Uscire dalla pandemia, voltare pagina dopo anni di stagnazione e introdurre il clima come priorità politica: il compito del nuovo governo italiano non sarà per nulla facile. L’arrivo di Mario Draghi come premier ha rovesciato le dinamiche della politica italiana, ma le questioni più difficili devono ancora arrivare. Luca Misculin spiega le sfide che il governo Draghi affronterà, da un modello di sviluppo da ripensare a una coalizione composta da avversari da tenere a bada.

Negli ultimi due anni il mestiere di raccontare la politica italiana è diventato quasi impossibile. Dalle elezioni politiche del 2018 a oggi sono avvenuti così tanti colpi di scena che azzardare previsioni o descrivere scenari è ormai rarissimo: la brutta figura è dietro l’angolo.

Basta rivolgere uno sguardo superficiale al terzo governo in tre anni di legislatura, che a metà febbraio ha ricevuto la fiducia delle due camere. Il Parlamento più euroscettico eletto nella storia italiana, in cui Lega e Movimento 5 Stelle hanno ottenuto complessivamente il 50 per cento dei voti, ha appena deciso di sostenere a larghissima maggioranza un governo guidato dall’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. Il Movimento 5 Stelle, nato all’apice della carriera di Silvio Berlusconi per rappresentare le frustrazioni contro le élite nazionali e i suoi governi, si trova oggi nella stessa maggioranza. I due partiti che alle prossime elezioni politiche guideranno verosimilmente le coalizioni di centrosinistra e centrodestra, Partito Democratico e Lega, si sono appena impegnati a governare il paese insieme.

Lo spaesamento non riguarda solo le persone che per lavoro raccontano la politica o se ne occupano tutto il giorno. Prima che fosse costretto alle dimissioni dalle mosse di Matteo Renzi, l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte era il politico di gran lunga più apprezzato secondo i sondaggi. Oggi nelle stesse classifica è stato sostituito dal suo successore Mario Draghi con percentuali analoghe.

L’impressione è che fra le convulsioni delle ultime settimane sia iniziata una fase nuova che nessuno riesce ancora a comprendere appieno, l’ennesimo cambio delle carte in tavola per un paese che non si è mai ripreso davvero dai postumi della crisi economica sperimentata fra 2008 e 2011. Per il momento l’arrivo di Draghi – «l’uomo della Provvidenza», come lo ha definito l’influente analista politico Alessandro De Angelis – ha spiazzato l’elettorato, i giornalisti e gli stessi protagonisti della politica: ma in pochi dubitano che sarà indolore. Almeno per questi ultimi, che nei prossimi mesi saranno messi di fronte a scelta difficili.

La solidità del nuovo governo Draghi passa soprattutto dalla Lega, il partito che lo ha più criticato negli scorsi anni ma che vuole ritagliarsi un nuovo spazio politico come partito nazionale e moderato, naturale interlocutore del Partito Popolare Europeo dopo la progressiva scomparsa di Forza Italia, che ormai ha i giorni contati. La nuova veste si addice poco a Matteo Salvini, anche letteralmente: era abituato ai comizi in felpa e cappellino nelle piazze dei paesi, oggi è costretto nella giacca e cravatta richiesta ai leader della maggioranza di governo. Ma qualcosa doveva pure inventarsi, dopo che il suo partito aveva perso dieci punti in un anno e la sua leadership stava dando segni di logoramento. «Noi non sollecitiamo nessuno ad entrare», dice una fonte del gruppo del PPE al Parlamento Europeo: «e non prenderemo in considerazione la cosa finché non sarà la Lega a chiedercelo». Li aspettano al varco, insomma.

Nel Movimento 5 Stelle stanno invece emergendo le crepe che erano state temporaneamente nascoste dal sostegno unitario a Conte, che era stato espresso proprio dal Movimento. Il divario fra l’ala moderata e governista e quella radicale si è allargato a tal punto che ormai esistono due Movimenti distinti, col primo temporaneamente al governo e quindi ben posizionato per far valere le proprie istanze, e il secondo che guadagnerà maggiore appeal mano a mano che si avvicinerà il giorno delle elezioni. Ma una generale reinvenzione sarà necessaria: in Europa i partiti populisti “puri” nati dopo la crisi finanziaria sono scomparsi o hanno lasciato spazio ad altre esperienze, e il Movimento 5 Stelle deve decidere cosa fare da grande. Non è chiaro se la scelta di Conte come nuovo leader, compiuta di recente, porterà in una direzione oppure in un’altra, dato che l’ex presidente del Consiglio ha buoni rapporti con entrambe le ali del partito.

I partiti populisti “puri” nati dopo la crisi finanziaria sono scomparsi o hanno lasciato spazio ad altre esperienze, e il Movimento 5 Stelle deve decidere cosa fare da grande.

Anche il Partito Democratico dovrà trovare per forza una nuova identità. Nel governo Conte i temi che aveva messo in agenda all’inizio del mandato – cittadinanza per i minori stranieri nati in Italia e legge sul salario minimo – sono stati completamente oscurati dalla battaglia del Movimento 5 Stelle sulla riduzione del numero dei parlamentari e successivamente messi in secondo piano dalla pandemia da coronavirus. Il gruppo dirigente attorno al segretario Nicola Zingaretti però ha investito molto sulla politica della “romanizzazione dei barbari”, cioè del progressivo avvicinamento al Movimento 5 Stelle nel tentativo di inglobarli nell’alleanza di centrosinistra, e guadagnare competitività in vista delle prossime elezioni. Ma in molti, dentro e fuori dal partito, ritengono che la strategia sia dettata da un bieco calcolo politico privo di contenuti, e che per ritrovare se stesso il PD abbia bisogno di trovare nuove priorità e leader più freschi (Zingaretti fa parte dell’ultima generazione di dirigenti che si formarono nel Partito Comunista Italiano).

Ma se le scelte dei partiti diventeranno evidenti solo nei prossimi mesi o nei prossimi anni, la nomina di Draghi ha portato comunque dei punti fermi. Il primo ha a che fare con la comunicazione.

«Noi comunichiamo quello che facciamo. Non abbiamo fatto ancora niente e non comunichiamo niente», avrebbe detto Draghi ad alcuni collaboratori nei giorni immediatamente successivi alla propria nomina, secondo il Corriere della Sera. In un mondo come quello della politica italiana in cui comunicatori politici e addetti stampa sono dei personaggi a pieno titolo nel dibattito pubblico e i cronisti politici occupano spesso le prime dieci pagine dei principali italiani, l’intenzione di Draghi di introdurre una certa sobrietà appare coraggiosa. Il nuovo presidente del Consiglio l’ha certificata con la nomina di una portavoce come Paola Ansuini, ex responsabile delle comunicazioni alla Banca d’Italia.

Anche nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, tenuto il 17 febbraio al Senato e durato 52 minuti, Draghi ha parlato con frasi secche e povere di aggettivi, avverbi, subordinate. Una rivoluzione rispetto al suo predecessore, un avvocato e professore universitario che parlava nell’italiano barocco tipico della classe dirigente del Novecento, formata sulla retorica dei pensatori latini. 

Ma nel discorso in cui ha chiesto la fiducia al Senato il tema più ricorrente è stato l’ambiente, fra la sorpresa di parlamentari e commentatori. Draghi ha indicato il cambiamento climatico come la prossima grande sfida che dovrà affrontare l’umanità dopo la pandemia: «Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo?», si è chiesto Draghi in uno dei passaggi più sentiti dell’intero discorso: «Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di dodici mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così. Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livello dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili».

Il tema della salvaguardia dell’ambiente è entrato così in maniera fragorosa nell’aula del Senato, dove in precedenza veniva nominato soltanto di passaggio, come un cenno obbligato e di poco conto. Nessun presidente del Consiglio, prima di Draghi, aveva dato così tanta concretezza al tema – il passaggio sul mare che si mangerà la terra non può non risuonare nel paese di Venezia – parlandone con cognizione di causa.

L’Italia, peraltro, avrebbe bisogno da anni di una strategia nuova sulla transizione verso un’economia più sostenibile: tutte le principali crisi aziendali irrisolte sono legate a vecchi modelli di sviluppo – l’acciaieria ILVA, in Puglia, e le miniere di carbone in Sardegna – mentre le città italiane sono ai primi posti in Europa per morti da inquinamento atmosferico secondo la recente classifica pubblicata da The Lancet Planetary Health. Cambiare i costumi italiani in così poco tempo, però, sarà molto complicato. Secondo una recente rilevazione del Parlamento Europeo gli italiani sono fra gli europei occidentali meno sensibili alle minacce del cambiamento climatico: nel 2019 solo uno su quattro indicò che combattere il cambiamento climatico doveva essere una delle principali priorità del nuovo Parlamento.

L’Italia, peraltro, avrebbe bisogno da anni di una strategia nuova sulla transizione verso un’economia più sostenibile: tutte le principali crisi aziendali irrisolte sono legate a vecchi modelli di sviluppo.

Nel suo discorso Draghi ha parlato a lungo di scuola e occupazione giovanile, auspicando una riforma degli istituti tecnici che viene invocata ciclicamente dagli esperti, e mai messa in pratica dalla politica. Poi ha sottolineato che mancano ancora moltissimi passaggi per raggiungere la parità di genere nei vari contesti della società italiana: senza però giustificare la sua scelta di scegliere soltanto 8 ministre su 24 componenti del suo governo.

Un altro punto fermo del governo di Draghi, e sulla sua sincerità c’è da esserne certi, sarà la convinta adesione al progetto di integrazione europea. Draghi lo ha fatto capire sia nel suo discorso sia nelle prime conversazioni con collaboratori e ministri: il nuovo governo guarda favorevolmente alla progressiva cessione di sovranità alle istituzioni europee.

Draghi potrebbe averlo detto in pubblico per cautelarsi con la Lega e le sue pulsioni euroscettiche, che come a dirgli: sapevate benissimo a cosa andavate incontro, quando avete deciso di sostenere il mio governo. Ma al contempo potrebbe essere stata una mossa per entrare con maggiore capitale politico nel Consiglio Europeo, e approfittare del vuoto di potere che si creerà nei prossimi mesi, quando Angela Merkel si farà da parte ed Emmanuel Macron sarà impegnato in una lunga e potenzialmente pericolosa campagna elettorale per la rielezione. I più cauti osservano comunque che nei prossimi mesi l’Unione Europea non dovrà prendere scelte complesse dal punto di vista economico – il bilancio pluriennale e il Next Generation EU sono già stati approvati in via definitiva – ma scegliere invece quale forma dare alla propria politica estera, e dare concretezza al corposo dibattito sull’autonomia strategia: tutti temi su cui Draghi non sembra avere una competenza pari alle grandi questioni economiche.

La classe politica che sostiene Draghi è la stessa che ha prodotto anni di governi litigiosi e improduttivi

Ma naturalmente Draghi per non fallire non dovrà limitarsi a scalare le gerarchie del Consiglio Europeo, a impostare nuovi temi nell’agenda politica e comunicare in maniera diversa rispetto ai suoi predecessori. Per mettere in pratica il suo ambizioso programma di riforme sul piano economico, sociale, giudiziario e ambientale e non sprecare i 209 miliardi che arriveranno grazie al Next Generation EU, Draghi avrà bisogno del sostegno della classe politica nazionale e locale, e delle capacità del corpo tecnico e amministrativo dello stato.

È proprio la natura di queste categorie, che in Italia sembrano da decenni impermeabili alle innovazioni che agitano il mondo, che rende preoccupati gli osservatori esterni al governo. La classe politica che sostiene Draghi è la stessa che ha prodotto anni di governi litigiosi e improduttivi, e le cui scelte si basano soprattutto su ragionamenti di consenso a breve termine. I funzionari statali sono fra i più anziani e rigidi in Europa, e da tempo la Commissione Europea se ne lamenta nei canali informali: a tal punto che guarderebbe di buon occhio, conferma una fonte interna alla Commissione, un programma di ricambio e assunzioni mirate finanziato proprio con i fondi del Next Generation EU.

Nessuno di questi passaggi però potrà avvenire nel breve orizzonte temporale che avrà a disposizione Draghi, e anzi ci sono ragioni per credere che i prossimi mesi saranno molto turbolenti per il nuovo presidente del Consiglio.

Alla fine di marzo scadrà il blocco dei licenziamenti deciso dal governo precedente che aveva tenuto a bada la tensione sociale. A giugno o a settembre, ancora non è certo, si voterà nelle principali città italiane fra cui Roma, Milano e Napoli per rinnovare le cariche dei sindaci: le forze che governano insieme a livello nazionale saranno costrette ad attaccarsi nelle campagne elettorali in tutto il paese. Fra un anno, poi, i partiti dovranno eleggere il nuovo presidente della Repubblica che succederà a Sergio Mattarella. La legislatura scadrà nella primavera del 2023, fra poco più di due anni.

Per usare una metafora calcistica che in Italia viene citata spesso, una squadra di dilettanti non potrebbe vincere il campionato di Serie A nemmeno se avesse Lionel Messi in squadra; tanto più se i giocatori litigassero fra di loro. Dalla capacità di Messi-Draghi di alzare la qualità complessiva e migliorare il resto della squadra, aiutandola a tirare fuori le energie migliori, si capiranno realmente le possibilità di vittoria.

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