Il ritorno della guerra in Europa e i progetti di militarizzazione del continente hanno sollevato discussioni accese, soprattutto in seno al movimento verde, sul significato dei valori pacifisti. La vita e il lavoro di Alexander Langer, a trent’anni dalla sua prematura scomparsa, non offrono risposte pronte, ma pongono domande più che mai attuali: come si costruisce concretamente la pace, al di là dei facili slogan, e come la si rende desiderabile?

Trent’anni fa ci lasciava Alexander Langer, una delle figure più importanti del movimento verde italiano ed europeo. Insegnante, traduttore, giornalista, politico e militante ecologista nonviolento, nel corso degli anni Ottanta ricopre più volte il ruolo di consigliere provinciale in Alto Adige/Südtirol, e in seguito è parlamentare europeo dal 1989 al 1995.

Langer interpreta il suo ruolo politico locale e poi europeo con grande dedizione, mostrando importanti capacità di mediazione, sensibilità, e un’incessante volontà di costruire ponti tra culture, persone, ed esperienze diverse. Il suo pensiero e la sua azione politica rivelano un desiderio di comprendere il presente e il contesto storico documentandosi, informandosi e confrontandosi direttamente con le realtà in cui si trova ad operare. È questa ricettività verso le dinamiche sociali e politiche che consente a Langer di intuire con decenni di anticipo le sfide principali del nostro tempo, dalla transizione ecologica al ritorno dei conflitti etnici. Langer si sforza di trovare nuove modalità e strumenti per costruire la pace e la convivenza tra i popoli, per sostenere la giustizia ambientale e sociale e per attuare una conversione ecologica della società dei consumi.

Il pensiero di Langer sul tema della conversione ecologica resta uno dei suoi contributi più importanti e attuali. Quelle riflessioni fanno parte di un impegno politico eco-pacifista ed europeo estremamente ricco di proposte e iniziative rilevanti. Tre decenni più tardi, qual è il lascito del politico altoatesino? Cosa possiamo riprendere dal suo pensiero per affrontare la complessità delle sfide del nostro tempo?

Un laboratorio di convivenza

Alexander nasce il 22 febbraio 1946 a Sterzing-Vipiteno, in Sudtirolo, oggi appartenente alla regione italiana del Trentino-Alto Adige/Südtirol, al confine con l’Austria. Di madrelingua tedesca ma educato al bilinguismo, già da ragazzo Langer sperimenta sulla sua pelle cosa significhi appartenere a una minoranza linguistica a livello nazionale, che è tuttavia maggioranza a livello locale. Comprende come il confine sia un luogo di grande ricchezza culturale, sebbene la coesistenza delle tre comunità linguistiche che abitano la regione – italiana, tedesca e ladina – non sia sempre facile.

Profondamente cattolico, Langer si impegna fin da giovane per la costruzione di una convivenza pacifica in una regione segnata da forti tensioni etniche. Appena maggiorenne partecipa a un “gruppo misto”, che promuove l’incontro e la conoscenza reciproca tra le comunità linguistiche del territorio. Questi incontri servono a testare su scala locale la possibilità di un nuovo modello di convivenza interlinguistica a livello provinciale. Per le sue peculiarità storiche, geografiche e sociali, il Sudtirolo diventa per Langer un laboratorio dove sperimentare il futuro di una società europea sempre più pluriculturale, e una bussola per la risoluzione pacifica dei conflitti etnici.

Dopo un periodo trascorso a Firenze per gli studi universitari, Langer diventa uno dei protagonisti del Movimento del Sessantotto nella sua regione natale, e successivamente aderisce all’organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra Lotta Continua. È grazie ad alcuni periodi di studio e di lavoro politico trascorsi in Germania Ovest che Langer entra in contatto con le prime iniziative eco-pacifiste nate dal basso che si stanno formando in quel periodo.

Alla fine degli anni ‘70, Alexander entra attivamente nella politica locale, riuscendo a farsi eleggere con la lista Neue Linke/Nuova Sinistra da lui fondata. Come consigliere provinciale, si distingue per il suo rifiuto di partecipare al “censimento etnico” a livello provinciale, che ritiene incline a rafforzare le barriere tra i gruppi linguistici.

Nel corso degli anni ‘80, Langer continua a impegnarsi per la pacificazione interetnica dell’Alto Adige/Südtirol: la sua proposta politica, sempre più a carattere ecologista, mira alla promozione di una pace tra le persone e la natura e a una convivenza che valorizzi le varie comunità linguistiche senza portare a uno scontro politico e sociale. Da politico locale, Langer si dimostra capace di coinvolgere i gruppi e le associazioni del territorio e di collegare il suo lavoro nelle istituzioni con le istanze provenienti dalla società civile.

Negli stessi anni, contribuisce alla nascita di un soggetto politico ecologista in Italia, anche grazie ai suoi contatti con il movimento verde tedesco. Langer teorizza una proposta non strettamente partitica e al di là della tradizionale divisione tra destra e sinistra. 

Un’Europa dei popoli

Langer viene eletto deputato europeo nel giugno del 1989 con la Federazione delle Liste Verdi, e di nuovo nel 1994 con la Federazione dei Verdi. Per il politico altoatesino, il Parlamento europeo rappresenta un osservatorio privilegiato in un momento storico cruciale per l’Europa, e Langer coglie l’opportunità per ampliare le reti con i movimenti eco-pacifisti del continente. Come co-presidente del primo Gruppo dei Verdi al Parlamento europeo (incarico condiviso prima con la deputata portoghese Maria Santos e poi con la tedesca Claudia Roth), promuove una visione europeista all’interno della neonata formazione politica, cercando di equilibrare le diverse anime presenti al suo interno. Nonostante le criticità interne alla Comunità Economica Europea a 12 membri, Langer non smette mai di sostenere una reale unione politica paneuropea.

Durante i suoi mandati parlamentari, si occupa della salvaguardia dell’ambiente, di politiche internazionali Nord-Sud (sostenendo la necessità di relazioni più eque e sostenibili), e della difesa dei diritti umani e delle minoranze. In seguito alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, spinge per una rapida apertura verso est da parte della Comunità europea per rispondere alle richieste di sviluppo socioeconomico e democratico dell’Europa orientale. Si occupa anche di numerosi conflitti – da Cipro alla guerra del Golfo, Israele-Palestina, e l’ex-Jugoslavia – chiedendo che l’Europa giochi un ruolo di pace, e nel frattempo incoraggia l’attuazione di una politica per il disarmo e la riconversione dell’industria bellica europea.

Nei limiti dei suoi poteri da eurodeputato, Langer invoca più volte la necessità di costruire una politica estera europea comune. Negli ultimi anni del suo mandato, si focalizza in particolare sull’area euro-mediterranea, spingendo per un processo di integrazione complementare a quello intra-europeo che includesse una maggiore attenzione verso i crescenti fenomeni migratori, la salvaguardia dell’ambiente, della pace, e dei diritti umani, e la promozione del dialogo interreligioso e culturale. Questa integrazione deve essere accompagnata dalla costruzione dal basso di una nuova “fratellanza euromediterranea” con il coinvolgimento della società civile.

Per Langer, l’unità politica della Comunità Europea deve precedere l’unità economica e di mercato, e il Parlamento europeo deve rafforzare i suoi poteri per consolidare il sistema democratico. La fine della Guerra Fredda rappresenta a suo parere un momento cruciale per rilanciare il processo di integrazione europea in chiave sia federalista che regionalista. Nella sua visione, l’Europa è una casa comune che deve rappresentare un’alternativa convincente ai nazionalismi e alle spinte verso l’esclusivismo che scaturiscono dai rinnovati fermenti etnici di quegli anni. Il trasferimento di poteri dello stato nazionale verso le comunità locali e le regioni e le istituzioni sovranazionali è funzionale a questo progetto.

Sarajevo Europa

Negli ultimi anni del suo mandato, Langer concentra i suoi sforzi sulla ricerca di una soluzione nonviolenta al conflitto jugoslavo. Deluso dall’immobilismo delle istituzioni europee e dai fallimenti dei negoziati, si fa promotore del Verona Forum per la pace e la riconciliazione, una rete che riesce a far incontrare a più riprese vari gruppi provenienti dai territori jugoslavi in conflitto che si oppongono alla guerra. L’intento è dare voce a chi viene escluso dalle conferenze ufficiali.

Anche dai banchi del Parlamento europeo, Langer chiede incessantemente di fermare le violenze e di trovare una soluzione diplomatica e pacifica per il futuro della Jugoslavia grazie al coinvolgimento di tutte le parti in causa. Incoraggia la promozione di un’informazione libera e meno nazionalista, il sostegno per le forze democratiche e di pace presenti in quei territori e la necessità di fornire asilo politico ai disertori e ai renitenti alla leva tanto quanto ai rifugiati.

Grazie alle numerose missioni politiche ufficiali e alle cosiddette carovane di pace, si reca diverse volte nelle aree di conflitto. Stringe rapporti con chi si impegna per la convivenza interetnica come, ad esempio, il sindaco di Tuzla (Bosnia) Selim Bešlagić, simbolo di quegli sforzi. Langer sollecita l’apertura dell’Unione europea ai popoli jugoslavi e propone l’adesione della Bosnia-Erzegovina. Il 26 giugno 1995, pochi giorni prima che si consumasse il genocidio di Srebrenica, si reca con una delegazione di parlamentari e attivisti a Cannes, dove si è riunito il Consiglio europeo, per diffondere l’appello “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. L’appello denuncia la politica di “neutralità” che ha privato l’Europa “di ogni credibilità presso i bosniaci e di ogni rispetto da parte degli aggressori.”

Fin dai primi anni del conflitto jugoslavo, constatata l’inerzia dell’Unione europea e il fallimento dei negoziati, Langer ha chiesto di intervenire con una forza di interposizione guidata dall’Onu per fermare le violenze e ristabilire il diritto internazionale. Nel 1994 propone di costituire un corpo civile di pace europeo per rafforzare la politica estera dell’Unione. Composto da professionisti e volontari dotati di capacità di mediazione, questo corpo avrebbe avuto compiti di prevenzione, monitoraggio e facilitazione del dialogo nonviolento o della negoziazione con le autorità locali nelle zone di conflitto. Tale progetto è stato negli anni spesso ripreso a delle istituzioni europee, ma nonostante appaia fortemente necessario, non è stato ancora realizzato.

Costruire la pace

Langer si definisce profondamente pacifista, un “facitore di paci”, grazie soprattutto all’esperienza maturata nel contesto del conflitto etnico del suo Sudtirolo. In quanto costruttore di pace che ricerca soluzioni concrete, Langer rifiuta un generico pacifismo che definisce “gridato” o “dogmatico”. Nel corso della sua vita, collabora con una serie di organizzazioni per la pace come il Movimento nonviolento, il gruppo Beati Costruttori di Pace, il Movimento Internazionale di Riconciliazione, Pax Christi, e l’Associazione per la Pace. Negli anni Ottanta, riprendendo i temi dell’antimilitarismo pacifista e nonviolento, partecipa alle campagne per l’obiezione alle spese militari e a diverse marce per la pace.

Nel contesto delle guerre di cui si occupa, Langer sostiene l’esigenza di riformare le istituzioni come l’Onu e il diritto internazionale per affinare o trovare nuovi strumenti di prevenzione dei conflitti. Tuttavia, non manca anche di mettere in discussione i movimenti per la pace e la nonviolenza, provando a ripensarne azioni e strategie con l’obiettivo di aumentarne l’efficacia. In quest’ottica, per esempio, propone la creazione di gruppi, alleanze, patti interetnici e interculturali per il dialogo e l’azione comune in zone di conflitto,  sul modello sperimentato in Sudtirolo.

Per superare il pacifismo “gridato”, Langer sottolinea la necessità di rafforzare l’azione della società civile. Le guerre, infatti, iniziano ben prima del conflitto armato e per questo, uno dei compiti dei movimenti per la pace dovrebbe essere quello di “scoprire e divulgare” il legame esistente tra lo stile di vita di ognuno e ciò che alimenta finanziariamente una guerra. Di fronte al fallimento della politica, gli individui possono ritirare la propria adesione a un ordine economico, politico, sociale ed ecologico che produce un grado elevato di conflitti e violenza. Per togliere sostegno e giustificazione alle guerre, occorre rafforzare le opzioni per l’obiezione di coscienza e ampliare la base culturale a sostegno della pace e della convivenza.

A Langer appare chiaro che la costruzione della pace non è separabile dalla salvaguardia della natura, dalla giustizia, e dalla solidarietà tra i popoli. Tanto per la trasformazione sostenibile della società quanto per la prevenzione dei conflitti, non basta la paura di una catastrofe o di una guerra, ma serve rendere desiderabile la pace tra gli esseri umani e con la natura. Per trovare sostegno, le ragioni della pace e dell’ecologia devono riuscire a mostrare il loro legame con la qualità della vita delle persone. Occorre quindi una nuova spinta etica tanto per attuare una conversione ecologica della società quanto per contrastare le ragioni delle guerre.

Ricordare per provare a continuare

In uno scritto del marzo 1990, Langer pone a sé stesso la domanda: “Vivresti effettivamente come sostieni che si dovrebbe vivere?”1 Il dubbio sulla coerenza tra i suoi comportamenti e le sue convinzioni è una costante che accompagna la vita e l’azione politica di Alexander Langer, sempre a difesa degli ultimi e degli oppressi.

Le parole del politico altoatesino ci appaiono ancora fortemente attuali perché oggi vediamo di fronte a noi le conseguenze di ciò che non siamo riusciti a “riparare” e cambiare. Nelle sue riflessioni, Langer riesce a tenere insieme la complessità delle sfide che si presentano alla fine del XX secolo: dalla lotta ai cambiamenti climatici alla necessità di attuare una vasta politica di disarmo, dalla costruzione dal basso della pace e della convivenza tra i popoli alla visione di un’Europa politica più giusta, equa e sostenibile.

Tuttavia, le proposte e le iniziative di Langer si collocano in contesti e momenti storici profondamente differenti da quelli odierni. Più che fornire risposte pronte, la memoria della sua figura e del suo operato stimola una riflessione critica sul presente, interrogandoci sulle modalità del nostro agire e sulla necessità di elaborare risposte innovative e consapevoli alle sfide di oggi: l’emergere di nuovi e vecchi conflitti, le gravi ripercussioni della crisi climatica, e l’urgenza di ripensare i modelli sociali e politici in un’epoca di profonde trasformazioni globali.


  1. A. Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, A. Sofri, E. Rabini (a cura di), Sellerio Editore, Palermo 2011.
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