L’acqua è un elemento essenziale in ogni aspetto delle nostre vite, ma non dobbiamo darla per scontata: in un mondo in cui i periodi di siccità e le ondate di caldo si susseguono a causa dei cambiamenti climatici, all’Europa serve mettere in atto rapidamente un nuovo modo di gestire questa risorsa. Un’acqua pubblica e condivisa, e una cooperazione che vada oltre le frontiere sono la chiave per limitare i rischi a lungo termine, evitare i conflitti e garantire a tutti l’accesso all’oro blu.

Le politiche europee hanno a lungo considerato l’acqua un bene disponibile in abbondanza, da cui si può trarre profitto. Le recenti siccità registratesi in Europa sono il segnale che l’era dell’abbondanza volge al termine, e rimettono in primo piano il valore dell’acqua in quanto risorsa preziosa ed esauribile. È tempo di vederla sotto una nuova luce.

La situazione attuale necessita di un cambio radicale del nostro approccio alle politiche relative all’acqua e alla sua gestione. I precedenti tentativi di integrare le risorse idriche nel mercato unico europeo appaiono ora come minimo poco lungimiranti e potenzialmente disastrose. Per acquisire la resilienza necessaria ad affrontare i cambiamenti climatici che ci aspettano non possiamo più permettere che l’acqua venga sfruttata dai mercati a fini di lucro. Le politiche neoliberali in vigore in molti Paesi europei devono essere riviste, affinché l’acqua diventi di gestione pubblica o condivisa. Solo così potremo costruire sistemi idrici resilienti e mantenere l’acqua disponibile ed accessibile a livello globale.

Privatizzazioni e resistenza

L’era della privatizzazione dell’acqua è cominciata negli anni Ottanta durante i quali, sotto la guida della conservatrice Margaret Thatcher, il governo britannico sovrintese alla privatizzazione delle strutture idriche. L’acqua fu quindi privatizzata in Inghilterra e in Galles nel 1989, come parte di un programma più ampio di liberalizzazione del servizio pubblico e delle risorse. Dieci autorità regionali di gestione dell’acqua e relative infrastrutture furono interamente trasferite ad aziende private. Di conseguenza, le aziende che gestivano l’acqua divennero “monopoli permanenti regolati”, contrapponendo “i livelli di competizione e rischio del settore pubblico” ai “livelli di profitto e rendimento del settore privato”.

Il risultato di queste misure è stato il completo collasso degli investimenti pubblici nelle infrastrutture idriche, con gravi perdite d’acqua. L’azienda privata Thames Water, che fornisce l’acqua all’area metropolitana di Londra, è stata criticata per la sua incapacità di gestire le massicce perdite nelle proprie tubature. Si stimano perdite intorno ai 600 milioni di litri al giorno, quasi un quarto dell’acqua totale distribuita, il che rappresenta un problema serio in tempi di siccità. Due grandi società di gestione dell’acqua e delle acque di scarico, Thames Water e Southern Water, sono state messe sotto accusa anche per i livelli inaccettabili di perdite e inquinamento delle acque di scolo, con conseguenze sull’ecosistema ma anche sulla salute pubblica.

In Francia, invece, la privatizzazione delle risorse acquifere è una tradizione sorprendentemente longeva, datante addirittura della metà del Diciannovesimo secolo. In questo caso, la privatizzazione assume la forma di cooperazioni tra pubblico e privato tramite contratti di locazione o di concessione. Le città regolano le tariffe e rimangono proprietarie delle infrastrutture. In altre parole, le amministrazioni locali hanno la responsabilità delle infrastrutture, mentre le aziende private si occupano della distribuzione. In questo modo, il controllo sulle provvigioni di acqua del Paese rimane in mano a poche aziende che registrano ampi profitti e mantengono posizioni di monopolio facendosi carico solo di una piccola parte dei costi. Negli ultimi anni, la Francia ha assistito ad un’ondata di rimunicipalizzazioni in seguito alla fine dei contratti dei grandi distributori Veolia Environnement, SUEZ e Saur. Pertanto, mentre nel Regno Unito la privatizzazione è avvenuta tramite la vendita dell’intero sistema idrico a compagnie private, in Francia si è optato per le concessioni, che hanno reso più semplice per le amministrazioni pubbliche recuperare la gestione dell’acqua.

L’esperienza di città francesi quali Parigi o Grenoble dimostra i benefici della rimunicipalizzazione dell’acqua. Nel 2010, Parigi ha ripreso in mano la gestione dell’acqua, prima affidata a compagnie private quali Veolia e SUEZ per creare la compagnia pubblica Eau de Paris, che ha rivoluzionato completamente la situazione: il prezzo dell’acqua è sceso dell’8 per cento ed è stata istituita una commissione cittadina per favorire la trasparenza e la gestione democratica. L’utenza pubblica ha creato una politica attiva di accesso all’acqua per le famiglie più povere, i migranti e i senzatetto, e ha aumentato il numero di fontane pubbliche. Questa storia a lieto fine ha avuto un grande valore simbolico, cambiando il tono del dialogo nazionale sul tema dell’acqua in Francia. Per i suoi meriti, Eau de Paris ha ricevuto nel 2017 il premio del Servizio Pubblico delle Nazioni Unite (UNPSA).

Gli anni successivi alla crisi economica del 2008 hanno visto, in tutta Europa, una forte spinta per portare l’acqua al di fuori della gestione pubblica. Le risorse idriche della Grecia sono state, prevedibilmente, tra quelle prese di mira: nella crisi del debito dell’Eurozona, il settore pubblico greco ha subito pressioni sistematiche per privatizzare le due principali compagnie acquifere a Salonicco e Atene, EYDAP e EYATH. Ma questi tentativi, resi apparentemente necessari dal debito, di privatizzare l’acqua, sono stati però accolti da una forte opposizione popolare. Un’iniziativa promossa nel 2011 dall’associazione dei lavoratori di EYATH è culminata nel referendum di marzo 2014 in cui una schiacciante maggioranza (il 98 per cento dei 218 mila votanti) ha detto no alla privatizzazione dell’azienda. Nonostante la Grecia mostri gli esempi più eclatanti dei tentativi di privatizzazione dell’acqua per sanare in parte il debito pubblico, non si può certo dire che queste pratiche siano limitate alla penisola ellenica.

La privatizzazione della gestione dell’acqua è spesso considerata, da istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, una delle condizioni di base per i Paesi che vogliano sanare il proprio debito. In Irlanda, unico caso all’interno dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), l’uso dell’acqua è gratuito fino ad una certa quantità e finanziato con il denaro delle imposte. Come nel caso della Grecia, i creditori dell’Irlanda hanno spinto per porre fine a questa politica durante la crisi dell’Eurozona e per l’introduzione di tariffe idriche nel 2014.

Anche in questo caso, la proposta è stata accolta da una forte resistenza che ha comportato grandi manifestazioni, una campagna di diserzione del pagamento, e atti di disobbedienza civile quali il blocco dell’installazione di misuratori d’acqua. Le proteste hanno infine portato, nel 2016, alla sospensione dell’acqua a pagamento. Oggi, le risorse d’acqua irlandesi sono controllate dalla compagnia Irish Water, di proprietà dello Stato, che fa capo alla Commission for Regulation of Utilities [Commissione per la regolazione delle utenze, ndt] e all’Agenzia europea dell’ambiente.

In Italia, nonostante nessuna delle utenze regionali dell’acqua sia a gestione interamente privata, alcune sono almeno parzialmente in mano a privati. Il fatto che gran parte dell’acqua della penisola rimanga in mani pubbliche è dovuto principalmente al referendum del 2011, in cui più del 55 per cento dei votanti si è opposto alla privatizzazione dell’acqua, che faceva parte del più ampio programma di austerità stabilito in seguito alla crisi economica.

La svolta: il movimento Right2Water

Promosso dal Movimento italiano per l’acqua, il referendum italiano, i cui risultati positivi sono diventati un argomento cardine contro la liberalizzazione dell’acqua e delle utenze pubbliche in generale, segna un momento chiave nella storia dei movimenti europei contro la privatizzazione dell’acqua e pone le basi per la campagna di iniziativa popolare europea Right2Water. Il diritto d’iniziativa dei cittadini europei (ICE) èun meccanismo relativamente sottovalutato (e non vincolante) di democrazia diretta nel processo legislativo europeo, che permette ai cittadini di raccogliere firme e richiedere un’azione politica in ambiti di competenza europea. La petizione Right2Water, organizzata dalla Federazione Sindacale europea dei Servizi Pubblici (EPSU) nel 2012, ha raccolto 1,9 milioni di firme in tutta Europa, diventando l’ICE più fruttuosa della storia. Right2Water si è in seguito sviluppata divenendo un movimento sociale vero e proprio, che ha ridato vigore all’opposizione alla tendenza della Commissione Europea a favorire la privatizzazione dell’acqua nei Paesi dell’Unione.

La disponibilità dell’acqua deve diventare un argomento di pubblica sicurezza.

Le richieste iniziali dell’iniziativa popolare erano chiare: accesso e disponibilità di acqua e servizi d’igiene per tutti i cittadini europei e interruzione della privatizzazione delle risorse idriche e della liberalizzazione dei servizi. L’adempimento di queste richieste potrebbe in effetti contrastare le tendenze liberali presenti nella politica europea e l’impulso di rendere l’acqua una merce da sfruttare secondo logiche di mercato.

Tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, la privatizzazione dell’acqua era arrivata a sembrare necessaria per il successo del mercato unico europeo. Gli argomenti a favore della privatizzazione dell’acqua si rifanno ad una mentalità neoliberale più ampia, secondo la quale i beni precedentemente a gestione pubblica sarebbero meglio amministrati in quanto merci private. Sia l’industria che gli investitori hanno provato a convincere l’opinione pubblica e politica che dare in mano le compagnie idriche alle aziende private aumenterebbe gli investimenti nelle infrastrutture, migliorando quindi la qualità del servizio ed assicurando la stabilità dei prezzi.

Gli aderenti a Right2Water hanno però ribattuto che la privatizzazione dell’acqua pubblica non giova agli utenti. In Francia come nel Regno Unito, i risultati della privatizzazione dell’acqua sono stati indiscutibilmente negativi: costi più elevati, ritardi negli investimenti sulle infrastrutture, nessun miglioramento del servizio di distribuzione. Inoltre, sempre secondo Right2Water, le soluzioni dettate dal mercato hanno inasprito i conflitti per l’acqua e le disuguaglianze già presenti in seno all’Unione Europea, mettendo a rischio il diritto individuale e collettivo all’acqua.

A fronte di una tale, inedita pressione pubblica, la Commissione europea ha finito per convenire che l’acqua è un bene pubblico, e non una merce, e l’ha esclusa dalla direttiva sulle concessioni del 2014, un regolamento che apre l’approvvigionamento pubblico ad una più ampia competizione. Le politiche di deprivatizzazione, in ogni caso, sono rimaste inattuate: malgrado la tendenza alla privatizzazione dell’acqua sia stata almeno parzialmente contrastata in vari Paesi europei, questo non significa che ci sia stato un vero ritorno delle infrastrutture idriche privatizzate nelle mani del servizio pubblico, sfida che dovrà essere affrontata nel prossimo futuro per ragioni che vanno oltre quelle esposte dal movimento Right2Water.

Costruire la resilienza

Le motivazioni alla base della privatizzazione delle infrastrutture idriche e della loro gestione erano che quest’ultima avrebbe generato introiti da poter reinvestire nelle infrastrutture, ad esempio per migliorare la rete di distribuzione ed evitare le perdite. Com’era prevedibile, non è stato così: l’unico risultato è stato l’arricchimento spropositato degli azionisti. Un’indagine del 2020 del Guardian mostra che, tra il 1991 e il 2019, le compagnie idriche private inglesi hanno versato 57 miliardi di sterline di dividendi, quasi la metà della cifra spesa per le infrastrutture nello stesso periodo. Un altro aspetto discutibile della gestione finanziaria delle aziende private risiede negli oltre 48 miliardi di sterline di debito accumulati nello stesso periodo, il che porta alla facile conclusione che i prestiti contratti siano serviti essenzialmente a dirigere il denaro nelle tasche degli azionisti.

Nell’attuale contesto di crisi climatica, guadagni di questo tipo rappresentano un insostenibile lusso che non ci possiamo più permettere. Permettere l’accesso universale all’acqua diventerà sempre più difficile negli anni a venire, nei quali l’acqua diventerà una risorsa sempre più scarsa, che dovrà essere distribuita in modo ben più responsabile e organizzato. Il nostro sistema di gestione dell’acqua deve adattarsi alla probabilità sempre maggiore di siccità, ondate di caldo ed eventi climatici estremi, ridurre i rischi e gestire le emergenze. Per questo bisognerà adottare un approccio coordinato.

Una sfida di questa portata deve essere affrontata da più parti. Innanzitutto, l’Europa ha un enorme problema di perdite idriche causato da tubature vecchie e fatiscenti. Per affrontare una tale situazione di degrado è necessaria una risposta politica decisa, sotto forma di investimenti massicci di riparazione ed espansione delle infrastrutture idriche. Il settore privato non vorrà (o non potrà permettersi di) affrontarne i costi. In secondo luogo, quando le compagnie e le infrastrutture idriche sono in mani pubbliche, imporre restrizioni durante i periodi di maggiore siccità diventa molto più semplice. Questo risolverebbe in parte il problema del far fronte alle emergenze idriche in maniera equa e coordinata. Mentre il mercato reagisce alla scarsità dei beni alzandone i prezzi, laddove la distribuzione dell’acqua sia gestita a livello nazionale o locale l’aumento dei prezzi può essere tenuto più facilmente sotto controllo. Nell’estate del 2022, il Governo britannico ha chiesto per settimane ai fornitori d’acqua di vietare l’uso di sistemi di innaffiamento per gli esterni; non avendo alcuna obbligazione legale di farlo, in alcune regioni le aziende hanno semplicemente rifiutato, incuranti della conclamata emergenza nazionale.

Il problema della gestione dei beni pubblici primari da parte di enti privati risiede nel fatto che questi ultimi non hanno le responsabilità solitamente riservate alle autorità pubbliche o comunali. Le aziende fanno capo ai loro azionisti, non ai clienti finali. Una gestione pubblica o condivisa, al contrario, si basa su una logica radicalmente diversa che mette gli utenti al primo posto.

Costruire una gestione dell’acqua resiliente in un contesto di cambiamenti climatici sempre più rapidi non può basarsi sulla condivisione delle perdite e sulla privatizzazione dei profitti. Nonostante i nostri più grandi sforzi per mitigarne gli effetti, il clima sarà sempre più caldo almeno per i tre decenni a venire, il che metterà le nostre risorse idriche a dura prova. In queste circostanze, la disponibilità dell’acqua deve diventare un argomento di pubblica sicurezza. L’acqua è una risorsa vitale che dev’essere più facilmente governabile, di cui occorre regolare l’uso e mantenere il prezzo stabile e la qualità elevata.

Ma non è solo la gestione dell’acqua e delle infrastrutture correlate a richiedere maggiori investimenti; sono anche necessarie, e devono essere supportate, iniziative su larga scala che si occupino della ritenzione dell’acqua nel suolo. Ne è un buon esempio il movimento popolare ceco Živá Voda (Acqua vivente), focalizzato su interventi diretti per la ritenzione dell’acqua nelle zone rurali attraverso la rivitalizzazione di fiumi e banchine. Lo scopo di queste misure è di restaurare il ciclo dell’acqua corto, gravemente danneggiato dall’espansione dell’agricoltura moderna e dal sovrasfruttamento del suolo. La messa in atto di progetti simili in tutta Europa, che conta i più grandi bacini idrici condivisi del mondo, implicherebbe senza dubbio di guardare oltre i confini nazionali e di attuare politiche a livello europeo, per esempio tramite progetti e collaborazioni tra più Stati o iniziative ad ampio respiro da parte della Commissione europea, che potrebbe fornire il quadro legale necessario. Anche le iniziative per sfruttare la ritenzione di acqua nel suolo, inclusa un’ambiziosa strategia di attuazione, dovrebbero diventare parte importante della strategia europea di adattamento che guida gli sforzi europei per prepararsi agli effetti dei cambiamenti climatici.

Il successo del movimento Right2Water è d’ispirazione per altre iniziative popolari; se portate avanti nel modo giusto, queste ultime potrebbero cambiare la direzione delle politiche europee, contribuendo non solo a mitigare le misure potenzialmente dannose, ma anche per spostare il discorso politico europeo verso un adattamento ed una resilienza efficaci. Se la Commissione europea può redigere direttive per la privatizzazione, può allo stesso modo implementare approcci di messa in comune e rimunicipalizzazione che assicurino che l’acqua sia considerata bene pubblico.

Nonostante la deprivatizzazione delle risorse idriche sia un passo importante, è evidente che ci vorrà ben di più per assicurarci un futuro davvero sostenibile. Sono necessarie politiche intelligenti: massicci investimenti pubblici nelle infrastrutture idriche e impegno per la ritenzione dell’acqua saranno cruciali nei periodi di siccità, che potrebbero presto diventare la norma nei Paesi europei. Una gestione razionale dei rischi di catastrofi e crisi future implica che l’acqua sia gestita in modo democratico, per fare in modo che le comunità e la società tutte possano adattarsi efficacemente a circostanze mutevoli. Una proprietà pubblica e comunale dei beni primari può rappresentare la chiave per arrivare alla resilienza.

Traduzione Elena Pioli Voxeurop

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