L’economia verde ha assunto un ruolo sempre più centrale nella politica interna e internazionale della Cina da quando il Paese ha annunciato, nel 2007, la strategia nazionale per costruire una “Civiltà  ecologica”. In questa intervista, Yifei Li e Judith Shapiro,  autori di China Goes Green (Polity, 2020), analizzano l’approccio dello Stato cinese all’ambientalismo e come questo viene usato per rafforzare il controllo autoritario, con il pericolo che la questione climatica metta in ombra altre questioni sociali e ambientali. Alla luce della mancanza di cooperazione internazionale sul clima, gli autori discutono su come le politiche climatiche dell’Ue, degli Usa e della Cina possano (e debbano) andare nella stessa direzione in vista della 26esima conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento climatico, prevista per la fine del 2021.

Clémence Pèlegrin: In China Goes Green, fate una distinzione tra “autoritarismo ambientale” e “ambientalismo autoritario”. Ci potete spiegare questa differenza e, anche, come si sono evolute le politiche climatiche della Cina?

Yifei Li: Siamo partiti con l’idea di una ricerca sull’ambientalismo autoritario, ma la nostra indagine ci ha portato dove non ci aspettavamo. È frustrante, per i cittadini in occidente, vedere la maniera in cui le democrazie sembrano incapaci di produrre risposte robuste ed efficaci alle sfide ambientali. Si potrebbe dire che c’è un’ammirazione occidentale per gli approcci autoritari e decisionali della Cina all’ambientalismo. In altre parole, visto che il fine della sostenibilità ambientale è piuttosto nobile, puo’ essere usato per giustificare mezzi e approcci governativi autoritari. Dopo un’analisi sistematica del “potere ambientale” cinese sul campo, abbiamo scoperto che la protezione ambientale, invece di essere il fine delle politiche, sta diventando un pretesto: da un lato per l’intensificazione del controllo autoritario all’interno del Paese, dall’altro per ottenere influenza geopolitica e ogni altro tipo di influenza dal punto di vista internazionale.

Judith Shapiro: Penso che parte dell’ammirazione occidentale per la risolutezza ambientale della Cina derivi da una volontà di azione (che è frustrata in Occidente) e dalla sensazione che il pianeta abbia finito il tempo massimo per poter intervenire. Siamo affascinati dalla nozione di “Civiltà ecologica” perché sembra lungimirante.

Avete descritto l’approccio profondamente centralizzato della Cina alla politica ambientale. In che misura potrebbe rappresentare un problema per una legislazione efficace?

Judith Shapiro: Da un lato, è da ammirare il fatto che la Cina stia investendo enormi fondi e che dia supporto istituzionale nell’innovazione tecnologica per il clima e per le questioni ambientali: questo avviene sotto forma di think-tank o in luoghi come la Tsinghua University. Certamente gli Stati Uniti dovrebbero guardare con interesse a questo approccio: non c’è nessun finanziamento della National Science Foundation statunitense di questo livello. L’altro lato della medaglia è che, seppure possa entusiasmare, l’atteggiamento cinese riflette una sorta di approccio tecnocratico alla politica ambientale nel quale gli ingegneri guidano il processo e i cittadini non hanno voce in capitolo.

Di tanto in tanto, questi ingegneri inventano qualcosa, come le camere di combustione che possono sparare ioduro d’argento nei monsoni che salgono dall’India per creare un “fiume del cielo” sull’altopiano del Tibet. Poi, improvvisamente, progettano di installare circa 10mila di queste macchine. Ma che dire degli indiani, che hanno bisogno di quest’acqua, o dei tibetani, la cui cultura non permette questo tipo di intervento? Dietro a questo approccio c’è l’idea che l’uomo puo’ conquistare la natura. Anni fa, ho lavorato sulla cosiddetta guerra di Mao contro la natura, e in questo approccio rivedo lo stesso atteggiamento e lo stesso tipo di infatuazione per un modernismo forte, che il politologo americano James Scott ha descritto nel 1999 in Seeing Like a State.

Yifei Li: Quando la capacità innovativa, il potere epistemico o la conoscenza sono così centralizzati, spesso significa che, nella pratica, i funzionari statali cinesi, per quanto ben intenzionati, semplicemente non sanno cosa sta succedendo sul campo. E questo al punto da ignorare i suggerimenti che arrivano dai gruppi delle minoranze etniche e degli scienziati indipendenti. In questo caso, la centralizzazione diventa un disservizio per lo stato cinese. Queste politiche portano avanti un approccio unidimensionale di ciò che la Cina è attualmente e di ciò che potrebbe diventare in futuro. Quindi il paradosso che è tale che, completamente desensibilizzati alla complessità della nazione e alla diversità della società, gli attori statali cinesi stessi minano la capacità dello Stato di governare bene.

Judith Shapiro: In un certo senso, questo è parte del sistema di governo del Partito Comunista cinese (Pcc) fin dall’inizio: l’idea che il Partito rappresenti il popolo e sappia meglio del popolo quello di cui questo ha bisogno.

Questo eco-modernismo come interagisce con la nozione di civiltà  ecologica?

Yifei Li: La civiltà ecologica è una strategia di governo globale. Una lettura prematura da parte di molti osservatori — dentro e fuori la Cina —  la liquida come “propaganda”. La civiltà ecologica rappresenta l’unica “innovazione” del marxismo cinese alla classica formulazione marxista degli stadi di sviluppo, dalla società agricola all’imperialismo, al capitalismo, al socialismo e poi, alla fine, al comunismo. I marxisti cinesi, sostenuti dallo Stato, stanno essenzialmente suggerendo che la civiltà  ecologica è lo stadio di transizione dal socialismo al Comunismo. Di fatto dicono che la Cina sta vivendo qualcosa che è marxista, ma che Karl Marx stesso non ha visto. In questo senso, rappresenta un contributo intellettuale unico.

La Cina sostiene che prima del periodo delle Guerre dell’Oppio, a metà del Diciannovesimo secolo, era in testa nella civilizzazione mondiale: da qui è poi seguito un secolo di umiliazioni. Il Pcc ora guarda a sé stesso come il ringiovanimento della “nazione cinese”, come il ritorno della gloria della Cina: non sta semplicemente costruendo un tipo di civiltà, sta costruendo un tipo di civiltà unica ed ecologica. Questo, in un certo senso, diventa il marchio del Pcc, messo su quello che sta costruendo in Cina. È importante leggere la centralità della civiltà ecologica nella maniera in cui lo Stato cinese pensa a se stesso. La protezione ambientale continuerà ad avere un ruolo molto importante nelle politiche statali cinesi.

Judith Shapiro: Vale la pena ricordare che questa nozione è stata inserita nella Costituzione cinese e nei piani quinquennali: avrebbero potuto usare la frase “sviluppo sostenibile”, ma hanno scelto di non farlo perché sarebbe stata un’importazione occidentale.

Può spiegare il fenomeno del “green grabbing” (l’appropriazione di terra e/o risorse in nome dei politiche o pratiche ecologiche che ha un impatto negativo sulle popolazioni locali, ndr) e cosa ci dice sull’approccio del Governo cinese alla transizione energetica sul terreno?

Judith Shapiro: Nei suoi tanti programmi ambientali, lo Stato cinese promuove i suoi obiettivi nei confronti delle istituzioni e dei cittadini. Per esempio, la Cina ha, per diverso tempo, costruito dighe. Si tratta però di operazioni che servono gli interessi dei funzionari locali, che beneficiano della vendita di elettricità. Ora, con l’impegno alla neutralità carbone entro il 2060, è diventato molto più facile per lo Stato giustificare la necessità di costruire dighe come parte di un progetto legato alle energie rinnovabili. Le dighe idroelettriche sono già incredibilmente controverse, in Cina e all’estero, e sono osteggiate dalle comunità interessate. I paesi a valle del fiume Mekong, come il Vietnam, sono stati enormemente colpiti dalla costruzione di dighe da parte della Cina. Anche l’India è preoccupata per i progetti di dighe cinesi sul fiume Brahmaputra.

Se lo Stato ascoltasse chi si oppone alle dighe, potrebbe evitare di commettere gravi errori. Per esempio, la diga che era stata progettata per la Gola del Salto della Tigre nella provincia dello Yunnan avrebbe rappresentato un danno terribile per il patrimonio immateriale della Cina: il progetto è stato abbandonato nel 2007 a seguito di una grande campagna. Purtroppo alcuni di questi progetti sono di nuovo sul tavolo: dobbiamo tenere d’occhio questa nuova serie di pretesti per costruire intorno all’energia idroelettrica: è molto dannosa per la diversità, le leggi sul paesaggio e i diritti umani.

Yifei Li: Gran parte dell’ammirazione internazionale per l’ambientalismo cinese arriva dalla promozione delle energie rinnovabili da parte della Cina. È qui che dobbiamo fare attenzione. L’energia idroelettrica può essere rinnovabile dal punto di vista energetico, ma le dighe stanno essenzialmente distruggendo gli equilibri degli ecosistemi fluviali e hanno impatti sociali ed economici di lunga durata sulle comunità locali. Dobbiamo chiederci a quale costo la Cina sta realizzando le sue politiche di energia rinnovabile.

In che misura la transizione della Cina può accentuare le disuguaglianze sociali, sia all’interno del Paese, che all’estero?

Judith Shapiro: Lo spostamento di popolazioni  causato da progetti, iniziative o ragioni ambientali è fondamentale quando si considera la giustizia climatica. Al di là dei confini, per esempio, si stanno costruendo dighe sul fiume Mekong per soddisfare i bisogni energetici cinesi. Anche lungo la Nuova via della Seta (il programma di infrastrutture per collegare l’Asia con l’Africa e l’Europa attraverso reti terrestri e marittime) la Cina esporta centrali elettriche a carbone e cerca ed estrae materie prime. Il tutto con gravi impatti ambientali. Lo spostamento per ragioni ambientali viene, in maniera sempre più evidente, spostato oltreoceano verso le comunità più povere che sono in una posizione più debole per resistere (in Africa, in America Latina o anche lungo la Nuova via della Seta). Oggi, la Nuova via della Seta viene vista come una vittoria per la Cina e i suoi partner e in qualche modo fa eco alla teoria che il capitalismo all’ultimo stadio ha bisogno di cercare costantemente nuovi mercati e materie prime.

Yifei Li: Un esempio di disuguaglianza urbano-rurale è il mandato di riciclaggio nella città di Shanghai, dove da anni si ricicla. Molti lavoratori migranti dipendono da questa industria come fonte primaria di reddito. Il Governo sta ora cercando di costruire un sistema di riciclaggio formalizzato in città, e per questo spinge i lavoratori migranti a partire, e assume al loro posto lavoratori locali. In parallelo esiste una politica di imborghesimento della città che limita lo spazio economico per i lavoratori migranti, in modo che questi non possano continuare a crescere e installarsi nei grandi centri metropolitani di Shanghai e Pechino. Questa è una tendenza comune che stiamo vedendo anche in altri posti.

Che impatto ha sulla logica economica dell’equilibrio costi-benefici alla base delle ambizioni ecologiche del Governo cinese?

Yifei Li: La Cina sta usando la Nuova via della Seta come un meccanismo per assorbire il suo surplus economico: sta esportando tecnologie ferroviarie ad alta velocità ai suoi partner sulla Nuova via della Seta, a fronte di un mercato interno cinese saturo. La Nuova via della Seta sta diventando una strategia di crescita economica cinese. Quello che è impressionante è che, nonostante la distruzione ambientale causata dall’iniziativa, gli attori statali cinesi continuano a chiamarla “verde, intelligente, vincente”. E non è che mancano le prove: esistono testimonianze abbondanti sulla distruzione degli habitat ecologici, dei porti marittimi di acque profonde che danneggiano interi sistemi marini, e delle centrali a carbone che rilasciano più carbonio nell’atmosfera.

La Cina ha annunciato un piano per raggiungere il picco delle emissioni di carbonio non più tardi del 2030, e poi la neutralità del carbonio entro il 2060. La vera domanda è: come ci riusciranno? Diversi esperimenti locali cercano di rendicontare la neutralità del carbonio. A Pechino, per esempio, chiunque voglia ospitare un evento sportivo deve fare quello che chiamano un “inventario del carbonio su larga scala”, calcolando quanta energia, carburante, acqua, etc… richiederà l’evento in questione. Il totale sarà poi confrontato con la quota di carbonio assegnata dal Governo. Chiunque superi la propria quota deve andare al meccanismo di limitazione e scambio del carbonio a Pechino per comprare crediti di carbonio. A me pare un esperimento rischioso, perché dà agli attori del Governo cinese un’enorme autorità nel determinare quanto carbonio ogni evento è autorizzato a rilasciare. Non è inverosimile immaginare uno scenario in cui gli eventi più allineati con le ambizioni dello Stato ottengono più crediti. Se (o quando) l’impegno della neutralità del carbonio sarà raggiunto su scala nazionale preoccupa, se fatto in questo modo.

La Cina mira alla leadership intellettuale mondiale sul modello per conciliare sviluppo economico e transizione ecologica?

Yifei Li: I diplomatici cinesi sostengono l’idea di vedere l’approccio economico cinese replicato con successo in altre parti del mondo, come l’Africa e il Sud America. Lo Stato cinese vuole essere un leader globale nella protezione dell’ambiente. Sotto Trump, gli Stati Uniti hanno smantellato gran parte dell’apparato che era stato pensato per la protezione ambientale. La Cina sembra molto desiderosa di riempire quel vuoto. Se vuole essere all’altezza del suo potenziale come leader globale, Pechino deve imparare ad ascoltare gli attori non statali, deve imparare ad essere sensibile alle visioni alternative di sviluppo e alle preoccupazioni che possono o non possono allinearsi con la visione di sviluppo urbano-centrico che sembra essere così profondamente radicata nello Stato cinese.

Potrebbe dirci di più sugli impatti ambientali non climatici in Cina?

Judith Shapiro: Guardare solo al carbonio fa perdere di vista molti altri tipi di impatto ambientale. Le mega-dighe cinesi, per esempio, hanno enormi ripercussioni su tutti i tipi di ecosistemi. A volte, con l’urgenza della crisi climatica, dimentichiamo che ci sono anche altre questioni ambientali in gioco.

Yifei Li: Una delle intuizioni centrali degli studi ambientali è che tutto è collegato. Non possiamo separare attività come le monocolture di mais o di soia dal sistema più ampio che le genera e dal danno che infliggono ad altre parti dell’ecosistema. Che si tratti di una foresta, di un ecosistema marino o di un ecosistema urbano, qualsiasi progetto dovrebbe essere sensibile non solo agli impatti ecologici a lungo termine, ma anche agli impatti che possono non sembrare immediatamente evidenti.

Prendiamo la diga delle Tre Gole, per esempio: le preoccupazioni erano già state espresse durante la sua costruzione, anche prima che molte delle conseguenze ecologiche fossero state previste. Solo dopo dieci, vent’anni stiamo cominciando a renderci conto della perdita a lungo termine della sedimentazione, compreso ciò che questo significa per le comunità a valle. Questa conseguenza non era nota prima, semplicemente perché gli esseri umani non avevano mai sperimentato un impatto simile su quella scala. Oggi sappiamo per certo che a causa della diga delle Tre Gole, la città di Shanghai non sta ricevendo abbastanza sedimenti, causando il lento dilavamento nel Mar Cinese Orientale perché l’acqua dell’oceano è salata ed erosiva. Le conseguenze ecologiche impiegheranno molto tempo a manifestarsi. Ma se non facciamo attenzione ora, le conseguenze saranno molto costose, più tardi.

La Cina sta investendo per adattarsi agli effetti del cambiamento climatico? Quanto è importante questa priorità per il Governo cinese?

Yifei Li: È una priorità enorme. La città di Shanghai, dove sono nato e cresciuto, rischia di subire gravi eventi climatici avversi se il livello del mare continua a salire. I dirigenti sono pienamente consapevoli di questi pericoli e stanno investendo in una diga marina paragonabile a quella di Venezia. Inoltre, Shanghai ha investito in più di 600 pompe sui suoi corsi d’acqua per pompare l’acqua e limitare gli impatti sugli insediamenti umani in caso di tempesta. La città investe, inoltre, tutto l’anno in progetti di rinforzo degli argini. È una lotta continua: Shanghai è il centro metropolitano economicamente più importante per l’economia cinese. Semplicemente non possono permettersi di perderlo a causa del cambiamento climatico. Ma è sorprendente che ci siano questi enormi sforzi per rendere Shanghai resistente al clima, mentre allo stesso tempo l’economia cinese continua ad emettere carbonio e tutti i tipi di gas serra che rendono le prospettive climatiche a lungo termine sempre più buie.

Judith Shapiro: Nel complesso, lo stato cinese è molto più consapevole del cambiamento climatico rispetto ai cittadini. I cinesi sono più preoccupati dell’impatto dell’inquinamento dell’aria o dell’acqua sulla loro salute pubblica ma, anche tra i più istruiti, il cambiamento climatico sembra una preoccupazione astratta. Alcuni giovani stanno seguendo l’esempio di attivisti come Greta Thunberg, ma l’inquinamento a livello del suolo sembra molto più urgente quando tutti tossiscono e i bambini non possono uscire a giocare.

Come vede la cooperazione internazionale tra Europa e Cina in materia di ambiente, priorità e progetti reciproci?

Yifei Li: L’ambiente (e il clima in particolare) è un’area con un reale potenziale di partnership tra Cina ed Europa, ma non solo: anche tra Cina e Stati Uniti. L’Europa ha ormai esperienza con il sistema di scambio di quote di emissione, per esempio, e la Cina sembra desiderosa di acquisire queste competenze e di metterle in pratica.

Inoltre, a differenza di molti dei partner cinesi della Nuova via della Seta in Africa e Asia centrale, l’Europa ha istituzioni forti. Le Direzioni generali dell’Unione europea per l’energia e per l’ambiente hanno entrambe regole stabilite e un curriculum di successo. Mentre la Nuova via della Seta mette radici in paesi come l’Italia o la Germania, sarà interessante vedere come i funzionari dell’Ue possono considerare gli investitori statali cinesi responsabili di fronte alla legge europea e non a quella cinese. La Cina e i suoi partner stranieri non hanno istituzioni legali per gestire i progetti della Nuova via della Seta: quello che la Cina, ad oggi, è seguire le disposizioni legali e i codici normativi locali. Uno scenario positivo possibile (e vincente per tutti) è quello nel quale i progetti della Nuova via della Seta sono vantaggiosi per gli europei e mantengono il senso che gli investitori economici statali cinesi hanno dato loro.

Al momento vediamo la Cina collaborare con paesi come Sri Lanka, Gibuti e Tanzania: in questi casi il regime politico locale è corrotto, minimale o semplicemente inefficace. In questo senso, l’Ue sarà un test chiave per Nuova via della Seta.

Judith Shapiro: Alcuni commentatori avanzano questa ipotesi: le relazioni Usa-Cina sono state così profondamente danneggiate dalla guerra commerciale di Trump che la politica climatica si concentrerà sulla competizione piuttosto che sulla cooperazione. Non sono d’accordo che debba per forza andare così. Guardando indietro al vertice APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) del 2014, Barack Obama e Xi Jinping si sono impegnati a lavorare insieme sul clima. Questi temi possono essere visti come momenti per rinnovare una partnership interrotta. Parlo come qualcuno che ha dedicato la sua vita alla relazione Usa-Cina: vorrei che potessimo mantenere la possibilità che gli Stati Uniti e la Cina possano lavorare a stretto contatto su questo tema. Questo non vuol dire che la Cina debba essere scusata per le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e in Tibet, per esempio, o per la situazione nel Mar Cinese meridionale: ma sul clima, gli Stati Uniti e la Cina hanno di fronte un terreno vasto per lavorare insieme.

Yifei Li: Non si tratta di Cina e Ue o Usa che scelgono di lavorare insieme. Siamo nel mezzo di una crisi planetaria che è semplicemente troppo urgente. Se vogliamo seriamente assicurarci che questo pianeta resti umanamente abitabile, lavorare insieme è l’unica opzione.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

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