Nonostante la spinta ad espandere la capacità delle energia rinnovabile aumenti, in diverse parti del mondo continua la corsa al litio e ad altri materiali. Cosa significherà l’espansione dell’estrazione delle terre rare in America Latina per le comunità indigene e i lavoratori che hanno già, storicamente, sofferto i danni dell’estrattivismo? Thea Riofrancos, autrice di Resource Radicals (Duke University Press, 2020), spiega come la transizione energetica nel Nord globale rischia di essere tutt’altro che giusta: sono necessari cambiamenti strutturali alle catene di approvvigionamento e alla governance delle industrie estrattive. 

Annabelle Dawson: Il suo lavoro esplora la politica dell’estrazione delle risorse in America Latina, dal petrolio in Ecuador, fino al litio in Cile. Come definisce la politica delle risorse o l’estrattivismo? 

Thea Riofrancos: La politica delle risorse si riferisce a qualsiasi attività sociale o politica — che si tratti di conflitto, collaborazione, economia politica o mobilitazione sociale — che è relativa all’estrazione delle risorse, e in alcuni casi, al tentativo di blocco dell’estrazione delle risorse. Il mondo accademico e della ricerca tende ad associare la politica delle risorse a qualcosa legato principalmente alle élite, come i funzionari statali e gli attori aziendali. Questo è fondamentale, per esempio, nell concetto di “maledizione delle risorse”, che sostiene che la dipendenza dalle rendite delle risorse porta all’autoritarismo. Questa riflessione però trascura una serie di politiche sulle risorse: per esempio i movimenti sociali che si oppongono ai progetti estrattivi o che chiedono una migliore regolamentazione e diritti indigeni. 

Definire l’estrattivismo è questione spinosa. La mia ricerca mette in evidenza come in America Latina i movimenti sociali, gli attivisti e anche alcuni burocrati, come nel caso dell’Ecuador, hanno iniziato a usare questo termine per diagnosticare i problemi che associavano all’estrazione delle risorse. Questo è avvenuto nel contesto del boom delle materie prime dal 2000 al 2014 — un periodo di intensi investimenti nei settori delle risorse guidati dall’industrializzazione delle economie emergenti come la Cina — e del ritorno al potere della sinistra in tutta l’America Latina durante la cosiddetta “marea rosa”. Attivisti, intellettuali di sinistra e alcuni funzionari governativi hanno cominciato a vedere l’estrattivismo come un sistema interconnesso di danni sociali e ambientali, repressione politica e dominio delle imprese e dei capitali stranieri. Quindi, riassumendo: il concetto ha origine dall’attività politica piuttosto che dal mondo accademico [qui più informazioni sull’estrattivismo in America Latina]. 

Tendiamo ad associare l’estrazione delle risorse a beni notoriamente “sporchi” come il carbone, il petrolio e alcuni metalli. Qual è l’implicazione delle tecnologie verdi? 

La transizione verso le energie rinnovabili è spesso considerata come la sostituzione di una fonte di energia con un’altra: i combustibili fossili con le energie rinnovabili. In parte è così, ma questa transizione si inserisce in un sistema energetico e socio-economico molto più grande. In altre parole: non si possono semplicemente scambiare le fonti di energia senza ricostruire le infrastrutture e le tecnologie necessarie per catturare, generare e trasmettere quell’energia. Questo processo ha un’enorme impatto materiale e richiede materiali come litio, cobalto, nichel e metalli delle terre rare [qui più informazioni sul ruolo centrale e l’impatto di questi metalli rari]. Anche settori estrattivi più tradizionali come il rame sono molto importanti per la decarbonizzazione. 

Sarebbe terribile se i danni legati al capitalismo dei combustibili fossili venissero riprodotti nei nuovi sistemi di energia rinnovabile, imponendo alle comunità locali i danni dell’estrazione delle risorse in nome della lotta al cambiamento climatico.  

Abbiamo bisogno, rapidamente,  di un nuovo sistema energetico: specialmente nel Nord del mondo, dato il livello storico delle emissioni degli Stati Uniti e dell’Europa. Nella fretta che abbiamo oggi c’è insito il rischio, reale, di riprodurre disuguaglianze e danni ambientali. Questo è particolarmente vero per alcuni settori minerari dove si prevede un boom delle materie prime per le tecnologie verdi come turbine eoliche, veicoli elettrici e pannelli solari. 

Il suo libro Resource Radicals (Duke University Press, 2020) analizza il conflitto nella sinistra in Ecuador sulla politica delle risorse. Ci puo’ descrivere le dinamiche di questo conflitto? 

Il concetto di “radicali delle risorse” si interessa a come, nel tempo e a seconda del contesto,  i movimenti di sinistra hanno cambiato la loro critica e la loro strategia sulla questione dell’estrazione delle risorse. Quando il neoliberalismo prendeva piede in America Latina negli anni Novanta e nei primi anni 2000, i movimenti sociali erano estremamente preoccupati sia dalla rapida espansione, che dalla deregolamentazione ambientale, sociale e lavorativa dei settori toccati dalle risorse. Erano anche preoccupati per la questione della proprietà di settori che erano visti come fonti strategiche di ricchezza nazionale.  

La loro critica si basava sul fatto che, fin dall’epoca coloniale, la ricchezza delle risorse dei paesi latinoamericani era qualcosa di cui si erano appropriate imprese straniere: i profitti delle risorse non erano mai andati a beneficio delle comunità locali o della maggioranza della popolazione. Al contrario, l’estrazione delle risorse aveva lasciato dietro di sé povertà e sottosviluppo. 

Con l’arrivo del boom delle materie prime e della “marea rosa” all’inizio del Ventunesimo secolo, i nuovi governi di sinistra — da Hugo Chávez in Venezuela, a Evo Morales in Bolivia, fino a Rafael Correa in Ecuador — avanzavano in un contesto di tensione complicata:  da una parte, presiedendo all’espansione delle attività estrattive, e dall’altra, cercando di incanalare i benefici economici nei servizi sociali e nelle infrastrutture pubbliche. Di fronte all’intensificarsi dell’estrazione sotto i governi di sinistra, i movimenti sono diventati più scettici sull’estrazione come mezzo di sviluppo, anche se questa avveniva con una migliore regolamentazione e sotto un migliore modello di governance. Di conseguenza hanno abbracciato le tattiche dei militanti anti-estrattivi, spesso opponendosi a nuovi progetti che mettevano a rischio il territorio indigeno, l’integrità dell’ecosistema e i mezzi di sussistenza alternativi.  

I movimenti hanno iniziato a bloccare i progetti e a protestare, nelle capitali e sui siti di estrazione. L’estrazione è stata così politicizzata ad un nuovo livello. Oggi, in America Latina esistono alcuni dei movimenti anti-estrattivi più militanti, che spesso devono affrontare repressione e violenza. È la regione del mondo con il più alto rischio di omicidio per coloro che si oppongono ai progetti estrattivi o di sviluppo e all’agricoltura su larga scala. 

Questa dinamica è specifica dell’America Latina o esistono paralleli altrove? 

I movimenti anti-estrattivi e anti-minerali dell’America Latina sono sempre più parte di reti transnazionali che si estendono in tutte le regioni del mondo, compreso il Nord America e l’Europa, dove esiste potenzialmente un nuovo boom minerario legato alle transizioni energetiche. A volte forme simili di mobilitazione sono la prova della diffusione di richieste, tattiche e proposte politiche. Alcune delle tattiche e del linguaggio usati nelle proteste contro l’estrazione del litio a livello globale arrivano dai movimenti latinoamericani, rivolti  ad altri settori estrattivi, come il carbone e il petrolio. 

Gli Stati Uniti e il Canada hanno visto proteste fortemente militanti contro forme di estrazione più convenzionali ed estremamente dannose per l’ambiente, come le sabbie bituminose e il fracking. Gruppi indigeni hanno guidato coalizioni contro l’oleodotto Keystone, l’oleodotto Dakota Access e l’oleodotto Line 3. Negli Stati Uniti, gli attivisti sono schierati contro l’amministrazione Biden per il suo fallimento nel cambiare significativamente la politica degli oleodotti. Una coalizione che include attivisti indigeni, ambientalisti e agricoltori sta sollevando forti preoccupazioni sul nuovo progetto Thacker Pass, che prevede di aumentare l’estrazione del litio in un ecosistema sensibile. Le proteste anti-estrattive si sono diffuse a livello globale e in gran parte grazie alla rete creata da diverse campagne e gruppi di attivisti. 

Perché il litio è così importante oggi? 

Il litio è un elemento essenziale per decarbonizzare i trasporti e il sistema energetico nel complesso. Le batterie ricaricabili al litio – che contengono anche cobalto, nichel e una serie di altri minerali – sono usate nei veicoli elettrici, che si tratti di auto, autobus o biciclette. Su una scala molto più grande, queste batterie sono anche utilizzate nello stoccaggio in reti di energia rinnovabile che si basano su forme intermittenti di energia, come il solare o l’eolico, per contribuire a rendere il sistema energetico più resiliente. 

Quello che preoccupa riguardo al litio è l’impatto sociale e ambientale della sua estrazione. Chi ne beneficia e chi ne paga il costo? Il problema non risiede solo nel fatto che alcune comunità subiscono i danni causati dell’estrazione, ma che queste comunità li subiscono perché, qualcun’altro, probabilmente una persona benestante in un’altra parte del mondo, possa guidare un veicolo elettrico. Le batterie al litio fanno venire alla luce diverse tensioni, squilibri e disuguaglianze del capitalismo globale. 

Il caso del litio esemplifica alcune delle sfide per raggiungere una transizione energetica veramente giusta. Il mio lavoro sul campo finora si è svolto in Cile, il secondo produttore mondiale di litio dopo l’Australia. Uno dei maggiori impatti dell’estrazione nel deserto di Atacama, nel nord del Cile, è sul sistema idrico. Qui il litio viene estratto dalle saline del deserto, attraverso un processo di evaporazione dell’acqua. Estrarre il litio significa estrarre acqua salata e farla evaporare. Già carente d’acqua, la regione sta diventando più secca a causa del cambiamento climatico e dell’uso dell’acqua da parte dei settori estrattivi: oltre al litio si usa anche per il rame. Questi procedimenti rappresentano uno stress tremendo per una regione già vulnerabile. Le comunità indigene hanno già osservato un abbassamento delle falde acquifere e le ricerche scientifiche hanno identificato effetti a catena sugli ecosistemi locali. 

Ci sono poche analisi globali degli impatti sociali e ambientali dell’estrazione. L’estrazione del litio rappresenta un profondo intervento per l’ecosistema e che oggi non è  adeguatamente regolato. Gli attivisti in Cile hanno chiesto una moratoria sui nuovi progetti che riguardano l’estrazione di litio — se non il blocco tout court dell’estrazione — fino a quando non ci sarà più ricerca e una migliore regolamentazione. 

Anche se l’Ue optasse per una transizione per abbassare la sua domanda di litio, avrebbe comunque bisogno di molto più delle scorte attuali. Proviamo a pensare sia in termini di sicurezza che di etica… l’Ue dove dovrebbe rifornirsi di litio? 

Non riflettiamo abbastanza alla questione di dove avviene l’estrazione delle risorse e perché. Nonostante l’apparente logica, l’estrazione non avviene semplicemente dove esistono i depositi. Ci sono luoghi che vengono, per così dire, destinati all’estrazione più di altri: si tratta, in particolare, dei i territori indigeni e dei luoghi considerati usa e getta, come i deserti.  

I deserti, invece, sono ecosistemi vulnerabili e in alcuni casi, come in Cile o in Nevada negli Stati Uniti, ospitano popolazioni indigene e comunità locali. I depositi esistono anche altrove, ma si tratta di luoghi in cui l’estrazione sarebbe politicamente costosa, per i politici o le imprese. 

La maggior parte del litio europeo viene dal Cile: c’è una connessione diretta tra i danni del deserto di Atacama e le batterie al litio in Europa. Il commercio è una sede perfetta per fissare standard ambientali, sociali e lavorativi, anche se non sempre è pensato in questi termini. Gli accordi commerciali che danno la priorità ai profitti degli investitori rispetto ai diritti degli indigeni, dei lavoratori e degli ecosistemi sono in parte il motivo per cui l’estrazione delle risorse ha conseguenze così negative a livello globale. 

Dovrebbe essere valutato anche il modo in cui i responsabili politici dell’Ue stanno cercando di assicurarsi il litio all’interno dell’Ue stessa. Da un lato, se fosse così, questo fatto potrebbe rappresentare essere una sorta di giustizia globale, perché diminuirebbe la pressione sui paesi del Sud del mondo che hanno sostenuto il costo dell’estrazione fin dal colonialismo. 

D’altra parte, sappiamo che esistono disuguaglianze geografiche anche all’interno dell’Europa. Il Portogallo oggi è il primo produttore europeo di litio. Ora è un produttore piuttosto piccolo in termini globali, ma i responsabili politici dell’Ue e il Governo portoghese vogliono cambiare la situazione. Il Portogallo è più vicino alla periferia che al centro di potere dell’Ue e ha sofferto tremendamente della crisi del debito. Le comunità dove viene estratto il litio nel nord del Portogallo sentono di avere pochissima influenza sulle decisioni prese a Lisbona. In Germania ci sono progetti pilota per estrarre il litio dai depositi geotermici: si tratta, potenzialmente, di un processo meno dannoso per l’ambiente e che potrebbe anche produrre energia rinnovabile. La Germania è il Paese dove si sviluppano molte batterie per veicoli elettrici, quindi l’estrazione in questo Paese accorcerebbe la catena di approvvigionamento. Inoltre, significherebbe anche collocare il processo di estrazione all’interno di una potenza economica e in un luogo di maggior potere politico: potrebbe essere un processo più giusto dal punto di vista sociale. 

Un altro aspetto è il riciclaggio. Il nuovo regolamento dell’Ue sulle batterie cerca di aumentare il contenuto minimo riciclato nelle batterie. È una buona mossa, anche se alcuni sostengono che i requisiti percentuali proposti dovrebbero essere più alti. Riciclare il più possibile i materiali recuperati è un modo per ridurre la domanda di nuove miniere. Si può fare di più per costruire le infrastrutture necessarie nella fase di inizio della transizione energetica. Una volta che la transizione è in corso, sarà difficile recuperare il ritardo. 

Ad un livello più profondo, dobbiamo ripensare i settori dell’energia e dei trasporti per ridurre la domanda di energia (qualunque sia la fonte) e rendere l’uso dell’energia più efficiente. Dovremmo pensare ai modi di consumo e di produzione che prevalgono sotto il capitalismo nel Nord del mondo — per esempio, gli approcci al trasporto con veicoli a passeggeri singoli — e come trasformarli per ridurne l’impronta. 

Secondo lei esiste un’attività mineraria pulita, etica o sostenibile? 

Non credo che esista un’attività mineraria sostenibile. Tutte le miniere hanno un impatto sociale e ambientale e, anche quando non siamo in un contesto di scarsità di risorse, alla fine si tratta di risorse finite. In sostanza: l’idea di un’estrazione sostenibile è paradossale, ma ci sono forme di estrazione meglio o peggio regolate. La regolamentazione ambientale, sociale e del lavoro potrebbe essere molto più severa. 

Anche i rapporti con le comunità locali variano. In determinate circostanze, alcune comunità acconsentiranno all’estrazione, ma nella maggior parte dei casi il loro consenso non viene richiesto. La consultazione della comunità spesso equivale a una sessione informativa senza alcun effetto sulla realizzazione del progetto. L’applicazione sostanziale del consenso preventivo, secondo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti indigeni, renderebbe i progetti migliori. Inoltre, quando si tratta dell’ubicazione dei progetti, dovrebbero pesare più fattori, come le forme esistenti di discriminazione etnica o razziale che hanno un impatto sulle comunità emarginate e la protezione delle terre indigene e degli ecosistemi vulnerabili. 

Un altro aspetto che può rendere l’estrazione più o meno giusta è la distribuzione dei benefici economici. Questo può avvenire sotto forma di partecipazione dei lavoratori o delle comunità alla proprietà e alla governance dei progetti e questo sia che si tratti di produzione di energia rinnovabile così come per i settori estrattivi “sporchi”. Abbiamo assistito a conflitti in diversi paesi nei quali  le comunità locali si sono opposti a parchi eolici o solari perché non amano il modo in cui questi cambiano il paesaggio, oppure perché sentono di non trarre abbastanza benefici economici da questi progetti. Ma abbiamo visto anche l’opposto, ovvero comunità che abbracciano questi progetti perché hanno un reale interesse economico, hanno partecipato al processo di progettazione e hanno dato il loro consenso. 

Molti progetti estrattivi sono venduti alle comunità con la promessa che porteranno lavoro e prosperità. Nel boom minerario sotto la spinta della transizione verde, lo stiamo già vedendo. Quali sono le prove portate dalle comunità? Questi benefici esistono e come confrontarli o con i costi sociali e ambientali? 

Raramente i progetti estrattivi sono economicamente vantaggiosi per le comunità e i lavoratori locali così come raramente sostengono le imprese. Oggi l’estrazione mineraria è molto più intensiva in termini di capitale e tecnologia rispetto al passato. Comporta, inoltre, l’uso di macchinari che riducono il numero di lavoratori necessari. Le miniere, in più, lavorano su un ciclo fatto di diverse fasi e generano di conseguenza un’occupazione instabile. La fase di esplorazione può comportare più lavoro di un’altra fase successiva, per esempio. E come ogni settore estrattivo, le miniere seguono le dinamiche della domanda dell’economia globale: quando c’è più domanda, il progetto si espande e più persone possono essere assunte; quando c’è meno domanda, i lavoratori vengono licenziati. Durante la recessione legata alla pandemia, migliaia di lavoratori sono stati licenziati nei settore petrolifero e del gas degli Stati Uniti. 

D’altra parte, le comunità dove si generano questo tipo di occupazione  spesso non hanno alternative. Ovunque ci sono miniere di carbone — dalla Germania al Regno Unito, agli Stati Uniti e alla Colombia — si è constatato un fallimento: sia nell’approccio alla questione del lavoro e dei lavoratori, sia nell’assicurare una transizione energetica giusta. C’è bisogno di creare un quadro per una transizione giusta che prenda in conto le le comunità che dipendono dai settori estrattivi che devono essere gradualmente eliminati per combattere il riscaldamento globale. Il declino del carbone non è il risultato di una eliminazione progressiva gestita: semplicemente il carbone è diventato più costoso del gas e, in alcuni casi, delle energie rinnovabili. 

Nel Ventesimo secolo i minatori di carbone sono stati la chiave dei movimenti sindacali in molti paesi e gli stati produttori di petrolio hanno rimodellato l’economia politica globale attraverso l’OPEC. Nel Ventunesimo secolo, i produttori di materie prime come il litio potrebbero avere un potere simile? 

È assolutamente possibile. È già il caso del settore del rame. Negli anni passati abbiamo visto scioperi e diverse forme di militanza nelle miniere di rame. Questo potrebbe avere un impatto sulle catene di approvvigionamento delle tecnologie verdi. Nelle miniere cilene di litio ci sono stati tentativi di organizzazione del lavoro, ma si sono scontrati con la repressione delle imprese, la cui risposta è stata molto efficace nel frammentare i lavoratori o, in alcuni casi, semplicemente licenziandoli. 

La militanza sindacale è stata una forma di politica delle risorse nel corso dei secoli. In tutto il mondo e in diversi settori, dal carbone al petrolio, fino all’oro, sono ricchi di storie affascinanti di movimenti sindacali militanti di sinistra (spesso socialisti o comunisti). Quello che è interessante oggi è che, accanto ai movimenti operai, ci sono movimenti indigeni e ambientalisti con rivendicazioni diverse. Non chiedono migliori salari e condizioni di lavoro o la proprietà del lavoro, come hanno fatto i sindacati più radicali. A volte chiedono la fine dei progetti estrattivi. Si possono immaginare situazioni in cui c’è tensione tra il movimento operaio e i movimenti ambientalisti e indigeni, se i loro obiettivi sono diversi. 

Sarebbe una cosa di una grande potenza se i lavoratori, le comunità e i movimenti sociali in diverse parti delle catene di approvvigionamento si coordinassero. Immaginate uno sciopero in una miniera di litio sulle condizioni di lavoro che si coordina con le proteste simultanee delle comunità sui diritti indigeni. Un’azione coordinata potrebbe mettere sotto pressione le catene di fornitura delle tecnologie verdi, costringendo le aziende e i politici di altre parti del mondo a cambiare pratiche e regolamenti. Non credo si sia già visto qualcosa del genere, ma la possibilità esiste. 

Una coalizione di ONG ha respinto il Green Deal dell’Ue, affamato di metallo, e ha chiesto all’Europa di promuovere una transizione orientata alla giustizia ambientale piuttosto che alla crescita verde. Abbiamo bisogno di un discorso meno manicheo sulla transizione ecologica che affronti la questione del consumo? 

Il consumo è una questione delicata per la sinistra. Qualsiasi critica al capitalismo è consapevole del fatto che le persone benestanti nelle nostre società consumano troppo — in termini di uso di energia e viaggi, per esempio — e questo aumenta le emissioni a livello globale. Ma molte persone, specialmente quelle che vivono in situazioni quali la denutrizione e che non hanno un accesso costante all’energia o all’acqua, non consumano abbastanza. Questo livello di povertà è principalmente, ma non esclusivamente, concentrato nel Sud del mondo. Negli Stati Uniti, un Paese presumibilmente avanzato e industrializzato, milioni di persone si trovano ad affrontare livelli terribili di insicurezza alimentare, energetica e abitativa. 

La politica dei consumi della sinistra deve essere sensibile a queste drammatiche disuguaglianze. Non dovremmo dire “tutti devono consumare meno”, ma “i ricchi devono consumare molto meno”. E che abbiamo bisogno di beni pubblici, di servizi sociali e di migliori infrastrutture per migliorare le condizioni materiali dei poveri e della classe operaia. Abbiamo bisogno di un messaggio con una critica mirata che vada verso la classe del sovraconsumo dei ricchi, il tutto mentre trasformiamo il modo in cui consumiamo socialmente perche sia più razionale ecologicamente, orientato alla comunità, pubblico e veramente collettivo. 

Un’altra sfida importante è la costruzione di coalizioni che includano i poveri e la classe operaia. Chi ha sperimentato l’austerità o l’insicurezza abitativa potrebbe essere scettico su un’idea come la decrescita. Dobbiamo fare un lavoro profondo, che spieghi che la decrescita non significa meno per te, ma meno per gli ultra-ricchi; significa più redistribuzione [qui più informazioni sulla decrescita]. Altri slogan potrebbero comunicarlo più direttamente. Le idee sono efficaci quando le persone si vedono in esse e vogliono lottare per esse, piuttosto che qualcosa puramente intellettuale. Dobbiamo pensare in termini di domande e idee che possono galvanizzare l’azione militante e collettiva che questo momento storico richiede. 

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

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