Quando ha accusato gli europei di essere contrari alla libertà di espressione alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera di febbraio, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha utilizzato strategicamente un’interpretazione radicale e conservatrice della libertà, che sta diventando sempre più egemonica. Per riprendere l’iniziativa, i progressisti devono difendere e ampliare la propria visione della libertà. Il lavoro del linguista cognitivo americano George Lakoff fornisce strumenti per comprendere il campo di battaglia politico e le vie d’azione.
Cominciamo con un’ovvietà: è grazie al nostro cervello che pensiamo, comprendiamo il mondo che ci circonda e coordiniamo le nostre azioni con quelle degli altri esseri umani. Il nostro cervello, la sua struttura e il suo funzionamento sono necessariamente legati al nostro corpo. Per usare un esempio tratto dalla psicologia sperimentale, una persona mancina riconoscerà più rapidamente una tazza se il manico si trova sulla sinistra. Per una persona destrorsa vale il contrario. Perché? Perché riconoscere un’immagine non è semplicemente una questione di acquisizione di informazioni, ma anche di anticipazione di una relazione tra l’oggetto e il nostro corpo. Ciò che percepiamo è la possibilità di afferrare questo oggetto e utilizzarlo.
Questi meccanismi fondamentali di comprensione sono in gran parte al di sotto del livello della nostra coscienza. I ricercatori spesso sostengono che il 98% dell’attività del nostro cervello sfugge alla nostra consapevolezza razionale. La comprensione mobilita meccanismi automatici su vasta scala di cui non siamo nemmeno consapevoli. Prendiamo un esempio dal repertorio di George Lakoff. Immaginiamo di accettare questa sfida: “non pensare a un elefante!” Ci renderemo immediatamente conto che ciò è semplicemente impossibile: proprio nel tentativo di non pensare a un elefante, siamo costretti a pensarci. È così che funziona il nostro cervello.1
Ma questo c’entra con la politica? Assolutamente sì! Ecco perché il lavoro di George Lakoff è così interessante. Lakoff ha insegnato linguistica cognitiva a Berkeley e si è rapidamente affermato a livello internazionale come leader di un movimento di ricerca chiamato “cognizione incarnata”, grazie al libro Metaphors We Live By (1980), scritto insieme al filosofo Mark Johnson. Dopo una serie di libri accademici acclamati, Lakoff ha deciso di mettere le sue conoscenze scientifiche al servizio di attivisti, difensori dei diritti civili e ambientalisti, femministe e democratici.
Come attivisti, tendiamo a credere che, affinché le persone agiscano per una causa di interesse collettivo, debbano prima comprenderla. Quindi iniziamo illustrandogliela, partendo dai fatti. Ma le scienze sociali hanno da tempo dimostrato che non è così che funzionano le cose. I valori, l’impegno, il senso di appartenenza a un gruppo e il desiderio di assomigliare alle persone che ammiriamo sono fattori che influenzano le nostre azioni molto più dei fatti.
Lakoff ha esplorato l’importanza dei valori e i loro legami con la politica nel suo libro Moral Politics: How Liberals and Conservatives Think, pubblicato per la prima volta nel 1996 e successivamente aggiornato. La sua tesi era semplice: i valori che ci guidano nell’accudire i bambini sono le fondamenta della nostra visione del mondo. Sono ciò che utilizziamo come riferimento inconscio per definire le nostre aspirazioni politiche. Lakoff distingue due modelli ideali, ciascuno con una propria coerenza interna, che definisce “padre severo” e “genitore premuroso”. L’originalità e la forza del suo approccio risiedono nel fatto che esso non si concentra sulle idee, ma sull’organizzazione fisica delle nostre reti neurali. Le conseguenze per la comunicazione politica sono di vasta portata.
Una questione di frame
George Lakoff è noto anche nel campo della comunicazione per il concetto di “frame”. Questo termine descrive uno dei meccanismi mentali più importanti quando si tratta di spiegare come il nostro cervello crea significato. I frame sono le strutture mentali che consentono agli esseri umani di comprendere la realtà e, talvolta, di creare ciò che consideriamo realtà. Un frame è un “campo di esperienza” che ci permette di dare un senso a ciò che ci accade. Descrive persone, oggetti, comportamenti e aspettative. Descrive inoltre spiegazioni e soluzioni ai problemi. Al contrario, esclude altri soggetti, oggetti, spiegazioni e soluzioni. Una sola parola è sufficiente per attivare un frame e, quando un frame viene attivato, mette in luce alcune cose e ne lascia altre nell’oscurità.
Il linguaggio non è neutro: ogni parola che usiamo evoca automaticamente e inconsciamente una serie di collegamenti, idee, giudizi e sensazioni. Questo è fondamentale per gli ecologisti. Parlare di questioni socio-ecologiche e chiedere che i nostri ambienti di vita siano protetti non è la stessa cosa che usare le parole “combattere il cambiamento climatico”. In un caso, stiamo attivando la responsabilità dei “guardiani benevoli”; nell’altro, stiamo parlando più di conflitto, del nemico da affrontare, che mobilita altri tipi di emozioni e azioni. Tutto questo avviene nell’intimità delle nostre reti neurali, che sono a loro volta plasmate dalle nostre esperienze, dal nostro apprendimento, dalla nostra cultura… e dalla nostra lingua.
La scelta delle parole è quindi fondamentale: parole diverse non attivano le stesse reti neurali; influenzano la nostra percezione del problema e, di conseguenza, le soluzioni che riteniamo appropriate. I frame sono cognitivi prima di essere linguistici. In altre parole, il nostro cervello elabora il significato, intuitivamente e inconsciamente, prima ancora che noi lo “esprimiamo a parole”.
Libertà conservatrice
Da decenni, ormai, la parola “libertà” è il totem lessicale del campo conservatore. Dietro l’uso conservatore di questa parola apparentemente universale si nasconde un preciso schema ideologico, che Lakoff descrive in modo approfondito.
In questo contesto, libertà significa soprattutto assenza di vincoli esterni: meno tasse, meno leggi, meno governo. È la libertà di possedere, di decidere per sé stessi, di non essere “tormentati” da regole o norme collettive. Nella sua versione più radicale, è anche la libertà di inquinare, di rifiutare i vaccini o di portare una pistola per strada in nome dell’autonomia individuale. Questa visione, profondamente radicata nella storia politica nordamericana, ma presente anche in Europa, trasforma l’individuo in un’isola la cui libertà è considerata un diritto contro gli altri, non con gli altri. In questa prospettiva, qualsiasi cosa collettiva è un vincolo.
I conservatori definiscono la libertà secondo una logica individualistica e gerarchica, radicata nella metafora morale del padre severo. Questo schema presenta le seguenti caratteristiche:
Libertà dall’intervento del governo: i conservatori caratterizzano la libertà come la riduzione al minimo delle dimensioni e dei poteri dello Stato. La libertà è intesa come la capacità degli individui di agire senza vincoli statali, in particolare in materia fiscale, normativa ed economica. Questo schema valorizza la libertà negativa, ovvero la libertà dall’interferenza dello Stato. Libertà = meno Stato, meno regolamentazione.
Libertà legata alla responsabilità individuale e alla moralità economica: la libertà è intesa anche come la capacità degli individui di assumersi la responsabilità di sé stessi, in un sistema in cui il successo dipende dall’impegno personale e dal merito. Questo schema moralizza l’economia, valorizzando la concorrenza e la responsabilità individuale, mentre rifiuta gli aiuti o gli interventi percepiti come privilegi o dipendenze. Libertà = responsabilità individuale e merito.
Libertà all’interno di un quadro gerarchico e familiare: secondo l’analisi di Lakoff, ripresa nella letteratura sul frame, i conservatori utilizzano una metafora morale della famiglia patriarcale, in cui la libertà è associata all’ordine, all’autorità e alla disciplina. Questa visione contrappone la libertà alla permissività e giustifica una gerarchia sociale naturale. Libertà = ordine, autorità e gerarchia morale.
Freedom as the protection of universal individual rights: nella tradizione liberale anglosassone, la libertà è anche intesa come rispetto dell’autonomia individuale, con lo Stato limitato a garantire i diritti fondamentali, senza un intervento eccessivo nelle scelte personali. Libertà = diritti individuali universali garantiti da uno Stato minimo.
Questi schemi vengono utilizzati per costruire una narrazione coerente, che pone la libertà al centro dei valori, definendola tuttavia in modo tale da legittimare politiche conservatrici volte a limitare lo Stato e promuovere il libero mercato.
I conservatori sono stati in grado di applicare questo schema a ogni aspetto del loro discorso: libertà d’impresa (tradotta in deregolamentazione totale), libertà di espressione (utilizzata per difendere l’incitamento all’odio o il negazionismo climatico), libertà di istruzione (a scapito del servizio di pubblica istruzione), libertà religiosa (utilizzata per opporsi ai diritti delle donne o delle persone LGBTQIA+), ecc. Questa costruzione narrativa è molto efficace nel mobilitare emotivamente una parte dell’elettorato, in particolare la classe media bianca preoccupata per il cambiamento sociale.
Questa narrazione sfrutta una concezione orwelliana della libertà, secondo cui la riduzione dei servizi pubblici diventa una forma di “liberazione” dei cittadini. Un esempio spesso citato è la retorica di Ronald Reagan, che ha reso popolare l’idea che “ridurre le tasse” o “ridurre il campo d’azione del governo” equivalga ad aumentare la libertà individuale. Questa metafora trasforma complesse politiche economiche in un’immagine semplice ed emotiva: meno governo = più libertà. Un altro esempio è la campagna presidenziale di Donald Trump del 2024, che ha ripreso e amplificato questo schema presentando la libertà come la capacità di agire senza l’intervento del governo, in particolare in materia di immigrazione, regolamentazione economica e diritti individuali, mobilitando al contempo una metafora morale familiare (la nazione come una famiglia, dove l’ordine e l’autorità sono essenziali).
Secondo Lakoff, i progressisti hanno abbandonato troppo a lungo il campo lessicale della libertà, lasciandolo nelle mani di coloro che lo hanno trasformato in uno slogan vuoto o in uno scudo ideologico per difendere e promuovere le disuguaglianze. Questo errore strategico ha un costo: quando una singola visione del mondo monopolizza una parola così fondamentale, qualsiasi tentativo di riforma, sia essa economica, sociale o ecologica, può facilmente essere dipinto in modo caricaturale come un attacco contro di essa.
Secondo Lakoff, i progressisti hanno abbandonato troppo a lungo il campo lessicale della libertà.
Ridefinire la libertà
“It’s time to reclaim freedom seriously again, and to reformulate a powerful progressive framework around it”. George Lakoff, Whose Freedom?
Lakoff sostiene un approccio alternativo basato sull’eredità storica delle lotte progressiste e sull’estensione dei diritti civili, la tutela dei lavoratori e un più ampio accesso all’assistenza sanitaria. Una libertà collettiva ed emancipante garantisce i mezzi per compiere le proprie scelte (libertà di votare senza ostacoli, libertà di prendersi cura di sé stessi, libertà attraverso l’istruzione pubblica, ecc.).
Per farlo, Lakoff sostiene una narrazione emotiva che mobiliti l’empatia piuttosto che l’interesse personale, la metafora della famiglia (la nazione come una famiglia amorevole che si prende cura dei propri membri) e i valori condivisi (protezione, aiuto reciproco, ecc.). Ci ricorda anche di non adottare il linguaggio dell’altra parte (parlando dei poteri dello Stato), poiché è impossibile non pensare a un elefante.
Nel modello del genitore premuroso, proposto da Lakoff per rappresentare la moralità progressista, la libertà non è un assoluto astratto: è relazionale, contestuale, concreta. È costruita con gli altri e con l’aiuto di istituzioni comuni. Non siamo liberi nella povertà. Non siamo liberi senza assistenza. Non siamo liberi quando non possiamo scegliere la nostra vita. Non saremo liberi in un mondo più caldo di 4 gradi Celsius. Essere progressisti, quindi, significa difendere una libertà accessibile a tutti. La libertà non può essere prerogativa di pochi a scapito degli altri. È un progetto sociale collettivo.
Ciò significa soprattutto cambiare il nostro linguaggio, i nostri slogan e le nostre narrazioni. Ad esempio:
Libertà di vivere in un mondo abitabile: il clima non è una questione tecnica, ma una questione di libertà fondamentale. Un pianeta invivibile non offre alcuna libertà di scelta né alcun futuro.
Libertà di decidere del proprio corpo: il diritto all’aborto non è una questione morale, ma una condizione essenziale per l’autonomia delle donne.
Libertà di prendersi cura di sé stessi, di invecchiare con dignità, di studiare: questi diritti sono condizioni concrete per l’esercizio della libertà. Senza sicurezza sociale, la libertà diventa un privilegio riservato ai ricchi.
Libertà di non essere discriminati: la discriminazione razziale, sessista o omofoba priva milioni di persone delle libertà fondamentali nella loro vita quotidiana, come l’alloggio, il lavoro, la sicurezza e l’amore.
Questo lavoro di riformulazione può e deve essere applicato a tutti i settori. Sul piano economico, occorre ribadire come la precarietà ostacoli la libertà: se il salario minimo impedisce di vivere una vita dignitosa, si perde la libertà. Per quanto riguarda gli alloggi e i trasporti pubblici, è necessario sottolineare che riscaldarsi e spostarsi non sono lussi, ma libertà esistenziali. E, per quanto riguarda la democrazia, è necessario insistere sulla libertà di decidere insieme: il diritto di voto, la trasparenza e la partecipazione dei cittadini sono tutti esercizi di libertà collettiva.
Secondo Lakoff, un esempio di successo è stato l’attenzione di Kamala Harris, nella campagna elettorale statunitense del 2024, alla “libertà di vivere con dignità”, combinando i diritti LGBTQIA+ e riproduttivi e la protezione sociale in un unico schema unificante. Kamala Harris ha cercato di recuperare il concetto di libertà, collegandolo a diritti concreti e collettivi: libertà di interessarsi, di votare, di essere protetti socialmente. La sua campagna illustra la strategia di proporre una narrazione alternativa, più inclusiva ed emotivamente mobilitante, in opposizione ai frame conservatori.
Alcuni politici europei ecologisti e progressisti hanno utilizzato narrazioni simili. Angelo Bonelli (Italia) ha affermato: “Non può esserci libertà in una società che ti condanna all’inquinamento, all’insicurezza e all’esclusione”. Jean-Marc Nollet (Belgio) ha sostenuto che “la libertà non significa dover scegliere tra riscaldamento e cibo. Libertà significa poter vivere con dignità, e l’ecologia contribuisce a questo”. E Teresa Ribera (Spagna) ha affermato che “la libertà non consiste nel poter scegliere Uber. Si tratta di riuscire ad arrivare alla fine del mese, respirare aria pulita e avere un futuro”.
Questi esempi mostrano anche come i frame operino attraverso metafore narrative, che semplificano concetti astratti e mobilitano le emozioni, rendendo così possibile controllare il significato politico della libertà. Lakoff insiste sul fatto che la ripetizione e la coerenza di questi schemi nei media e nel discorso politico sono essenziali per la loro efficacia.
È riappropriandoci delle parole che possiamo trasformare la nostra immaginazione e, con essa, la realtà
Libertà: un valore collettivo
La libertà non è l’opposto della giustizia sociale, ma la sua promessa. È quindi essenziale rompere la trappola retorica che contrappone libertà e uguaglianza. Dobbiamo dimostrare che regole eque rendono tutti più liberi e che, in questa concezione, lo Stato è il garante di questa libertà, non il suo nemico, e che la solidarietà è un potere liberatorio.
I progressisti e gli ecologisti vogliono più libertà, non meno. Ma per tutti, non solo per pochi. Ed è responsabilità delle autorità pubbliche rendere possibile tutto questo. Questo obiettivo deve essere parte integrante dei nostri discorsi, dei nostri programmi politici, dei nostri manifesti elettorali, ma anche delle nostre storie personali. Dobbiamo dimostrare che le nostre lotte riguardano vite reali, il recupero della dignità, porte che si aprono invece di chiudersi. Dobbiamo difendere l’idea che la regolamentazione, i diritti sociali, i servizi pubblici e la protezione dell’ambiente sono strumenti che rendono la libertà una realtà per tutti.
Rivendicare il concetto di libertà non solo è possibile, ma è anche fondamentale per il progetto ecologista. Perché è riappropriandoci delle parole che possiamo trasformare la nostra immaginazione e, con essa, la realtà. La scelta delle parole è solo la punta dell’iceberg. Comprendere cosa sta succedendo sotto la superficie, elaborare e sviluppare una strategia a lungo termine, è sempre più una componente fondamentale dell’azione politica.
This translation was commissioned thanks to the support of the Heinrich-Böll-Stiftung.
- George Lakoff (2004). Don’t Think of an Elephant!: Know Your Values and Frame the Debate. White River Junction: Chelsea Green Publishing. Una versione aggiornata ed espansa è stata pubblicata nel 2014. ↩︎
