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Finance and Economy

Perché Joseph Stiglitz si sbaglia

By Guillaume Duval

In occasione dell’uscita del suo libro The Euro : How a Common Currency Threatens the Future of Europe (“L’euro: come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”, W.W. Norton & Co. editore, non tradotto in italiano) Joseph Stiglitz, economista statunitense e “premio Nobel” per l’economia ha scritto molti editoriali (ad esempio sul Financial Times o sul Guardian), dove sostiene la causa di “un’uscita dolce” dall’euro. Stimando per altro che “la fine della moneta unica non significherebbe la fine del progetto europeo”. Una presa di posizione che evidenzia una profonda incomprensione della situazione del vecchio continente.

Come la maggior parte degli economisti statunitensi, Joseph Stiglitz, sin dall’inizio durante gli anni Novanta, si è mostrato critico verso il progetto della moneta unica, principalmente in nome della teoria delle “aree valutarie ottimali”, argomento analizzato all’inizio degli anni Sessanta dal canadese Robert Mundell che gli valse nel 1999 il premio della banca di Svezia in onore di Alfred Nobel, comunemente chiamato “Nobel dell’economia”.

Secondo questa teoria, affinché una zona abbia interesse a dotarsi di una moneta unica, bisogna che riunisca un certo numero di precondizioni, secondo Mundell: forte mobilità dei fattori di produzione (capitale e lavoro), predominanza di crisi simmetriche (concordanza dei cicli economici fra i paesi), esistenza di significativi trasferimenti di bilancio, vicinanza delle preferenze collettive dei cittadini…

Appare evidente che la futura zona euro non rispettava queste condizioni. Ma come spesso accade con gli approcci teorici, nessuna zona probabilmente rispetterà mai dei criteri simili: un’“area valutaria ottimale” non può divenire realtà se non nel caso di una zona che dispone già di una moneta unica da molti decenni…

Lo stesso Robert Mundell non ha mai preso in considerazione il fatto che le sue teorie implicassero che in realtà la moneta unica europea fosse impossibile o non auspicabile: al contrario, l’economista canadese ha sempre sostenuto attivamente questo progetto al quale è stato regolarmente associato sin dagli anni Settanta, nonostante abbia spesso criticato le posizioni prese dai politici tedeschi nel corso di questo processo.

Un elemento di sovranità

In questo contesto, l’elemento più irritante nella riflessione di un economista progressista come Stiglitz, e in questo non è il solo, è l’evidente incomprensione della posta in gioco politica della questione: l’euro è anzitutto uno strumento che permette di segnare la rottura con l’approccio liberale dell’Europa-mercato. Fino ad allora infatti, il mercato unico era caratterizzato non solo dal dumping fiscale e quello sociale, problematiche tuttora esistenti, ma anche dal dumping monetario.

I tentativi di limitarlo con la creazione di sistemi di cambio fissi e aggiustabili tra le valute europee non ha mai funzionato in modo duraturo. L’arrivo dell’euro ha messo fine a questi problemi dotando l’Unione di un elemento essenziale di sovranità: la possibilità di adottare politiche comuni in ambito monetario e di cambio, oltre alla sacrosanta politica della concorrenza.

Joseph Stiglitz ha chiaramente ragione quando sottolinea che le condizioni imposte alla costruzione dell’euro dai trattati di Maastricht del 1992, poi le regole stabilite al momento della sua creazione effettiva nel 1999 fossero profondamente inadatte e abbiano aumentato la gravità della crisi del 2010. D’altronde sono gli stessi concetti che sottolineiamo costantemente noi su Alternatives Economiques da venticinque anni. Tuttavia, gli economisti statunitensi di oggi, la cui autorità mondiale proviene in gran parte dallo status dominante del dollaro, hanno la seccante tendenza a dimenticare quanto la storia dell’unificazione monetaria americana sia stata anch’essa un processo complicato: sono dovuti trascorrere 137 anni dopo l’indipendenza (e una sanguinosa guerra civile) affinché gli Stati Uniti si dotassero nel 1913 di una vera banca centrale. Una storia tumultuosa ricordata in modo accurato da una pubblicazione recente del think tank Bruegel che la confronta con quella ben più corta dell’euro.

Inoltre, Stiglitz sottovaluta chiaramente l’importanza dei cambiamenti già apportati all’architettura della zona euro sin dal periodo della crisi. Egli spiega anzitutto che all’Unione serve un’“unione bancaria comune”. È giusto: era ovviamente uno degli elementi essenziali che mancavano all’inizio e ciò ha causato molti danni e conseguentemente ha alimentato un circolo vizioso tra le difficoltà delle banche e quelle degli stati. Ma quest’unione bancaria è ormai stata creata dal novembre 2014, nonostante non abbia ancora affrontato la prova sul campo e resti molto imperfetta. In particolare, non è ancora dotata di un’assicurazione comune sui depositi, come sottolinea giustamente il nostro “premio Nobel”.

Tabù politici

Stiglitz sostiene che sarebbero anche necessarie “delle regole per limitare le eccedenze commerciali”. E anche su questo ha ragione: l’eccessivo surplus commerciale della Germania è il cuore dei malfunzionamenti della zona euro. Ma queste regole sono già state introdotte nel Six Pack nel 2011, che costituì un forte progresso per l’eurozona, e dunque ciò che al momento manca in particolare è il coraggio politico sufficiente perché la Commissione europea utilizzi tali regole e denunci pubblicamente il surplus tedesco.

Inoltre, secondo Joseph Stiglitz, servirebbero “degli Eurobond o altri meccanismi in grado di gestire i debiti in maniera congiunta”. Certamente, ma anche se viene chiamato diversamente a causa dei tabù politici, il Meccanismo europeo di stabilità, in grado di gestire 700 miliardi di euro di debiti, è un primo passo in quella direzione, insieme ai 300 miliardi di prestiti Juncker. Inoltre, la politica d’acquisto massiccio di debiti degli Stati da parte della Bce sta conducendo di fatto a una rapida condivisione dei debiti europei sul suo bilancio, che porrebbe fine ad alcune questioni complicate.

Stiglitz prosegue dicendo che servirebbe “una politica monetaria che si preoccupi di più di lavoro, crescita e stabilità e non soltanto d’inflazione”. I politici francesi, di destra come di sinistra, hanno costantemente sostenuto l’introduzione dell’euro sin dagli anni Settanta, per recuperare una parte della sovranità monetaria perduta di fatto a causa dell’indebolimento del franco, e per evitare dunque che la politica monetaria europea continuasse ad essere stabilita in maniera unilaterale dalla sola Bundesbank, che si preoccupava soltanto d’inflazione e non di crescita e disoccupazione. Su questo piano, a prescindere da quel che ne dica Joseph Stiglitz, l’euro ha raggiunto i suoi obiettivi.

La Bce s’impegna oggi in una politica monetaria estremamente espansiva: il suo bilancio supera ormai quello della Federal Reserve americana, e sono soprattutto i rappresentanti della Bundesbank al suo interno che criticano questa strategia: due di loro si sono infatti dimessi dal board nel 2011. Ma sin da prima della crisi, il principale rimprovero che si può indirizzare alla Bce per quel che riguarda il periodo 1999-2008 è di aver condotto una politica monetaria troppo espansiva, che ha alimentato delle bolle speculative in tutta l’Europa del sud.

Scoppiati dal ridere

Tutti questi cambiamenti sono stati apportati sull’orlo del precipizio all’insegna del “troppo poco, troppo tardi”, prolungando così la crisi dell’eurozona. Ma se all’inizio del 2010 avessimo detto ad Angela Merkel e Wolfgang Schäuble che, durante i cinque anni seguenti, si sarebbe creato un fondo dotato di 700 miliardi di euro per aiutare i paesi in crisi, che si sarebbe realizzata un’unione bancaria e che la Bce avrebbe cominciato ad acquistare in modo massiccio i titoli di debito privati e pubblici, non sappiamo se sarebbero scoppiati dal ridere o dalla rabbia, ma all’epoca erano sicuramente convinti che nulla di tutto ciò sarebbe mai stato realtà…. In pratica, la cosiddetta clausola di no bail out, ovvero il cuore del Trattato di Maastricht che vietava qualsiasi solidarietà verso gli stati in difficoltà economica, non vale più.

In compenso, Joseph Stiglitz sottolinea giustamente la persistente mancanza di politiche industriali, così come l’orientamento ancora strutturalmente restrittivo delle politiche di bilancio. Questi elementi costituiscono in effetti il nodo dei problemi che continuano ad impedire all’economia della zona euro di raddrizzarsi stabilmente. E dal punto di vista politico questo nodo appare ancora difficile da sciogliere. In ambito francese, risulta particolarmente spiacevole che il quinquennio di François Hollande sia stato ampiamente inutile su questi argomenti. È chiaro che il successo era difficile da raggiungere, ma Hollande non ha nemmeno provato a sbloccare la situazione.

È però soprattutto quando giunge alle conclusioni rispetto a tali insufficienze e persistenti difficoltà politiche che il nostro “premio Nobel” si sbaglia maggiormente. Secondo lui, tenendo conto dell’incapacità degli europei di progredire in maniera sufficientemente rapida su questi temi, sarebbe meglio creare le condizioni per “una transizione dolce per uscire dall’euro e dirigersi verso un potenziale sistema di euro flessibile”. Poiché a suo avviso “la fine della moneta unica non comporterebbe la fine del progetto europeo”. Una sfida estremamente rischiosa.

Anzitutto, non è chiaro come l’uscita dall’euro potrebbe aiutare un qualsiasi paese della zona. Quest’ultimo vedrebbe infatti i tassi d’interesse ai quali prende a prestito il denaro salire immediatamente alle stelle. E la questione si porrebbe subito a causa dei debiti accumulati verso il resto del mondo: se l’ipotetico paese dovesse mantenere il loro valore in euro malgrado il deprezzamento della nuova moneta nazionale, il loro peso risulterebbe ancor più pesante di prima; se invece dovesse decidere di annullarne unilateralmente almeno una parte, sarebbe escluso dai mercati internazionali per un lungo periodo. In ogni caso, per molti anni subirebbe un’austerità sproporzionata in relazione a quella (stupidamente) imposta dalla Troika.

Anche la Grecia, ovvero il paese che avrebbe indiscutibilmente meno da perdere ad abbandonare l’euro, ha rinunciato a intraprendere quella strada. E non per un atto di forza della sua classe dirigente, ma sotto la forte pressione della sua opinione pubblica: chi dà un consiglio non paga mai le conseguenze del consiglio stesso e l’uomo della strada ad Atene preferisce avere in tasca degli euro piuttosto che delle dracme, nonostante ciò che sostiene Stiglitz, che coi suoi dollari non ha certo simili preoccupazioni.

Premura commovente

Per quanto riguarda l’idea di un’uscita indolore dall’euro che non rimetta in discussione la costruzione europea, essa ricade nella più estrosa fantascienza. Se alcuni paesi dovessero lasciare l’euro, lo farebbero chiaramente per riguadagnare “competitività” in relazione ai loro vicini. Ovvero di dargli del filo da torcere sottraendogli fette di mercato per l’esportazione e attirando le imprese grazie a un abbassamento dei costi del lavoro in seguito alla svalutazione della loro nuova moneta nei confronti dell’ex euro. Andando al contempo a ridurre il proprio consumo interno in conseguenza della perdita di potere d’acquisto della popolazione, causata dalla stessa svalutazione.

In altre parole, un processo simile non può che sfociare in un ulteriore aggravamento della guerra economica del tutti contro tutti all’interno dell’Unione. In realtà, non esistono altre possibili strategie d’uscita dall’euro se non quella invocata da Marine Le Pen come mezzo per rimettere in discussione l’integrazione europea stessa e per far ripiombare il vecchio continente nei tormenti del suo passato. Nonostante tutti gli allegri spiriti che, come Joseph Stiglitz, vogliono spingerli in questa direzione, i popoli europei non si sbagliano: malgrado tutto il malcontento che possono legittimamente nutrire nei confronti dell’euro, non sono assolutamente pronti a compiere questo passo. Anche Marine Le Pen ha dovuto temperare il suo discorso sulla questione dell’uscita dall’euro, visto e considerato quanto questa prospettiva spaventasse giustamente gli elettori francesi.

Il compito è difficile e i progressi arrivano molto lentamente ma, una volta impegnati nell’incarico, l’Europa non ha altra scelta se non quella di colmare progressivamente i difetti e le mancanze dell’Unione monetaria. Tutto il resto è letteratura, per quanto possa essere di alta qualità dal punto di vista della teoria economica come per quanto riguarda quella di Joseph Stiglitz.

Per quanto la sua premura verso l’Europa possa essere commovente, il modo in cui affronta la questione ci mostra quanto su questi temi, dove il contesto storico, sociale e politico gioca un ruolo determinante, gli approcci troppo puramente teorici risultino in fin dei conti di un’importanza limitata. E certamente non possiamo volergliene: un europeo che vorrebbe scrivere un libro su ciò che gli americani dovrebbero fare per limitare le disuguaglianze negli Stati Uniti e ridurre la crescente distanza tra repubblicani e democratici, tra bianchi e neri o ancora tra gli Stati interni del Jesus Land e quelli delle coste, andrebbe anche lui di certo fuori strada.

Perché Joseph Stiglitz si sbaglia