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Il governo di Giorgia Meloni sta avendo un impatto notevole sul sistema mediatico e sulle istituzioni culturali del paese. Quale tipo di modello culturale emerge dai tentativi di silenziare il dissenso?

Sul terreno della cultura si può misurare la profonda distanza tra l’immagine di leader moderata che Giorgia Meloni prova a dare di sé in Ue, con la cooperazione attiva dei Popolari europei, e ciò che invece sta davvero accadendo in Italia da quando la leader di estrema destra è al governo. I segnali di erosione dello stato di diritto – i tentativi di reprimere il dissenso, gli attacchi alla sfera giudiziaria, alla libertà dei media, e molto altro –  sono rintracciabili sin dai primi giorni del mandato, cominciato nell’ottobre 2022, fino a oggi. La sfera culturale è il luogo dove per prime le contraddizioni tra finzione e realtà sono deflagrate. Non passa giorno senza che le organizzazioni per la libertà dei media scuotano la Commissione Europea dal suo torpore per allertarla sugli attacchi in corso in Italia.  

Colonizzazione della cultura: le figure chiave 

Nei primi due anni, vari ministri della coalizione di destra sono stati toccati da scandali, ma quello alla Cultura Gennaro Sangiuliano è l’unico a essere stato costretto a dimettersi, per una vicenda i cui contorni restano tuttora da chiarire, ma che certamente è stata innescata dalla nomina saltata dell’imprenditrice Maria Rosaria Boccia (con la quale il ministro ha poi detto di aver avuto “una relazione sentimentale”) come consulente. Quando ha rimpiazzato Sangiuliano come ministro, a settembre 2024, Alessandro Giuli non era neppure laureato, ma era noto per l’aquila fascista tatuata sul petto, per l’adesione da ragazzo al movimento neofascista Meridiano Zero, e per l’appropriazione indebita del concetto gramsciano di “egemonia culturale” applicato all’estrema destra. Considerato un “intellettuale organico” di area Meloni, prima di diventare ministro era stato nominato dal governo alla direzione del museo romano di arte contemporanea MAXXI.  

Sangiuliano e Giuli hanno in comune lo stesso piano di colonizzazione della sfera pubblica; era in preparazione prima ancora che il governo Meloni esordisse. A maggio 2022, alla convention di Fratelli d’Italia a Milano, Sangiuliano, che all’epoca dirigeva il telegiornale (il TG2) di una rete della tv pubblica (RAI2), non esitò a salire sul palco dell’evento di partito.  

Pochi mesi dopo, dai corridoi del ministero di Sangiuliano, il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi ha esplicitato l’intenzione del governo in carica: “Cambiare la narrazione”. Dal governo arrivavano indicazioni per “un cambio di management in RAI”, e al contempo Fratelli d’Italia usava qualsiasi pretesto – compreso lo “scandalo” di un bacio omosessuale in diretta TV – per spingere l’allora ceo della RAI, Carlo Fuortes, alle dimissioni; il che è effettivamente avvenuto a maggio 2023. “È arrivato il momento di focalizzarsi su un nuovo storytelling”, ha detto Roberto Sergio quando lo ha rimpiazzato.  

Il vero nome di punta per Meloni è stato da subito Giampaolo Rossi, ritenuto un ideologo di estrema destra, noto per il blog che teneva sul portale del quotidiano di destra il Giornale, sul quale assumeva posizioni euroscettiche e faceva dichiarazioni del tipo: “La colpa di Putin è che non vuole sottomettere la Russia ai dettami del Nuovo Ordine Mondiale predicato da Soros”. Sergio ha nominato Rossi direttore generale con l’accordo tacito che nel giro di un anno i ruoli si sarebbero invertiti, come è infatti avvenuto a settembre. Altre figure vicine a Meloni, come Gian Marco Chiocci, hanno assunto ruoli di punta in RAI.  

Ma le poltrone sono solo un aspetto della vicenda. Durante questo governo di estrema destra si assiste a una vera e propria presa (“capture”) del servizio pubblico. Liberare la RAI dalle interferenze della politica è sempre stata una sfida irrisolta, e lo si è visto in particolare ai tempi di Silvio Berlusconi premier, con le purghe dei giornalisti critici, note come “editto bulgaro”. In effetti è stato proprio Berlusconi a normalizzare l’estrema destra post fascista, includendola nelle proprie coalizioni di governo. Ma si può dire che Meloni abbia raccolto l’eredità superando persino il maestro: durante questo governo il presunto “cambio di narrazione” sta diventando rapidamente una “narrazione a senso unico”, che va nella direzione diametralmente opposta rispetto a quella prevista dal nuovo European Media Freedom Act, che vuole garantire il pluralismo. 

Non a caso si parla ormai ironicamente di “TeleMeloni”: sul canale pubblico RaiNews 24 vengono trasmessi integralmente – senza alcuna intermediazione giornalistica – gli interventi di Meloni alle convention del suo partito (come il discorso ad Atreju, alla festa giovanile della destra italiana; durata: un’ora e dieci) e i video pubblicati dalla premier sui suoi account social per dare la sua versione del proprio operato senza contraddittorio (come gli “Appunti di Giorgia”; durata: mezz’ora). Vale anche per gli alleati. Il monologo pubblicato in forma di video sui propri account social dal vicepremier Matteo Salvini, nel quale il leader della Lega attacca la procura di Palermo (la quale ha chiesto il carcere per il leader della Lega, reo di aver negato lo sbarco di 147 profughi a Lampedusa nel 2019) è stato trasmesso integralmente dal servizio pubblico. In casi come questo, il sindacato dei giornalisti RAI protesta, ma per tutta risposta la coalizione di governo attacca il sindacato

La colonizzazione meloniana della RAI procede di pari passo con la censura e l’allontanamento delle figure critiche verso il governo. Lo scrittore di fama internazionale Antonio Scurati, autore di una quadrilogia su Mussolini e il fascismo, si era preparato a leggere in RAI il proprio monologo scritto apposta in occasione del 25 aprile (il giorno della liberazione dal nazifascismo). Il discorso, che conteneva anche riferimenti critici verso l’esecutivo, è stato all’improvviso cancellato: una censura, di fatto. La conduttrice tv che ha denunciato l’episodio, Serena Bortone, “avrebbe dovuto essere licenziata”, ha dichiarato in seguito il ceo della RAI, lamentando che la giornalista non fosse stata “punita”. In seguito, Bortone è uscita dai palinsesti televisivi, approdando di recente alla radio pubblica. 

Una narrazione a senso unico: contro il dissenso 

La premier ha costruito il proprio mito fondativo, secondo il quale lei è una “underdog”, come ama definirsi. Meloni si racconta come la sfavorita che riesce a ribaltare le proprie sorti nonostante abbia il mondo contro. “La sinistra mi ha spesso deriso per le mie radici popolari, mi hanno definito pesciarola, borgatara, fruttivendola. Sì perché loro sono colti e si vede bene da questa loro capacità di argomentare. Ma al di là di questo, quello che non hanno capito è che io sono sempre stata, sono e sarò sempre fiera di essere una persona del popolo”.  

In questa narrazione si intrecciano tre livelli. Uno è quello di ispirazione americana, con il mito del “self-made man”, e in questo caso, della donna, che “in un mondo di scuole e accademie, costretta da circostanze ostili scava per sé una strada per il successo, e diventa architetta delle proprie fortune”, parafrasando Frederick Douglass. Un secondo livello è quello tipico del populismo di destra europeo: la leader che si fa interprete del “popolo” e delle sue volontà; è una narrazione che accomuna Meloni a Marine Le Pen. Poi c’è un terzo livello di lettura, ed è il senso di rivalsa di una estrema destra postfascista che ritiene di aver subìto il cordone sanitario repubblicano e da una posizione di potere può ora occupare le istituzioni. Questo senso di rivalsa spiega come mai la premier, pur essendo ormai all’apice del potere, continui a dire – come ha fatto nella convention di Fratelli d’Italia a Pescara ad aprile – che “a noi cercano da sempre di tappare la bocca, di impedirci di raccontare le nostre idee e i nostri programmi. Raccontano menzogne sul nostro conto”.  

Si tratta di una narrazione vittimistica nella quale qualsiasi espressione di dissenso viene attribuita a un unico nemico, “la sinistra”. Anche Meloni sembra insomma far ricorso alla “formula Finkelstein”. Dopo aver perso il potere nel 2002, per riprenderselo nel 2010, Viktor Orbán si è affidato allo stratega repubblicano Arthur Jay Finkelstein, già consulente di Ronald Reagan e Benjamin Netanyahu. Dal 2008, assieme al suo delfino George Birnbaum, Finkelstein ha costruito la campagna orbaniana. E ha cominciato da un fondamento che viene utilizzato tuttora: la costruzione del nemico. La “formula Finkelstein” è insomma una formula al negativo: si basa non sui pro ma sui contro. 

Meloni attacca – costantemente, frontalmente e con intensità crescente – giornali, giornalisti, scrittori, intellettuali, direttori di musei. Di pari passo, prosegue l’occupazione delle istituzioni culturali. Per esempio, nonostante  Christian Greco abbia conseguito eccellenti risultati da direttore del Museo Egizio di Torino, per lungo tempo il governo Meloni ha fatto pressioni perché lasciasse l’incarico. A Greco veniva criticata in particolare l’iniziativa di offrire biglietti scontati a chi parla l’arabo. 

Tra i bersagli prediletti di Meloni c’è da tempo anche lo scrittore Roberto Saviano, noto in tutto il mondo per le sue opere contro la criminalità organizzata – come Gomorra – che peraltro lo hanno reso oggetto di minacce di morte da parte dei clan della camorra. Nonostante lei stessa lo abbia spesso attaccato verbalmente, la premier ha portato a processo Saviano per diffamazione perché, nel criticarla, la aveva definita “bastarda”; così un anno fa lo scrittore ha dovuto pagare una multa di mille euro. “Ho ritenuto questo processo una intimidazione”, ha detto Saviano. Nel 2023 il suo programma televisivo è stato cancellato dalla programmazione della RAI. Nel 2024 Saviano è stato escluso dal programma italiano della Buchmesse, la fiera del libro di Francoforte. Le case editrici tedesche sono corse a invitarlo a nome loro, mentre il governo italiano – tramite il commissario nominato dall’esecutivo per la partecipazione italiana alla fiera, Mauro Mazza – dichiarava: “Saviano nel programma non c’è perché non è stato invitato, per dare voce a chi finora non l’ha avuta”; una frase che mostra bene come il mito dell’underdog sia utilizzato al fine di silenziare le voci critiche.  

Libertà di stampa sotto pressione  

Saviano non è l’unico intellettuale a essere stato querelato dalla premier. Tra gli obiettivi degli attacchi ci sono anche giornalisti e giornali; il quotidiano Domani1 è stato bersagliato costantemente. Iniziative legali e annunci di azioni sono stati avviati da ministri, sottosegretari, dal capo di gabinetto della premier; pendeva anche una querela di Meloni stessa, ritirata di recente, dopo che pure la Commissione Europea ha posto l’attenzione sul pluralismo a rischio in Italia. I membri del governo – Meloni per prima, in più di un comizio –  hanno attaccato anche verbalmente Domani

“La testata italiana Domani ha dovuto fronteggiare attacchi di vario tipo, che vanno dagli avvisi e cause legali, alle aggressioni verbali, passando per i presunti tentativi di minare la confidenzialità delle fonti giornalistiche. Nella maggior parte dei casi, questi episodi sono stati innescati da politici e funzionari pubblici”: questa dichiarazione è contenuta nel report ”Silencing the fourth estate: Italy’s democratic drift” (Silenziare il quarto stato: la democrazia in bilico in Italia). Il dossier condensa le conclusioni tratte durante la missione urgente svolta in Italia a maggio 2024 dal Media Freedom Rapid Response.2 Nessun membro del governo, né della maggioranza di governo, ha voluto incontrare la missione; ma quando le conclusioni sono state pubblicate, gli outlet mediatici di estrema destra hanno rilanciato i nomi dei giornalisti consultati dai membri della missione come testimoni, esponendoli all’opinione pubblica come “i giornalisti anti Meloni”. 

“Da quando il governo guidato da Meloni è entrato in carica, la libertà dei media in Italia è stata sottoposta a una crescente pressione, con attacchi senza precedenti e violazioni della libertà di stampa spesso intraprese da esponenti politici nel tentativo di marginalizzare e silenziare le voci critiche”, scrive sempre il MFRR. La missione ha rilevato anche “una impennata del numero di allerte”: da ottobre 2022 a giugno 2024 ne ha riscontrate 193, mentre nei 22 mesi precedenti erano state 75. L’intensità delle allerte sulla libertà dei media è quasi triplicata da quando Meloni è al governo. Anche la natura di queste allerte è allarmante: ‘Ben 54 delle 193 allerte sono innescate da iniziative di governo o autorità pubbliche’. 

L’attacco alla libertà dei media da parte del governo Meloni è ormai certificato da svariati report, dalla Federazione europea dei giornalisti e dalle più autorevoli organizzazioni per la libertà di stampa. È un crescendo di allerte: nel World Press Freedom Index 2024 di Reporters without borders l’Italia è retrocessa di cinque posizioni rispetto all’anno precedente nella classifica della libertà di stampa, finendo nelle “zone problematiche” insieme a Polonia, Ungheria, Grecia e Bulgaria.  

A giugno il Monitor sul pluralismo, che è un punto di riferimento per la relazione annuale sullo stato di diritto della Commissione Ue, ha certificato le tendenze preoccupanti su svariati fronti, dalle querele bavaglio del governo alla colonizzazione del servizio pubblico. In termini di protezione fondamentale della libertà dei media, l’Italia è passata da rischio lieve a medio. A luglio, quando la relazione della Commissione è stata pubblicata, la premier ha reagito attaccando i giornali da lei ritenuti nemici.  

Meloni usa uno schema ricorrente: è intollerante alle domande e alle critiche, attacca frontalmente giornalisti e testate, poi presenta le vittime (i giornalisti bersagliati) come aggressori (nemici della patria o agenti malevoli della politica). L’opera di delegittimazione avviene anche ai danni dei reporter del servizio pubblico: la premier ha screditato i giornalisti RAI autori di inchieste sull’Albania governata dal suo alleato Edi Rama, presentandoli come agenti malevoli della politica. Ed era al fianco di Rama quando lui in conferenza stampa ha attaccato i giornalisti italiani.  

Dio, patria, famiglia e imprese 

Quale tipo di modello culturale emerge da questo tentativo di silenziare il dissenso?  

Se si resta in superficie, si troverà la solita propaganda identitaria, con il culto del leader, la retorica sulla natalità, la famiglia tradizionale cristiana, la guerra ai diritti LGBTQIA+; il tutto condito da qualche riferimento pop. Ad esempio la passione della premier per J.R.R.Tolkien è talmente nota che Mateusz Morawiecki, quando ancora era il premier polacco, a Varsavia la ha portata in un caffè a tema Il signore degli anelli. E per compiacere la premier, Sangiuliano aveva iniziato il suo ciclo da ministro ideando e inaugurando proprio una mostra su Tolkien. Ci sono poi i riferimenti alla pop culture lanciati da Meloni in pasto alla platea dell’Atlantic Council, durante la premiazione che la ha riguardata questo autunno: “Il mio insegnante di inglese era Michael Jackson”.  

Ma questa è appunto la superficie. Se si guarda in profondità, si vedrà che il modello culturale meloniano altro non è che un modello reazionario in chiave neoliberista. Lo si vede bene dal modo di declinare i temi ambientalisti. Meloni sa che il tema non può essere schivato, e quindi usa la bandiera dell’“ecologismo conservatore” per rubare questo campo alla sinistra. Il suo partito attacca Fridays for Future e l’ambientalismo, e intanto contrappone a essi l’“ecologismo” come difesa del territorio.  

La premier fa riferimento a figure come il filosofo conservatore britannico Roger Scruton, citato pure nel discorso di insediamento. L’armamentario ideologico meloniano è quello di un tempo: Dio, patria e famiglia. L’ambiente è “il creato”, l’ecologia è difesa del suolo patrio. Come mostrano le posizioni assunte in Ue, più che il clima, Fratelli d’Italia difende in realtà combustibili fossili e imprese. Dietro il volontarismo e l’approccio locale, che Scruton delineava nella sua strategia “conservatrice”, c’è l’idea che nessuna iniziativa dall’alto debba mettere un freno alle attività predatorie dell’uomo e del mercato. Si comincia dalla difesa della caccia e si arriva fino all’eliminazione di ogni briglia e di ogni tassa alle imprese inquinanti. Ecco cosa intende Meloni quando dice: “Vogliamo difendere la natura, ma con l’uomo dentro”. Dio, patria, famiglia, ma soprattutto: business first.  

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