La normalizzazione e il successo elettorale dell’estrema destra in Francia sono stati accompagnati e favoriti da un sistema mediatico sensazionalistico, ideologizzato e in mano a un ristretto gruppo di miliardari. Ma la società civile e un sistema sempre più variegato di media indipendenti stanno dando battaglia.
Quando mi sono trasferita in Francia nel 2006, l’estrema destra non aveva nessun seggio nell’Assemblea Nazionale, sebbene quattro anni prima Jean-Marie Le Pen, fondatore del Front National, fosse arrivato nella sorpresa generale al secondo turno delle elezioni presidenziali.
Nel 2024, la situazione politica del paese è molto diversa. A luglio 2024, al secondo turno delle elezioni legislative, l’Unione dell’estrema destra guidata dal Rassemblement National (RN), erede del Front National, ha ottenuto oltre 10 milioni di voti, a fronte dei 7 milioni dell’alleanza di sinistra (che pure ha conquistato 182 seggi, contro i 143 del RN).
Tra i fattori che spiegano il successo elettorale del RN c’è la politica di normalizzazione portata avanti da Marine Le Pen, figlia di Jean-Marie, che ha preso le redini del partito nel 2011. Questa strategia di “dediabolizzazione” consiste, di fatto, in una comunicazione politica accorta, volta a non far sembrare poi così estrema l’estrema destra: presa di distanze dall’antisemitismo e dal razzismo paterno, per esempio, e promozione di un’immagine moderna del partito.
Questa strategia ha consentito a Le Pen di conquistare oltre il 40 per cento dei consensi alle presidenziali del 2022, di aumentare il peso del RN in parlamento, e di ottenere quasi un terzo dei voti alle elezioni europee di giugno.1 Inoltre, la normalizzazione ha ritagliato all’estrema destra una presenza sempre più importante nei media, cosa che a sua volta aumenta la visibilità e l’accettabilità del partito.
La normalizzazione passa dai media
Questa visibilità mediatica rappresenta uno dei cambiamenti più significativi rispetto al passato. La stampa francese aveva fatto, maggioritariamente, la scelta di non dare spazio diretto ai rappresentanti dell’estrema destra. I rappresentanti del FN/RN non venivano intervistati, né invitati ai dibattiti.
Non si trattava, però, di una regola scritta e di una deontologia condivisa, come è invece il caso della Vallonia. In questa regione francofona del sud del Belgio, esiste dagli anni ‘90 un “cordone sanitario” mediatico nei confronti dell’estrema destra. I rappresentanti dei partiti che difendono tesi apertamente razziste o discriminatorie non vengono intervistati o invitati ai dibattiti nella radio e nella TV pubbliche. Altri paesi, come l’Italia, non hanno mai alzato barriere di questo tipo: la destra fascista, post-fascista, e neofascista ha sempre trovato spazio sui media pubblici.
Nel secondo dopoguerra, “c’era una sorta di volontà di proteggersi da un ritorno dell’estrema destra mediatica”, spiega Alexis Lévrier, storico del giornalismo e autore di Jupiter et Mercure. Le pouvoir présidentiel face à la presse (“Giove e Mercurio. Il potere presidenziale e la stampa”). “Era ancora fresco nella mente di tutti ciò che l’estrema destra aveva rappresentato e a cosa ci aveva portato. Il collaborazionismo intellettuale in Francia è stato profondo. Abbiamo cercato di non ripetere gli stessi errori.” Ancora oggi, molti organi di informazione francesi non danno spazio diretto all’estrema destra e non trattano il RN come un “partito come gli altri”.
Ma il panorama mediatico generale è molto cambiato, con pochi potenti gruppi editoriali che controllano un’ampia porzione del mercato. Se la normalizzazione voluta da Marine Le Pen ha funzionato così bene, è anche grazie a loro. Soprattutto in televisione, i rappresentanti del RN, ma anche opinionisti di estrema destra e sostenitori di tesi sovraniste e xenofobe sono tra i frequentatori abituali di talk show e dibattiti.
Esistono diversi studi che mappano la concentrazione dei media francesi.2 Libération riassume così la situazione: nel febbraio del 2022, 11 miliardari pesavano per l’81 per cento delle vendite della stampa quotidiana nazionale, 95 per cento dei settimanali generalisti, 47 per cento del pubblico della radio e 57 per cento di quello televisivo. Tra i miliardari che dominano il mercato mediatico spicca la figura di Vincent Bolloré.
Bolloré, il cui patrimonio è stimato a circa 10 miliardi di euro, è alla testa del gruppo che porta il suo nome, attivo in particolare nei settori di sport, comunicazione e trasporti. L’imprenditore ha iniziato a investire nei media a partire dai primi anni Duemila. Oggi possiede i canali televisivi del gruppo Canal+ (C8, Canal+, CNews, CStar), ha proprietà nell’editoria (il Gruppo Lagardère è il terzo editore mondiale di libri per il grande pubblico e per il mercato dell’istruzione), nella radio (Europe 1 e RFM), nella stampa (Télé-Loisirs, Geo, Voici, Femme actuelle, Capital e Le Journal du dimanche), nella comunicazione d’impresa e pubblicità (Havas), e nella distribuzione di stampa (Relay).
Le caratteristiche che accomunano giornali, radio e TV controllati dal gruppo sono la presenza capillare di opinionisti, giornalisti e ospiti che fanno parte dell’universo culturale della destra ultraconservatrice e/o estrema, e l’uso di toni scandalistici che trasformano l’informazione in spettacolo in modo ancora più spinto di quanto fatto da Silvio Berlusconi in Italia negli anni ‘90.
Diverse inchieste giornalistiche e analisi hanno messo in luce come i media di Bolloré lavorino per una grande alleanza tra il RN e la destra conservatrice. Lo stesso Bolloré non fa mistero di voler costruire una grande destra ultraconservatrice. Quando Emmanuel Macron ha sciolto l’Assemblea e convocato nuove elezioni in seguito alla debacle nelle elezioni europee, per esempio, il leader conservatore di Les Républicains (LR) Eric Ciotti si è incontrato con Bolloré per discutere della strategia elettorale del suo partito. Ciotti ha poi aperto all’alleanza con il RN, provocando una frattura all’interno di LR.
Presi singolarmente, spiega Lévrier, i media di Bolloré non sono sempre redditizi. “La scommessa di Bolloré è quella di creare la redditività a livello di tutto il gruppo. (…) Per difendere un’ideologia, si tratta di uno strumento che funziona. E la democrazia francese non era pronta.”
Secondo Lévrier, la legge in vigore sulla regolazione dei media in Francia, datata 1986, è antiquata. “I soli limiti all’estensione di questo impero [del gruppo Bolloré] sono venuti dall’Europa. Se si fossero applicate solamente regole francesi, avrebbe potuto avere praticamente tutta l’editoria.”
Nel luglio del 2024, tuttavia, l’Arcom (l’autorità francese che regola la comunicazione audiovisiva e digitale) ha revocato a partire dal 2025 la licenza d’uso delle frequenze TNT del digitale terrestre gratuito a due canali di Bolloré. La decisione è stata presa dopo che i canali di Bolloré hanno accumulato 44 sanzioni (multe, richiami, ecc.) in 12 anni per mancato rispetto del pluralismo dell’informazione, offese e diffamazioni.
“I media liberali classici sono come paralizzati, non sono armati per resistere all’attacco di attori che non giocano il loro stesso gioco,” sostiene Mathieu Molard, co-caporedattore del giornale online indipendente StreetPress, nato nel 2009/2010 e che si occupa soprattutto dell’estrema destra. “Prima era una lotta di business, di audience… [i grandi media] potevano sostenere di essere un po’ più a sinistra o un po’ più a destra, ma si battevano su un terreno politico comune. Oggi ci sono nuovi attori che mettono l’ideologia, un’ideologia radical-conservatrice, sopra il business.” Secondo Molard, solo due tipi di attori sono in grado di rispondere: il servizio pubblico, per la sua missione, e i media indipendenti, il cui modello economico non è orientato al profitto.
Ma non è uno scontro alla pari. La diffusione di canali come C8 è capillare in parti della popolazione che votano in massa il RN, soprattutto nelle aree rurali. Secondo il sociologo Benoit Coquard, autore di Ceux qui restent. Faire sa vie dans des campagnes en déclin (“Quelli che restano. Costruirsi una vita nelle campagne in declino”), questo tipo di media “fa eco a visioni del mondo già veicolate nelle campagne in declino, ma amplificandole e strumentalizzandole.” È il caso, per esempio, del “prima noi”, un leitmotiv delle destre di tutto il mondo, che fa leva su “uno stato competitivo e conflittuale delle relazioni interpersonali, ereditato direttamente dalla deindustrializzazione e dalla mancanza di lavoro”.
Le persone, spiega il sociologo, hanno l’impressione di “dover pensare ‘prima a noi’, nel senso della famiglia e del gruppo di amici.” E questo atteggiamento trova ampia risonanza nei media pro-RN, che veicolano l’idea di un Grand remplacement (“grande sostituzione”) o di uno “scontro di civiltà”. “È anche per questo che il RN non ha bisogno di tanti attivisti di base per avere un impatto duraturo nelle aree lontane dalle grandi città, dove il suo pensiero e la sua visione del mondo sono sempre meno contestati”, conclude Coquard.
La galassia dell’estrema destra
“[Nel panorama mediatico] siamo passati da una predominanza della sinistra intellettuale nel secondo Dopoguerra a quella dell’estrema destra di oggi: persone che conoscono i media, li sanno usare, sono formate e hanno ormai un impero mediatico per difendere quelle idee. Abbiamo un paesaggio mediatico completamente squilibrato e dominato dall’estrema destra”, spiega lo storico Lévrier.
A veicolare le idee della destra radicale non sono solo personaggi come Eric Zemmour, salito alla ribalta nei primi anni Duemila e fondatore, nel 2021, di Reconquête, partito con posizioni islamofobiche e anti-immigrazione. Oggi il panorama mediatico francese è popolato da figure giovani, sorridenti e telegeniche come Geoffroy Lejeune, Charlotte Dornelas, e Eugénie Bastié, che trasmettono un’immagine rassicurante di un’ideologia sempre uguale, secondo Lévrier. “È la stessa estrema destra che abbiamo visto tra l’affare Dreyfus e il collaborazionismo: ha inventato un nuovo capro espiatorio, non è più l’ebreo. Oggi è il musulmano, lo straniero… ma è lo stesso vocabolario, lo stesso immaginario.”
Ivan du Roy, giornalista e cofondatore, nel 2008, del giornale indipendente Basta!, nota che negli scorsi decenni sono nati in Francia tanti nuovi piccoli media di estrema destra, come Causeur (2007) e L’Incorrect (2017), mentre altri già esistenti, come Valeurs Actuelles, hanno virato ancora più a destra. Se questo sviluppo non è imputabile esclusivamente a Bolloré, i media del suo gruppo hanno avuto un ruolo di legittimazione, invitando come opinionisti i rappresentanti della nuova galassia dell’estrema destra. Attraverso di loro, temi come la teoria razzista e complottista della “grande sostituzione” hanno iniziato a penetrare gli studi televisivi. Questo, secondo du Roy, ha creato un effetto ping-pong, spingendo anche gli altri media a parlarne, legittimando idee estremiste e i loro promotori.
“Un po’ alla volta, l’estrema destra ha conquistato la testa delle persone, in molti modi diversi. E i media hanno seguito questa tendenza, perché non si può più trattare un partito che rappresenta l’1 per cento degli elettori [come il Front National ai tempi della sua fondazione] come uno che è al 30 per cento,” spiega Molard di StreetPress. “E poi c’è una seconda cosa: [i media] si sono resi conto che il modo di fare dell’estrema destra, i commenti dell’estrema destra, erano divisivi, provocavano reazioni e aumentavano gli ascolti.”
Anche la rivoluzione digitale ha avuto il suo peso. Come spiega il giornalista Sylvain Bourmeau, fondatore e direttore del giornale online francese AOC: “I modelli economici dei mezzi di comunicazione sono stati stravolti: abbiamo assistito all’emergere di tanta ‘gratuità’, che non è altro che un pagamento attraverso la pubblicità. Questo ha portato alla cosiddetta ‘corsa ai click’. Per attirare click, per conquistare pubblico, i media hanno iniziato a cambiare modelli di riferimento, coprendo alcuni temi piuttosto che altri.” L’ascesa delle “live news”, il flusso continuo di notizie, ha inoltre distrutto “quello che dovrebbe essere uno dei principi sacri del giornalismo: la capacità di offrire una gerarchia di informazioni.”
Il ruolo di Macron e della politica
Anche la politica ha fatto la sua parte nell’ascesa dell’estrema destra. Emmanuel Macron, al suo secondo mandato, ha una grande responsabilità rispetto al recente risultato elettorale – non solo per la scelta di dissolvere anticipatamente l’Assemblea, ma anche per aver messo in atto una serie di politiche che strizzano l’occhio all’estrema destra. Per esempio, la legge sull’immigrazione entrata in vigore a gennaio 2024, talmente restrittiva da indurre il Consiglio Costituzionale a bocciare quasi due terzi degli articoli, è stata rivendicata da Marine Le Pen come una “vittoria del Rassemblement National”.
Dal punto di vista mediatico, Macron “non ha mai smesso di cercare di sedurre i media di estrema destra,” sostiene Lévrier. Dal 2018 il presidente francese non si concede a Le Monde, uno dei principali quotidiani nazionali, ma ha rilasciato un’intervista fiume a Valeurs Actuelles nel 2019. “Il Presidente ha scelto il settimanale ultraconservatore per discutere su immigrazione e Islam, imponendo così l’idea di un inevitabile duello con l’estrema destra nel 2022 [in occasione della successiva campagna presidenziale],” scriveva Le Monde a seguito di quell’intervista.
In questo senso, secondo Lévrier, Macron ha seguito l’esempio del presidente socialista François Mitterrand, che nel 1984 fece pressione perché, in nome del pluralismo, Jean-Marie Le Pen venisse invitato in televisione (alla trasmissione L’heure de la vérité). Quella di Mitterrand era una strategia per dividere le destre, in un’epoca in cui il Front National era elettoralmente irrilevante. La stampa francese colse però l’occasione per produrre contenuti sull’uomo “controverso”, avviando un effetto di peoplisation (popolarizzazione, mediatizzazione) intorno Le Pen e alla sua famiglia.
Oggi Macron ha cercato di creare una divisione posticcia tra un grande centro da un lato e gli estremi dall’altro. Mettendo sullo stesso piano il RN e La France Insoumise, il partito di sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon, il presidente ha creato “una falsa equivalenza tra estremi” spesso amplificata dai grandi media.
I modelli economici
Questo paesaggio si scontra con un panorama più confortante. La Francia è un paese estremamente fecondo per quanto riguarda la ricchezza e la varietà dei media indipendenti, più o meno piccoli e specializzati. Questa fecondità riflette la diversità e l’impegno della società civile, fatta di associazionismo, iniziative dal basso, partecipazione, dibattito, rivendicazioni. Una cultura politica e partecipativa che non si riflette nelle strutture politiche del potere.
StreetPress e Basta! fanno parte di questo ricco ecosistema di media indipendenti3 che include Reporterre, che si occupa di ecologia, La Déferlante sulle lotte femministe, MarsActu a Marsiglia, Arrêt sur Images sull’analisi dei media, Alternatives Economiques, Politis, Disclose, Mediapart, e tanti altri.4
Dal 2019 esiste il Fonds pour une Presse libre (FPL, Fondo per una stampa libera), una struttura
no profit che difende il pluralismo attraverso un sostegno finanziario ai media indipendenti, soprattutto quelli che vivono del sostegno di lettori e lettrici e di proprietà delle redazioni.5 Attualmente, riferisce la direttrice del FLP Charlotte Clavreul, il fondo collabora con 110 media indipendenti in Francia a livello locale e nazionale.
Il FLP è stato lanciato dai cofondatori di Mediapart e da alcuni lavoratori del giornale. Mediapart rappresenta, secondo Lévrier, un modello ammirato in tutto il mondo: “Si tratta di un progetto economicamente sostenibile che ha saputo posizionarsi sull’investigazione giornalistica e che non è mai stato preso in fallo in termini di qualità dei suoi articoli. E’ un successo editoriale, giornalistico e commerciale.” Purtroppo, riconosce lo storico, la crisi strutturale che attraversa la stampa rende questo modello “raramente possibile”.
La maggior parte dei media indipendenti francesi vive sul filo del rasoio, cercando un difficile equilibrio economico attraverso abbonamenti, donazioni, e campagne di raccolta fondi. Charlotte Clavreul aggiunge che troppo spesso i media indipendenti hanno ancora modelli economici precari e “dipendono molto dalle sovvenzioni pubbliche”. Spesso queste sovvenzioni sono insufficienti a coprire i costi, anche perché “in Francia, tre quarti degli aiuti pubblici vengono dati ai grandi gruppi, di proprietà di miliardari.” Inoltre, i media indipendenti hanno difficoltà ad accedere ai prestiti bancari per poter lanciare e sostenere i progetti. In questo, il FLP è uno strumento di sostegno. Un’altra minaccia sono le querele pretestuose (Slapp) ai danni dei giornalisti, che costano tempo e denaro.
Cambiare il modo di raccontare
Di fronte alla normalizzazione politica e mediatica dell’estrema destra, il ruolo del giornalismo indipendente è tutt’altro che semplice. Secondo Molard, l’estrema destra non può essere trattata dai giornalisti come le altre forze politiche perché ha una “cultura politica radicale, una cultura di forte sfiducia verso le istituzioni e verso i media che può mettere a rischio le stesse istituzioni della République.” Il giornalismo d’inchiesta, secondo il caporedattore di StreetPress, è quindi lo strumento più adatto al compito. “Questo non vuol dire che non debba essere applicato ad altri partiti politici, ma dovrebbe essere applicato ancora di più all’estrema destra.”
Rispetto ai grandi media commerciali, i media indipendenti hanno “linee editoriali forse più forti,” che non aprono la porta all’estrema destra. Ma c’entra anche l’aspetto economico, continua Molard: “Abbiamo un modello di business diverso e un diverso rapporto con il capitale (…) Poiché siamo indipendenti, non siamo soggetti alla stessa pressione di dover fare audience.”
In Francia come altrove, la perdita di fiducia nei media e nel giornalismo è anche conseguenza della distanza tra le realtà sociali e chi le racconta. Da questo punto di vista, Bondy Blog si è ritagliato un ruolo importante raccontando la realtà delle banlieues (i sobborghi delle grandi città) e dei quartieri popolari, cercando di decostruire l’immaginario stereotipato ad essi associato.
Bondy Blog è nato a seguito delle rivolte delle banlieues del 2005, scoppiate dopo che due adolescenti, Zyed Benna e Bouna Traoré, persero la vita mentre scappavano, semplicemente per paura, da un controllo di polizia. Bondy è uno dei comuni della Seine-Saint Denis, il dipartimento più povero della Francia cosiddetta “esagonale”.6 Il Bondy Blog cerca di riempire il vuoto della rappresentazione dei quartieri popolari, non solo in termini di come vengono raccontati, ma anche di come l’informazione viene prodotta, e soprattutto da chi.
“Per quanto mi riguarda, il vero problema che noi denunciamo da 20 anni è quello di chi fa l’informazione,” spiega Sarah Ichou, direttrice del blog, durante una riunione della redazione. “Quando la sociologia dei giornalisti e le redazioni dei media ‘tradizionali’ inizierà ad assomigliare a quella del Bondy Blog, forse avremo, almeno in parte, una soluzione”. È in questo spirito che Bondy Blog ha creato nel 2009 un corso preparatorio per la formazione di giornalisti e giornaliste dedicato ai giovani che vengono da famiglie a basso reddito.
La questione della rappresentazione è prima di tutto politica. L’Assemblea Nazionale eletta a luglio è composta in maggioranza da una “borghesia bianca”, lontana dalla realtà economica e sociale della Francia.
Anche StreetPress cerca di dare vita a una narrazione meno stereotipata della società francese e dei quartieri popolari. “L’estrema destra parla di immigrazione sostenendo di dare voce a quello che pensano veramente le persone,” spiega Molard. “Noi cerchiamo di andare verso le persone, i migranti, per capire la loro storia e dare loro la parola. E questo cambia lo sguardo che portiamo sulle cose. Stessa cosa quando si parla di sicurezza.”
Al tema della sicurezza, StreetPress ha dedicato la serie di documentari Rixes (“Risse”), che racconta la violenza tra bande attraverso la lente delle disuguaglianze sociali. Basta! è stato il primo media a creare, nel 2014, un database di morti per mano della polizia, quando non esisteva nessun dato ufficiale a riguardo.
Un nuovo risveglio
Nonna Mayer, direttrice di ricerca al Centre national de la recherche scientifique e esperta dell’estrema destra, spiega su Libération che“L’influenza del RN e delle sue idee, molto importante, non deve essere sopravvalutata. Se ricalcoliamo i suoi risultati in relazione agli elettori registrati, al primo turno delle elezioni legislative ha ottenuto da solo il 29,2 per cento. È molto, ma rappresenta solo il 19 per cento degli elettori registrati aventi diritto al voto. Senza contare coloro che non votano perché non sono francesi o perché non sono registrati come francesi.”
Secondo Mayer, esiste un divario crescente tra la società nel suo complesso – con la sua diversità, l’incontro di mondi, la mobilità – e l’elettorato mobilitato, che è più anziano, benestante, omogeneo e conservatore. “Se vogliamo rivitalizzare la democrazia, dobbiamo colmare questo divario, ad esempio concedendo ai non francesi il diritto di voto almeno alle elezioni locali – la maggioranza dei francesi è d’accordo – rendendo più facile l’iscrizione al voto e ricollegando i partiti politici e la società civile.”
La società civile, storicamente molto attiva, ha avuto uno slancio ulteriore nel recente periodo pre e post elettorale di fronte all’avanzata del RN. Il FPL ha raggiunto l’obiettivo della sua raccolta fondi (100 mila euro) in pochi giorni, molto più rapidamente rispetto al passato. “Penso che sia dovuto a quello che è successo a giugno e luglio,” spiega Clavreul. C’è stato un “risveglio” della società civile per fare blocco contro l’estrema destra, sostenuto e promosso dall’ecosistema dei media indipendenti (che hanno organizzato, insieme ai sindacati e a diverse associazioni, due eventi politici in Place de la République, a Parigi). “Sono i cittadini e le cittadine che sono riusciti a far muovere le cose”.
- La crescita del RN è trasversale alla società francese, sia in termini di genere che di gruppi sociali. Un solo discrimine che rimane è il basso livello di scolarità: tra coloro che hanno un titolo di studio inferiore al diploma, il 49 per cento ha votato RN. ↩︎
- Vedi per esempio la mappa realizzata dall’Acrimed (Observatoire des Médias – Action-CRItique-MEDias) con Le Monde Diplomatique. ↩︎
- Esistono diverse compilazioni on line sulla stampa indipendente in Francia, non sempre esaustive: il mensile L’Âge de faire ha prodotto una mappa che illustra la situazione. ↩︎
- Francesca Barca, autrice di questo articolo, lavora per Voxeurop, un media indipendente e cooperativo che fa parte della galassia della stampa indipendente, francese ed europea. ↩︎
- Anche Voxeurop ha beneficiato di un sostegno del FLP. ↩︎
- Ovvero la Francia metropolitana, ad esclusione dei territori d’oltremare. ↩︎
