiarazioni congiunte o lettere aperte e allertare così sia la società civile che l’opinione pubblica e le istituzioni europee. Questa cooperazione oggi riguarda anche media non direttamente attaccati dal governo e percepiti come più neutrali. Spiega, per esempio, la caporedattrice di Forbes Slovacchia, Lucia Okšová: “Sento chiaramente la tensione che si respira oggi nel panorama mediatico slovacco. E quindi cerchiamo di capire come supportare al meglio i nostri colleghi, quando serve o quando ci chiedono di firmare dichiarazioni per difendere la libertà di stampa”.
In alcuni casi, questa cooperazione si è anche evoluta in modalità più strutturate. Un esempio in Slovacchia è la piattaforma Safe.Journalism.sk (Bezpečná.žurnalistika.sk), che monitora tutti gli attacchi subiti da giornalisti e media nel paese. La gestisce il Centro Investigativo Ján Kuciak, fondato nel 2021.
Dalla mobilitazione alla sindacalizzazione
In Polonia, l’esempio più vistoso di cooperazione si è visto il 10 febbraio del 2021, quando tutto l’arco dei media indipendenti ha preso parte alla manifestazione ‘Media senza scelta’ (Media bez wyboru). La mobilitazione era una sorta di sciopero generale dei media indipendenti contro una proposta del governo del PiS di tassare pesantemente i ricavi pubblicitari, da cui dipendono gran parte di questi media. Per un’intera giornata, sia giornali che televisioni non hanno diffuso notizie, ma solo copertine e schermi neri.
Molto partecipate sono state anche le proteste dello stesso anno contro la cosiddetta ‘lex TVN’, che mirava a ‘ripolonizzare’ TVN, una delle principali televisioni indipendenti, di proprietà del gruppo americano Discovery. Diversi giornali hanno dedicato un’attenzione costante alle vicende di TVN, che si sono conluse con il veto alla legge da parte del presidente Duda. Come sintetizzato da una dipendente di TVN, “Quando stavano per approvare la Lex TVN, gli altri media ci hanno sostenuto. Hanno trattato della nostra storia, spiegando ai loro pubblici cosa ci fosse di sbagliato. C’è stata una protesta popolare e molti di questi media l’hanno raccontata. Anche i giornalisti si sono uniti alla manifestazione, [gli editori] ci hanno dato il permesso. (..) La solidarietà è stata eccezionale”.
Secondo molte delle persone intervistate in Polonia, questo alto grado di cooperazione ha permesso inoltre di coinvolgere più facilmente le istituzioni Ue e le ong transnazionali che si occupano di libertà di stampa, come RSF e la European Federation of Journalists.
Sia in Slovacchia che in Polonia, la cooperazione tra media indipendenti ha portato anche sla nascita di molti sindacati e associazioni giornalistiche – una novità in entrambi i paesi.
A ottobre 2023 in Polonia è nato il Consiglio dei media polacchi, la prima piattaforma inter-giornalistica per confrontarsi su problematiche e sfide comuni. Alcuni giornalisti fuoriusciti dalla radio pubblica a causa delle interferenze politiche hanno invece fondato l’Associazione dei giornalisti e degli autori della radio pubblica (Stowarzyszenie Dziennikarzy i Autorów Radia Publicznego).
Anche in Slovacchia molte testate hanno visto la nascita di sindacati interni per preservare la libertà editoriale della redazione in caso di interferenze indebite da parte della proprietà. Come spiegato da un veterano del giornalismo slovacco, “Da noi i sindacati non sono mai stati nel settore media. Difficilmente ne trovi. Forse solo un paio di quei sindacati vecchio stile, dove però non ci sono giornalisti, ma più che altro tecnici del suono e altri operatori. Non era molto popolare, sia per ragioni culturali che per come funzionano i sindacati. Invece, da qualche mese [a maggio, ndr] stanno nascendo vari sindacati in molti media”.
Il caso più notevole ha riguardato la principale vittima degli attacchi di Fico e sodali, TV Markíza. La scorsa estate, il sindacato interno ai giornalisti di Markíza ha nominato come proprio leader il presentatore Michal Kovačič, una delle figure più invise al governo, impedendo così alla proprietà di licenziarlo, come previsto dalla legge slovacca.
Indipendenza dai fondi pubblici
Un’altra importante forma di resistenza è stata la nascita di progetti giornalistici di qualità finanziariamente indipendenti, fondati principalmente da giornalisti licenziati o fuoriusciti da alcuni media in ragione delle pressioni politiche subite. La gran parte di questi nuovi media sono ong che rifiutano qualunque forma di finanziamento pubblico, sia diretto che indiretto (pubblicità), consci che proprio quei fondi sono una delle leve principali su cui i governi possono puntare per influenzare la loro linea editoriale.
È il caso, per esempio, di Report sullo stato del mondo (Raport o stanie świata), un podcast lanciato da uno dei nomi più noti della radio pubblica polacca, Dariusz Rosiak, ma anche di progetti investigativi come VSquare, Front Story e Oko.press. VSquare riunisce giornalisti investigativi dai quattro paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Cechia e Slovacchia) per inchieste transnazionali; Front Story produce il meglio del giornalismo investigativo polacco, mentre Oko.press si è affermato come uno dei servizi di fact-checking più affidabili negli anni di governo del PiS, assieme a Demagog.
Anche i giornali polacchi più tradizionali hanno imparato a diversificare le proprie fonti d’entrata. “La pubblicità da parte degli enti pubblici è sparita da un giorno all’altro dai media più importanti. Volevano metterci pressione, portandoci a non scrivere cose negative su di loro, ma quello che hanno ottenuto è stato di renderci più indipendenti dai contratti statali. Abbiamo imparato a vivere senza fondi pubblici”, sintetizza la caporedattrice di una delle radio più ascoltate del paese.
In Slovacchia spicca il caso di Dennik N, uno dei media più attaccati dal governo. Fondato da alcuni ex giornalisti di Dennik SME, il principale quotidiano del paese acquistato nel 2014 dal controverso conglomerato Penta, Dennik N si è imposto come uno dei progetti di giornalismo supportato dal pubblico più efficaci d’Europa: a oggi conta più di 70 mila abbonati, in un paese con poco più di 5 milioni di persone. Sono circa gli stessi del Post, una delle realtà giornalistiche più di successo in Italia, che però ha dieci volte gli abitanti della Slovacchia. Recentemente poi, Michal Kovačič ha fondato una nuova televisione online, 360 Gradi, per capitalizzare sull’esperienza e il seguito guadagnati nei suoi sedici anni di lavoro a TV Markíza.
Europeizzazione della sfera pubblica
Molte delle persone intervistate hanno parlato di ‘orbanizzazione’ dei media, notando come la strategia perseguita da Orbán per occupare la sfera pubblica in Ungheria serva oggi come una sorta di canovaccio per altri leader illiberali. La velocità con cui il governo di Fico ha smantellato il servizio pubblico è in parte legata all’esistenza di questo modello.
A questa ‘europeizzazione’ dell’illiberalismo di estrema destra si oppone un’europeizzazione della resistenza giornalistica, che si sta facendo sempre più transnazionale. Alcuni intervistati slovacchi hanno sostenuto di essersi trovati pronti di fronte alle manovre del nuovo governo Fico, in quanto conoscevano già bene la situazione in Polonia e Ungheria, e si erano mossi in anticipo. “Eravamo in una posizione migliore rispetto ai colleghi ungheresi. Da noi molte pubblicazioni sono sostenute dai lettori, mentre da loro molti media dipendevano dai soldi pubblici. Quando è così, sei molto più vulnerabile”, spiega un attivista di MEMO 98. Una visione condivisa dal caporedattore di Dennik N: “Siamo indipendenti, e il supporto dei nostri lettori si è intensificato dopo le ultime elezioni. Così è anche per Dennik SME: prendono soldi dalla pubblicità, ma anche anche una base di abbonamenti molto forte. Quindi sono resilienti. In Ungheria dieci anni fa non c’era niente del genere. Non avevano media supportati e finanziati dai lettori. In Slovacchia la situazione è diversa: le persone sono abituate a pagare per le notizie, più che in Ungheria, Cechia o Polonia. Sono anni che educhiamo il pubblico all’idea che le notizie non sono gratis. Se vuoi giornalismo di qualità, lo devi supportare in qualche modo”.
Progetti transnazionali come Vsquare e il podcast Voicee, curato da un network di media indipendenti che operano in diversi paesi del Gruppo Visegrad, contribuiscono a europeizzare la resistenza di giornalisti e media non allineati ai desiderata dei potenti. Come lo fa il ruolo sempre più centrale di ong transnazionali, come RSF, Helsinki Foundation for Human Rights e il Prague Civil Society Center, attori fondamentali per i media sotto attacco, in ambiti come supporto legale, raccolta fondi e sensibilizzazione sociale.
Proprio quell’estrema destra sovranista che mira a frammentare l’Europa sta contribuendo alla nascita di una sfera pubblica transnazionale, dove per chi vuole difendere “il diritto alla libertà d’espressione” garantito dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, i confini tra stati membri contano poco.
