Il cibo e gli agricoltori sono diventati gli emblemi di una guerra culturale condotta dalla destra populista nell’Unione Europea e negli Stati Uniti contro le politiche climatiche. Le proteine alternative, come gli insetti e la carne coltivata in laboratorio, in particolare, sono considerate una minaccia esistenziale per gli stili di vita tradizionali, la mascolinità e la civiltà. Per respingere efficacemente questi timori come ridicoli, dobbiamo prendere sul serio le insicurezze economiche ed ecologiche che li sottendono.

L’ampiezza delle proteste degli agricoltori che hanno attraversato l’Europa nella prima metà del 2024 ha portato molti commentatori a parlare di un diffuso risentimento nei confronti delle politiche dell’Unione europea (Ue) ideate per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. La destra populista è stata tra le principali forze che hanno alimentato questo risentimento. Sfruttando il malcontento per le politiche sostenibili, spingendosi ben oltre le rivendicazioni specifiche avanzate dagli agricoltori in protesta, la destra ha portato avanti una serie di critiche pesanti nei confronti dell’agenda climatica dell’Ue. Uno studio pubblicato dallo European Council on Foreign Relations a maggio del 2024 – un mese prima delle elezioni del Parlamento europeo – ha evidenziato come la destra abbia saputo sfruttare l’aumento del costo della vita in tutta l’Ue in modo molto e,cace per rappresentare l’agenda climatica della Commissione come l’ultimo sopruso di un complotto internazionalista sui governi degli Stati membri. La destra ha indicato i cittadini e i loro stili di vita come bersagli di questo complotto; gli agricoltori, e in particolare il cibo, ne sono diventati gli emblemi.

Infatti, mentre la Commissione faceva marcia indietro sui piani per dimezzare l’uso dei pesticidi e per ridurre le emissioni legate all’agricoltura in risposta alle proteste, il fulcro della contesa politica si spostava dai sussidi all’agricoltura a campi di battaglia più simbolici: in gioco non c’era solo la minaccia della scomparsa delle attività agricole ma anche quella del “cibo normale”. Tra gli effetti dei piani malevoli del Green Deal, la destra populista paventava la scomparsa del cibo tradizionale assieme a quella degli allevatori e agricoltori.

Le elezioni europee del giugno 2024 sono così diventate una piattaforma della destra populista per lanciare l’allarme su un’imminente fne del “cibo normale”: un vero e proprio “incubo in cui la frittura di insetti aveva sostituito quella di pesce” e “la carne Frankenstein” (cioè, la carne coltivata in laboratorio) sarebbe stata imposta dalle multinazionali avide di proftti alle spalle degli ignari cittadini.

La battaglia contro la carne coltivata in laboratorio e la commercializzazione di insetti commestibili si è così inserita in una più ampia protesta contro le proposte della Commissione in materia di clima. Janusz Wojciechowski, commissario europeo all’Agricoltura dal 2019 al 2024, è intervenuto per rimuovere dagli obiettivi climatici dell’Unione europea il riferimento alla promozione di un “consumo diversificato di proteine”, cioè un consumo fatto anche di proteine alternative alla carne. L’Italia ha fatto da apripista nei dibattiti sulle proteine alternative, diventando il primo Paese a vietare nel 2023 la produzione e la vendita di carne coltivata. Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare del governo Meloni, ne ha parlato come una questione ben più grave di una semplice preoccupazione legata alla salute dei consumatori: le fonti proteiche alternative rappresentano, secondo il Ministro, una minaccia per la cultura e la civiltà italiane. Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, il principale sindacato degli agricoltori italiani, ha sostenuto con forza una posizione analoga in diversi contesti istituzionali dell’Ue affermando che “le bugie della carne in provetta provano che dietro i ripetuti e infondati allarmismi sulla carne rossa c’è una precisa strategia delle multinazionali che con abili operazioni di marketing puntano a modificare stili alimentari naturali fondati sulla qualità e la tradizione”.

La carne “Frankenstein” – come l’ha chiamata la Coldiretti (ibidem) – e altre presunte mostruosità come gli insetti hanno occupato il centro della scena nei dibattiti politici in tutta l’Ue, spostando di fatto la discussione dalle proposte di politiche vere e proprie verso scenari immaginari e simbolici dal grande impatto emotivo. Emblematica in questo senso è stata l’iniziativa italiana di vietare la carne coltivata ben prima che iniziasse il processo di approvazione da parte dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare.

Icone di una guerra culturale

La carne “Frankenstein” e gli insetti sono stati trasformati in icone di una guerra culturale – non solo nell’Ue, ma anche oltreoceano – con le forze della destra populista europea e statunitense che, in questa battaglia, si sono ispirate a vicenda. Si tratta di un conflitto in cui l’antagonista è per lo più frutto dell’immaginazione, ma le cui conseguenze sono molto reali. Se si vuole portare avanti una politica climatica europea efficace, queste guerre culturali vanno prese molto sul serio.

“Non mangiamo più bacon”, ha dichiarato Donald Trump lanciando la sua campagna presidenziale la scorsa estate. Al contempo, diversi stati del Sud degli USA, guidati dal governatore della Florida Ron DeSantis, non solo vietavano, ma addirittura criminalizzavano la produzione e la vendita della carne coltivata in laboratorio. Firmando la legge, DeSantis ha annunciato: “la Florida sta rispondendo al piano delle élite globali per costringere il mondo a mangiare carne coltivata in provetta e insetti […] per raggiungere i loro obiettivi autoritari”. La carne coltivata è così diventata l’ultimo fronte della più ampia guerra culturale oggi in atto negli Stati Uniti.

Sarebbe troppo facile sminuire le narrazioni sulle élite globali che impongono “cibo mostruoso” agli ignari consumatori come se fossero dei semplici slogan “acchiappaclic” messi in circolo dai politici populisti di destra che hanno costruito le proprie carriere su dichiarazioni estreme. La paura del cibo “anormale” si inserisce in un più ampio quadro accusatorio usato spesso dai leader populisti; vale a dire, l’accusa per cui le élite vogliono imporre una serie di misure ingiuste e pratiche “innaturali” alla cosiddetta gente comune, tutto nel nome della “pazzia” rappresentata dal Green Deal.

Il richiamo ad opporsi ai complotti delle élite globali e ai loro referenti simbolici – come la carne coltivata appunto – si fondano su un più ampio insieme di ansie sentite dall’opinione pubblica statunitense ed europea, in modo molto simile a come il velo islamico è diventato un’icona di altrettante ansie. Come ha sostenuto l’antropologo francese Emmanuel Terray nel suo saggio del 2004 sulla “psicosi del velo”:

Quando una comunità non riesce a trovare in sé stessa i mezzi o l’energia per affrontare un problema che mette in discussione, se non la sua esistenza, quantomeno il suo modo di essere e la propria immagine di sé, questa comunità può essere tentata di adottare una singolare strategia difensiva. Sostituirà a un problema reale, che considera insormontabile, uno fittizio, che può essere affrontato unicamente attraverso parole e simboli. Affrontando quest’ultimo problema, la comunità può convincersi di aver affrontato con successo anche il primo.

Il saggio di Terray metteva in luce come il velo avesse incorporato una ben più ampia “politica della paura” in Francia. Lo spettro degli insetti che sostituiscono la carne “normale” sembra aver assunto una funzione di “feticcio” simile a quella del velo islamic, non più nel dibattito pubblico sulle migrazioni ma in quello sulle politiche climatiche. Questa volta, infatti, il problema non riguarda la presenza “aliena” dei migranti nelle società occidentali, ma la presunta sostituzione degli alimenti “normali” e “tradizionali” con cibo “alieno” come gli insetti.

Cibi da temere

Come possiamo, allora, dare un senso politico al “feticcio” degli insetti? In che modo possiamo dare un senso ai processi attraverso i quali, per citare Rachel Pain e Susan Smith “le insicurezze globali si infiltrano strisciando nella vita quotidiana”?

Le metafore dello strisciare e dell’intrinsecarsi – particolarmente appropriate qui visto che parliamo di insetti che, tutto d’un tratto, potrebbero comparire all’improvviso nei nostri piatti – ci permettono di iniziare a comprendere come le più ampie paure legate a un mondo in rapida trasformazione vengano interpretate dalle persone e vadano ad influenzarne la vita quotidiana. E soprattutto, ci aiutano a capire come queste paure vengano tradotte in corpi e oggetti da temere.

Come sottolineano recenti studi di geografa culturale e politica sulla geopolitica affettiva, oggetti specifici – proprio come corpi specifici – sono fondamentali per comprendere le dinamiche delle politiche del risentimento populista. Proprio come i corpi dei migranti, diventati simboli dell’alterità e percepiti come “fuori luogo” nei discorsi della destra populista, anche gli oggetti possono assumere una funzione simile, “agendo come esche per le emozioni”. Emozioni come la paura e la rabbia “aderiscono” agli oggetti così come “aderiscono” ai corpi; o, più precisamente, vengono “fatte aderire” come sostiene la studiosa femminista Sara Ahmed da oltre due decenni. Descrivendo le “economie affettive” che determinano a cosa e a chi – a quali oggetti, a quali corpi – certi sentimenti vengono associati, Ahmed spiega in modo convincente come “le emozioni si accumulino nel tempo, assumendo la forma di un valore affettivo”.

La carne coltivata in laboratorio e gli insetti sono contenitori ideali, al contempo simbolici e materiali, per le paure e le ansie alimentate dalla destra populista in Europa e negli Stati Uniti. Le paure legate a futuri incerti – riguardo l’economia e l’ambiente – vengono fatte aderire al cibo, la sostanza fondamentale di cui tutti abbiamo bisogno per sopravvivere. Il cibo è forse ciò di più intimo e quotidiano con cui interagiamo: entra a far parte dei nostri corpi non solo per darci energia e contribuire alla nostra salute, ma anche per nutrire la nostra identità, ancorandoci a comunità di appartenenza, a culture, a tradizioni locali e nazionali. La carne, in particolare, ha a lungo incorporato politiche tradizionali e maschili. Lo spettro della sostituzione della carne “normale” con gli insetti o con la carne “Frankenstein” – che, nella retorica della destra populista, rappresenta le ideologie ambientali woke8 delle élite urbane (i soy boys9 derisi dai sostenitori di Trump) – scatena pertanto una reazione letteralmente viscerale: la sostituzione della carne diventa il simbolo della sostituzione delle persone “normali”, cioè quelle che, ci ricorda Donald Trump, negli Stati Uniti “mangiano bacon”.

Il cibo è, infatti, profondamente viscerale: provoca reazioni affettive come il piacere e il disgusto che vanno ben oltre la razionalità. Gli insetti suscitano reazioni altrettanto viscerali: mentre una farfalla è splendida, un verme è ripugnante. Soprattutto in Occidente, gli insetti sono stati a lungo rappresentati come esseri pericolosi, contagiosi, disgustosi e “altri fuori luogo” che, “naturalmente”, non possono essere parte della “nostra” alimentazione – implicano i discorsi della destra populista.

Come ricorda Heidi Kosonen, “il disgusto potrebbe essere la più viscerale tra le emozioni umane di base, perché è stato associato ai meccanismi di difesa dell’essere umano. [Il disgusto] può proteggere gli organismi da minacce alla loro esistenza, come il cibo avariato, gli animali velenosi […] o le malattie infettive”. Kosonen aggiunge inoltre che “il disgusto è stato [anche] associato a diversi tipi di differenziazioni simboliche tra ‘sé’ e il ‘mondo’, tra ‘noi’ e ‘gli altri’” (ibidem).

L’insetto diventato cibo viene così facilmente evocato, sia in Europa che negli Stati Uniti, come il perfetto “altro indigesto”. In questo modo, la politica viscerale del disgusto si intreccia facilmente a teorie del complotto più ampie, proprio com’è accaduto con il presunto complotto per costringerci tutti a mangiare insetti.

Scrivendo sul potere dell’immaginazione complottista, l’antropologo francese Didier Fassin ha affermato: “le teorie del complotto non appartengono soltanto al regno delle visioni distorte della realtà. Sono anche indicatori delle relazioni sociali, delle tensioni politiche, delle inquietudini culturali e dei disagi morali”. In quanto tali, sono delle forme di discorso politico e vanno analizzate di conseguenza.

La strumentalizzazione delle difficoltà degli agricoltori

Esaminare in modo critico la paura degli insetti edibili significa, allora, prendere sul serio le più ampie paure legate all’impoverimento delle persone e alle crescenti incertezze in un mondo colpito da crisi molteplici, inclusa la crisi ambientale. Significa inoltre prendere sul serio anche il disagio che molti cittadini provano di fronte ai dettami ideati dalle “élite ambientaliste” per risolvere queste crisi. Significa anche considerare con attenzione non solo le ecologie politiche della transizione verde, ma anche le sue economie politiche e affettive. Alla destra populista che afferma che la sostituzione della carne con surrogati “mostruosi” è un complotto orchestrato dalle istituzioni delle élite della governance globale (come il World Economic Forum, la COP28 o la Commissione europea) per cancellare gli stili di vita e le tradizioni della “gente normale”, dobbiamo offrire risposte migliori, anziché limitarci a sminuire queste affermazioni deridendole come teorie del complotto.

Dovremmo, innanzitutto, riconoscere che le politiche economiche della transizione verde produrranno delle ingiustizie, andando ad incidere in modo molto diverso sulle attività delle aziende agricole e sugli stili di vita dei consumatori. Tuttavia, questo non basta. Come scrivono i ricercatori Edoardo Campanella e Robert Lawrence nella loro analisi del greenlash13 in Europa e negli Stati Uniti, anche gli incentivi economici da soli non basteranno per mitigare queste ingiustizie: “[P]iuttosto che presentare la transizione verde come un problema tecnico da risolvere con soluzioni tecnocratiche, coloro che promuovono le politiche climatiche devono costruire narrazioni più coinvolgenti, sottolineando come il riscaldamento globale metta a rischio gli stili di vita tradizionali, la salute delle persone e i luoghi in cui vivono”. Come possiamo allora creare narrazioni più e,caci e coinvolgenti e proporre alternative che parlino anch’esse al cuore e alla pancia delle persone?

Le disposizioni del Green Deal europeo sono tutt’altro che prive di problemi. Dopo decenni in cui la Politica Agricola Comune (PAC) ha sostenuto fnanziariamente sistemi agricoli intensivi, industriali e su larga scala, ora l’Unione europea sta cercando di attenuarne gli impatti ambientali. Eppure, ancora una volta, ci si dimentica dei piccoli agricoltori e del loro ruolo fondamentale nel sostenere un’agricoltura e un allevamento estensivi e rigenerativi. È infatti probabile che la strategia “Farm to Fork” avrà impatti economici negativi su molti agricoltori.

L’enfasi retorica della destra populista sulla “fine della carne” ha ben poco a che vedere con i veri problemi e gli interessi degli agricoltori europei (o statunitensi, del resto). Infatti, nella guerra culturale contro la carne coltivata e gli insetti, le vite e le proteste degli agricoltori (si veda Dansero, 2024) sono fondamentalmente strumentalizzate al servizio delle agende politiche della destra populista.

La risata come forma di intervento político

Il numero autunnale del 2024 della rivista statunitense Range, specializzata in allevamento, ha dedicato la sua storia di copertina a quello che viene presentato come un attacco globale contro agricoltori e l’alimentazione tradizionale, individuando un fronte comune di resistenza nelle esperienze condivise di agricoltori statunitensi, brasiliani e olandesi. Come si legge nella conclusione dell’articolo: “non si tratta solo di bistecche. In gioco ci sono letteralmente il futuro dell’umanità e della libertà”. Un’affermazione non priva di fondamento – ma non nel senso inteso dalla retorica populista.

Di nuovo, come possiamo creare un repertorio diverso di simboli e narrazioni in grado di motivare i cittadini in un momento di profonda sfiducia, non solo nella scienza, ma in tutte le istituzioni percepite come “élite”, in un contesto in cui molti si sentono impotenti di fronte al cambiamento climatico – o addirittura lo negano apertamente? Tra coloro che già fanno fatica a “portare a casa la pagnotta”, l’imposizione di ulteriori sacrifici – tramite misure legislative o richiami moralistici alla “responsabilità” – in nome di future e ipotetiche “ricompense ecologiche sostenibili”, è destinata a suscitare rabbia e resistenza.

Piuttosto che alimentare le paure profonde delle persone, forse dovremmo cercare di alimentare altre reazioni altrettanto viscerali ma positive come la risata, il piacere e la gioia. La risata, proprio come il disgusto, è una delle emozioni più viscerali che proviamo. Questa può essere anche una forma estremamente potente di “intervento politico non razionale”, come hanno sostenuto i geografici Ian Cook e Tara Woodyer. La risata

è un modo per prendere coscienza delle ambiguità etiche e dei paradossi con cui conviviamo, senza esserne paralizzati. [È anche un modo] per riconoscere e negoziare la nostra stessa complicità nei più ampi processi economici e politici e nelle relazioni di sfruttamento […] per esprimere allo stesso tempo fascinazione e inquietudine, piacere e disorientamento, e per essere critici, ma anche pieni di speranza (ibidem).

La strategia più efficace potrebbe allora essere, letteralmente, quella del riderci su – liquidare il feticcio degli insetti come qualcosa di ridicolo ma, al contempo, proporre altre narrative fondate sul riconoscimento della bellezza e del piacere che il cibo “vero” sa offrire, senza dimenticare il ruolo fondamentale di coloro che lo producono