Questo articolo fa parte di un panorama nel quale otto analisti da tutta Europa guardano a come lo strumento del referendum è usato (o a volte abusato) e come dà forma al dibattito pubblico. La serie esplora il ruolo e la forma dei referendum attraverso l’Europa: in che modo producono un cambiamento (sia esso progressista o reazionario) e come promuovono intese comuni, cruciali per il funzionamento delle democrazie. 

Se la democrazia è un concetto, questo si incarna nella Costituzione di un paese: è qui che le sue aspirazioni prendono forma legale. La Costituzione dell’Irlanda è nata dalla Guerra e dal desiderio di indipendenza dopo 700 anni di dominio e occupazione britannica. Fu scritta nel 1922 da uomini e donne che da quella lotta uscirono vincitori: fu riformulata quando l’Irlanda divenne una Repubblica completamente indipendente nel 1937. Questa battaglia ha lasciato un segno indelebile sul sistema politico irlandese, che solo ora, 100 anni dopo, sta cominciando ad allentare la presa e a cambiare per adeguarsi all’immagine di una repubblica del Ventunesimo secolo. 

Un effetto collaterale della turbolenta nascita della nazione irlandese è un sano rispetto e un grande interesse per la Costituzione. La sua stessa esistenza divenne un segno di quella conquista e della libertà: un documento vivente in cui vicini, amici e familiari avevano investito — letteralmente — sangue, sudore e lacrime. Di conseguenza, da quando è stata scritta, i cittadini irlandesi, finalmente non più sudditi di una corona straniera, hanno un motivo genuino per essere orgogliosi della loro Costituzione, che sentono come loro e nella quale si sentono investiti. 

Non è quindi sorprendente che questo documento, in quanto dichiarazione della nostra “legge fondamentale”, richieda, nel tempo, aggiornamenti e modifiche: soprattutto perché è stato creato e scritto negli anni Trenta con invitata l’allora onnipotente Chiesa Cattolica. Questa influenza si è rivelata col tempo soffocante e non al passo con uno Stato moderno che prendeva il suo posto nel mondo. 

Dal 1937 ai cittadini irlandesi sono stati sottoposti 42 referendum. Non è sorprendente che il numero di referendum sia aumentato in questo secolo. Diciannove hanno avuto luogo dal 2000, l’ultimo nel 2019. Durante il mio mandato quinquennale come Senatrice nel Seanad, tra il 2011 e il 2016, ci sono stati otto referendum. L’affluenza più alta nel periodo è stata del 62,1% sul quesito per l’emendamento sull’uguaglianza del matrimonio nel 2015, che è passato.  

Questa affluenza è stato poi superata dal referendum sull’emendamento sull’aborto nel 2018, che ha avuto un’affluenza del 64,1%. Le questioni con un chiaro impatto sociale sono sempre state quelle che hanno fatto più rumore perché hanno la  capacità di connettersi direttamente con la vita degli elettori, portando a lunghi e accesi dibattiti sulla porta di casa e negli studi televisivi e radiofonici. 

Nel 2015, inoltre, i social media sono emersi come un forte fattore di influenza, attivando e connettendo gli elettori più giovani. La campagna dietro l’hashtag #HomeToVote ha portato migliaia di giovani irlandesi a fare viaggi straordinari in tutto il mondo per esprimere il loro voto per l’uguaglianza matrimoniale. 

Si è trattato della prima volta che, nella storia del Paese, i giovani elettori si sono mossi come gruppo unito, determinati a far sentire la loro voce. È stato chiaro quanto il potere della partecipazione rafforzi una democrazia, e quanto sia vitale per i governi che propongono emendamenti costituzionali fare sforzi genuini per raggiungere tutti i gruppi di età e sesso.  

In futuro, questo sforzo di inclusione deve andare verso l’introduzione del voto per corrispondenza in Irlanda, cosa che rimane il più grande ostacolo all’accesso al voto. 

Altra cosa necessaria in futuro: l’attuale commissione referendaria indipendente, che lavora per spiegare il significato dei referendum e per farli conoscere al pubblico, dovrebbe diventare permanente, essere un bastione per le migliori pratiche, e avere un ruolo nel consigliare la formulazione degli emendamenti che vengono proposti. L’attuale commissione non è permanente e si limita a fornire consigli sul significato del referendum, oltre a far circolare informazioni non di parte. 

Negli ultimi anni, il crescente numero di referendum ha aperto dei dibattiti sull’opportunità di adottare un approccio in stile “Super Martedì” all’americana, permettendo di votare su diversi referendum nello stesso giorno.  

Ma, alla luce della confusione che è sorta nelle poche occasioni in cui sono stati proposti più emendamenti nello stesso giorno, questa proposta sembra servire a poco, al di là del risparmio di denaro. Al contrario, un approccio di questo tipo potrebbe svalutare l’intero processo e intaccare il rispetto che gli elettori hanno per il diritto di emendare la Costituzione, fatto e pensato con attenzione e con il tempo necessario per considerare le opzioni. 

Questo modello, che vuole ridare vita alla Costituzione attraverso un’attenta considerazione, da parte del popolo, via il referendum, offre la scelta migliore per consentire il cambiamento e il progresso nel modo in cui un paese modella il proprio quadro giuridico.

Inoltre, il valore dell’Assemblea dei cittadini e della precedente Convenzione sulla Costituzione nel fornire raccomandazioni al Governo sui potenziali cambiamenti alla Costituzione, è di già, in sé, avere dato ai cittadini un ruolo più diretto nella definizione di quel quadro. 

L’Irlanda, in questo nuovo secolo, ha largamente beneficiato dell’inclusione dei cittadini nei processi decisionali importanti.  

Democracy Ever After? Perspectives on Power and Representation
Democracy Ever After? Perspectives on Power and Representation

Between the progressive movements fighting for rights and freedoms and the exclusionary politics of the far right, this edition examines the struggle over democracy and representation in Europe today.

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