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La solidarietà senza confini che salvò i bambini di Vienna (1919-1920)

Il caso analizzato è un episodio poco noto del primo dopoguerra, quando vari Paesi europei offrirono rifugio a migliaia di bambini viennesi denutriti esposti a malattie ed epidemie.

L’Europa nasce dalle pratiche di affratellamento tra popoli

Lo studio si focalizza sulla parte avuta dalle città italiane, che organizzarono un programma di affidi temporanei, che sperimentò un inedito spazio europeo di incontro tra popoli e facilitò politiche cooperative tra i Governi. Esempio emblematico di riconciliazione con l’ex-nemico austriaco, che particolarmente impressionò l’opinione pubblica mondiale. Così nacque la speranza che da questo humus avrebbe potuto germogliare l’“umanità nuova” che avrebbe rigenerato l’Europa.

La conclusione evidenzia il fil rouge che collega quell’episodio al nostro tempo nella continuità dell’impegno per i profughi della società civile italiana, oggi impegnata a sperimentare forme innovative di solidarietà senza frontiere.

La vicenda storica – “Salvare gli innocenti”

I mesi seguenti la fine della Grande Guerra videro tra i civili, in particolare fra i bambini dell’Europa Centrale, più vittime del conflitto. Il protrarsi del blocco commerciale portava malattie da sottonutrizione e all’inizio del rigido inverno 1919 1920 una strage inusitata si profilava nel cuore del continente. L’Europa allora si mobilitò con iniziative umanitarie, promosse non dai Governi ma dalla società civile. Anche gli USA ebbero un ruolo importante.

Furono inviati alimenti, medicinali, generi di soccorso, mentre migliaia di piccoli viennesi furono adottati a distanza o ospitati all’estero come “profughi temporanei” in centri e in famiglie. Vennero organizzati innumerevoli trasporti ferroviari; l’impegno durò alcuni anni e riguardò circa 200.000 minori. Il vice sindaco di Vienna Max Winter riferì queste statistiche: 79.793 i minori profughi da settembre 1919 a fine aprile 1920; otto i Paesi interessati:  Svizzera (con 26.973 bambini ospitati), Olanda (19.942), Germania (12.621), Italia (6.393), (Danimarca (5.490), Svezia (5.190), Norvegia (2.732), Cecoslovacchia (382). Sessanta quelli ospitati dal land Alta Austria.

I “treni della fratellanza” delle città italiane

Nel dicembre 1919 gli amministratori socialisti di tre grandi città del nord Italia (Milano, Bologna, Reggio Emilia), raccogliendo l’appello del Comune di Vienna, chiesero al Governo italiano di fornire treni per portare aiuto all’Austria sofferente. All’andata avrebbero caricato generi di soccorso, accompagnando al rientro un primo numero di bambini tra i 7 e i 13 anni a svernare in Italia. L’équipe di medici ed educatrici guidata dal Sindaco di Milano Emilio Caldara partì il 23 dicembre; restò a Vienna sino al giorno 28, quando dalla Sudbahnnhof ritornarono in Italia due convogli con circa ottocento bambini, uno diretto a Milano (e poi in Riviera) e l’altro in Emilia/Romagna.

L’Italia, dopo i Paesi neutrali, è il primo Stato tra quelli già belligeranti che mette i nostri bambini sotto la sua protezione. E questo è un segno che ci rallegra in quanto dimostra che, dopo una guerra spietata, ora la solidarietà umana riconquista finalmente diritto di cittadinanza” commentò un comunicato della città di Vienna. Ciò stimolò altre realtà, come il comitato ginevrino che sul Journal deGenève considerava: Ginevra resterà indietroquando le città italiane da parte loro hanno spontaneamente offerto 10.000 posti letto per i figlidei loro più implacabili nemici di ieri?

I vari aspettidella vicenda

L’UMANITARIO. Nel primo dopoguerra, davanti alla immane crisi umanitaria dell’Europa Centrale, per iniziativa della società civile venne organizzato un enorme e non pianificato programma di soccorso e accoglienza.Programmaumanitario senza precedenti nella storia,sviluppato in progress,chefu efficace, riuscendo a proteggere migliaia di minori. Il ciclo della solidarietà fu organizzato secondo un modello di governance a rete e multilivello. Croce Rossa, comitati locali, sindacati, gruppi religiosi, Comuni interagirono insieme, sviluppando un insieme di pratiche di solidarietà che dal locale arrivavano all’internazionale. Il sociale supplì anche alla crisi della politica, tanto che l’esponente socialista austriaca Oda Olberg, riferendosi all’azione del Sindaco di Milano a favore dei bimbi viennesi, poteva esclamare: “almeno un’Internazionale ci è rimasta!”.

LA POLITICA. L’azione dei Comuni italiani ebbeimportanti contenuti politici, legati al superamento dei sentimenti nazionalistici e alfacilitare la ripresa del dialogo tra Governi. Ciò fu subito capito dai fascisti che sin dal 1919 iniziarono una campagna contro i Comuni, che vennero accusati di voler “germanizzare” il Paese. Ciò mentre il politico cattolico Alcide De Gasperi (uomo di Stato italiano che nel secondo dopoguerra fece parte del nucleo dei “padri fondatori” dell’Europa) elogiava il Comune di Roma per i fondi concessi ai bambinidei villaggi italiani distrutti dalla guerra come ai piccoli viennesi, affermando: è giustoprovvedere prima agli affetti più vicini, senza tuttavia dimenticare che la carità non conosce confini. L’esperienza favorì il ripristino delle relazioni bilaterali Italia Austria: nell’aprile 1920 il Cancelliere austriaco Renner incontrò il Premier italiano Nitti, firmando a Roma un accordo (poi disatteso quando Mussolini prese il potere). Renner disse di aver ricavato l’impressioneche in Italia si stesse verificando un cambiamento,che la pace si fosse definitivamente conclusa non solotra i governi ma anche tra i popoli, non unicamentesottoscritta sulla carta dei trattati, ma impressa nelcuore dei popoli. Ma il Governo italiano, temendo azioni violente delle “camicie nere”, ottenne la chiusura del programma di affidi nel giugno 1920.

LA VISIONE  ETICA. Differenti prospettive etiche motivarono allora ad agire comunque all’unisono nella prospettiva della solidarietà oltre i confini. Non più intrisa di nazionalismo bellicista, la coscienza europea aderì con entusiasmo all’appello umanitario. Chi era mosso da motivazioni cristiane vedeva nel dramma dei bambini centroeuropei il riattualizzarsi della logica di Erode. Nella sinistra predominava invece l’idea di solidarietà tra proletari vittime di una guerra non voluta.  Incominciava anche a profilarsi, già prima dell’affermarsi del messaggio di Gandhi,  una prospettiva femminista nonviolenta. Al congresso della Women’s International League forPeace and Freedom  di Vienna del 1921 la pacifista austriaca Yella Hertzka rimarcava che le donne europee, col loro adoperarsi in aiuto dei bambini viennesi, erano diventate madri anche dei figli dei loro ex-nemici. Nelle pratiche di solidarietà delle donne emergeva dunque la realizzazione spontanea dell’atteggiamento di apertura all’altro motivato dal sentimento di genitura, elemento che il filosofo italiano della nonviolenza  Aldo Capitini enunciò fra i Principi della nonviolenza .

UN ANTROPOLOGIA PER L’EUROPA. Ritengo che l’episodio che vide protagonisti i Comuni italiani sia statoun’esperienza pratica capace di generare valori condivisi, ovveroun seme di fratellanza e di senso di cittadinanza europea deposto nell’ambito della vita quotidiana. Infatti in Italia studi di storia locale, basati sulla memoria orale, descrivono in che modo le esperienze di solidarietà vissute dai protagonisti delle vicende sono poi restate nelle coscienze e nella memoria sociale. Si trattò di “cose banali”: contatti epistolari, viaggi, incontri tra ex-bambini rifugiati, diventati adulti, e le famiglie italiane. Momenti di turismo con la frequentazione di paesaggi europei diversi ma “dove ci si sentiva comunque a casa propria” in quanto, mi azzardo a dire, l’Europa senza confini era diventata “paesaggio interiore”.

Inoltre è da considerare che l’esperienza vissuta di solidarietà è carsica, riemergendo attraverso le generazioni. La fratellanza può allargarsi oltre la cerchia dei soggetti che inizialmente l’hanno sperimentata e rivolgersi ad “altri” in condizione di bisogno, costituendo una catena di trasmissione tra generazioni della cultura della solidarietà. Questo è quanto lo psicanalista Charles Bettelheim evidenziò raccontandoci di Miep Giese; la ragazza che rifornì di viveri la famiglia Frank in clandestinità era una bambina austriaca restata in Olanda che, interiorizzata la cultura della solidarietà, fu poi pronta a farla rivivere.

Uno sguardo sull’oggi

Nell’Europa del primo dopoguerra, mentre gli Stati Nazione vincitori tracciavano nuovi confini, moltiplicando e cercando di rendere impenetrabili le frontiere, si seppe dare priorità alla protezione immediata dei bambini e delle loro famiglie e ai bisogni umanitari. L’episodio storico descritto evidenzia l’importanza cruciale allora avuta da iniziative concrete, promosse dalla società civile, che furono socialmente e politicamente efficaci, riuscendo a smuovere anche gli Stati. Per più aspetti la situazione di allora richiama molto l’Europa di oggi, dove, più che risolvere conflitti e crisi umanitarie, si vorrebbe di nuovo chiudere i confini e riproporre l’Europa delle frontiere.

E’ un interessante parallelismo quello tra l’esperienza dei “treni della fratellanza” e l’azione della società civile italiana di oggi che vuole aprire corridoi umanitari per i rifugiati siriani e dai Paesi dell’Africa orientale e sub sahariana. Infatti, grazie ad un accordo operativo da dicembre, ottenuto dopo un anno di pressioni sul Governo Italiano, movimenti d’ispirazione cristiana gestiranno la sperimentazione biennale di 1000 visti concessi a donne incinte, donne con bambini, anziani e disabili delle nazionalità colpite dai conflitti, organizzando voli umanitari per poterli portare in Italia. Questo in base all’articolo 25 del Regolamento (CE) n.810/2009 del 13 luglio 2009 che, derogando alle condizioni ordinarie di ingresso di Schengen, prevede visti umanitari con validità territoriale limitata. Norma europea finora inapplicata. Una volta accolti e assistiti, i profughi potranno presentare domanda di asilo alle autorità italiane.

Spero che, come avvenne negli anni ’20, l’esempio italiano possa contagiare altri Paesi europei, avviando sperimentazioni analoghe, sentendoci così insieme cittadini d’Europa e del mondo.

Dunque dai treni ai charter della fratellanza?!

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