I deficit di democrazia dell’Unione europea — reali e percepiti — sono stati a lungo il suo tallone d’Achille. Con l’espansione del ruolo dell’Unione, i dibattiti sui suoi mandati democratici e costituzionali aumenteranno. Esiste un senso emergente di comunità politica, segno vitale per ogni democrazia? Date le differenze profondamente radicate tra i paesi non solo in termini di tradizioni e processi politici, ma anche di concezioni di sovranità e democrazia, costruire una visione comune rimane un esercizio delicato.

Edouard Gaudot: Con l’aumento dell’affluenza alle elezioni Ue e i dibattiti su scala europea su questioni come le migrazioni e il Recovery fund, ci sono segni, seppur timidi, che la nostra politica sta diventando più europea. Cosa significa per il futuro dell’Unione europea e la sua democratizzazione?

Shahin Vallée: Anche se può sembrare strano, le recenti crisi mi hanno reso ottimista. La crisi dell’Eurozona, la crisi migratoria che ne è seguita, così come i recenti problemi geopolitici, hanno aumentato la consapevolezza delle questioni transnazionali. Per la prima volta, in tutta Europa, le persone si sono interessate a un referendum in Grecia tanto quanto a un’elezione tedesca o alla possibilità che Marine Le Pen possa venir eletta in Francia.

Questa consapevolezza sta emergendo, anche se l’Europa non ha né media né partiti politici adatti a questa nuova realtà. Ed è piuttosto sorprendente che le ultime elezioni europee abbiano visto così pochi tentativi di creare nuove esperienze politiche transnazionali, a parte DiEM e Volt che, pare, non sembrano aver avuto particolare successo. Quindi, in sostanza, io vedo un barlume di speranza perché la politica sta davvero diventando più transnazionale: è il motivo per cui l’affluenza alle elezioni europee del 2019 ha fatto un saldo di quasi il 10%.

Franziska Brantner: Sono d’accordo sul fatto c’è stato un miglioramento, ma davvero le cose sono andate così bene? Le elezioni americane sono state al centro dell’attenzione dei media tedeschi per sei o sette mesi: ogni giorno sentivamo storie sull’Ohio o sul Texas, mentre sentiamo molto poco sulla formazione di un nuovo Governo italiano o sulle elezioni olandesi, e ancora meno sulle questioni politiche in questi paesi. In Slovenia stanno succedendo cose terribili, ma c’è pochissima attenzione sulla questione, nonostante il Paese abbia assunto, lo scorso luglio, la Presidenza di turno dell’Ue, e questo fino fine del 2021. Insomma, non vedo grandi passi avanti nel senso di un approccio europeo all’informazione e alle notizie. Inoltre, dall’altro lato, la disinformazione si sta diffondendo in Europa attraverso i social network: questo sistema forma un’opinione pubblica europea “alternativa” basata su informazioni errate, se non addirittura false. Durante la pandemia, le teorie del complotto sui vaccini sono spuntate dappertutto e a una velocità impressionante. Se un’opinione pubblica europea esiste, ma assume questa forma, mi fa paura.

Per quanto riguarda uno spazio mediatico europeo e la questione dei partiti politici, non credo che siamo ancora arrivati al punto. Ecco perché ci stiamo battendo per una cooperazione molto più stretta tra le emittenti radio e televisione pubbliche, per sostenerle e riformarle. Con la Legge sui servizi digitali (Digital Services Act) , il futuro dello spazio dei media in Europa diventerà una questione molto importante. Se non saremo in grado di gestirlo insieme, rischiamo di perderci.

La seconda lezione da trarre dagli ultimi anni è quella che Luuk van Middelaar chiama “politica degli eventi”, secondo cui le crisi hanno cementato l’emergere del Consiglio europeo come attore chiave nell’Ue, mentre il Parlamento europeo è stato spesso messo in disparte e la Commissione ha faticato a trovare un ruolo indipendente. Si tratta di una tendenza preoccupante per la democrazia europea?

Shahin Vallée: Un incidente della storia ha trasformato la teoria istituzionale in una pratica diversa dall’intenzione originale. Quando il Trattato di Lisbona è entrato in vigore all’inizio della crisi dell’Eurozona, il Consiglio europeo è entrato in scena per la prima volta con poteri chiari, in particolare con la Presidenza permanente. Durante la crisi, il Consiglio ha giocato un ruolo decisivo e ha sostituito la Commissione come esecutivo europeo. Questo cambiamento è stato in qualche modo fortuito. Se il trattato di Lisbona fosse entrato in vigore in un momento diverso, non avremmo assistito a così tanta “esecutizionalizzazione” del Consiglio europeo.

Questa deriva è stata rafforzata dalla successione di crisi, creando un precedente che sarà difficile da cancellare. Il genio è uscito dalla lampada e, a dire il vero, anche se avessimo con un Cancelliere verde in Germania e un Presidente verde in Francia, sarebbe così. L’unico modo per rivedere questo accordo istituzionale è attraverso un cambiamento del Trattato: non un cambiamento superficiale, ma un cambiamento profondo per dare prerogative esecutive più forti alla Commissione e, soprattutto, un controllo democratico rafforzato al Parlamento europeo. Ma questa prospettiva sembra abbastanza lontana.

Franziska Brantner: Vediamo lo stesso effetto negli Stati membri. Durante tutto il periodo della pandemia in Germania, la Merkel e i 16 capi dei Länder (Stati) si sono incontrati ogni due o tre giorni per prendere decisioni. È la stessa logica del Consiglio europeo. Dobbiamo chiederci perché. Una delle ragioni risiede nel modo stesso in cui sono organizzati i nostri governi nazionali, divisi in ministeri tradizionali all’interno di una democrazia liberale classica: semplicemente questa configurazione non è adatta a trattare crisi internazionali complesse. Oggi non possiamo più dire: “Il Ministero dell’ambiente fa questo, il Ministero della salute fa quello”. Il sistema non è più adatto alle crisi che stiamo affrontando. Le questioni sono diventate troppo complesse, andando molto al di là di quello per cui i nostri approcci istituzionali sono stati progettati, e richiedono una velocità di risposta che oggi non esiste. Lo stesso avviene nei Parlamenti: la Commissione affari europei del Bundestag, la Commissione salute, e così via, bisticciano su chi ha il diritto di convocare il Commissario europeo per la salute. Come possono i Parlamenti agire rapidamente ed efficacemente quando anche loro stessi sono prigionieri di queste strutture?

Da diverse parti ci sono richieste per rafforzare i poteri del Parlamento europeo e i parlamenti nazionali. È questa la chiave per rafforzare la democrazia europea?

Franziska Brantner: Entrambi i livelli sono necessari. Per esempio, è evidente che in Francia il Parlamento deve essere rafforzato. Nella cooperazione tra l’Assemblée nationale e il Bundestag, vedo regolarmente quanto sia debole l’Assemblée nationale. “Non possiamo fare proposte al Presidente”, è un ritornello che sento comunemente quando si parla con i miei colleghi francesi. Non osano prendere decisioni comuni perché, secondo la loro interpretazione, la Costituzione non dà al Parlamento questo ruolo. Per questo dobbiamo assolutamente rafforzare e modernizzare il livello nazionale. Lo stesso vale per il livello europeo. Dobbiamo anche reinventare i nostri Parlamenti con dinamiche come le assemblee dei cittadini e rendere le Commissioni più interdisciplinari.

Shahin Vallée: È vero che questa debolezza è in parte scritta nella Costituzione francese, ma in parte è una tendenza storica della Quinta Repubblica. La Francia potrebbe avere un Parlamento più attivo senza cambiare la Costituzione. Va detto, inoltre, che ogni Presidente promette una riforma costituzionale, o almeno una riforma elettorale che rafforzerebbe sia la rappresentatività del Parlamento che i suoi poteri. Ma restiamo delusi ogni volta, ed è una delle ragioni per cui la crisi politica in Francia è così acuta.

Premettendo che nessun sistema politico è perfetto, uno dei punti di forza fondamentali della stabilità politica tedesca è il suo parlamentarismo, e il suo sistema di voto largamente proporzionale. Per i Verdi francesi, questa resta un’ambizione, anche se capisco che per un Verde tedesco non è l’unica cosa da fare. In effetti, i Verdi francesi hanno lottato duramente, per un periodo, per una Sesta repubblica parlamentare, ma non se ne sente più parlare molto: è abbastanza strano.

E a livello europeo?

Shahin Vallée: Se i trattati non possono essere cambiati — io penso che possiamo e dobbiamo cambiarli — ci sono anche delle pratiche che è importante stabilire o ristabilire, come l’elezione del Presidente della Commissione. Nel 2014, la procedura di nomina del Presidente della Commissione, il cosiddetto processo “Spitzenkandidat”, che dava al Parlamento europeo un ruolo di primo piano, era in effetti un po’ raffazzonata perché non è scritta nei trattati. Questa pratica è stata, in pratica, sfidata unilateralmente da Macron nel 2019. Penso che sia qualcosa che andrebbe rivisto. Sarebbe stata necessaria una lettura più attenta del processo dello Spitzenkandidat. In un sistema all’italiana, per esempio, vincere le elezioni non è sufficiente per diventare Primo ministro, ma arrivare vincere ti dà la prima opportunità di formare un governo. Tale principio potrebbe rafforzare l’importanza del Parlamento europeo nel nominare il capo dell’esecutivo europeo e permettergli di controllarne meglio le azioni.

Franziska Brantner: Va ricordato, però, che nel 2019 il Parlamento europeo non era unito intorno a un candidato, e nemmeno nel 2014.

Tornando alla domanda, penso che il Parlamento europeo faccia già un buon lavoro. Certo, dovrebbe avere più potere su temi come il bilancio e la politica estera, per esempio. Ma fino a quando non sarà il caso, la cosa più importante è che sia in grado di parlare delle questioni del futuro e dimostri che, collettivamente, possiamo soddisfare le aspettative dei cittadini. In questo senso, il Parlamento europeo fa un lavoro migliore del Bundestag. Visto dalla Germania, il Parlamento europeo appare molto proattivo e anche sottoutilizzato: è una forza per il futuro, anche se con troppi pochi poteri.

È stata lanciata la Conferenza sul futuro dell’Europa. Va vista come un’opportunità di dibattito pubblico? Cosa possiamo aspettarci? Liste transnazionali, cambiamenti istituzionali o un altro elemento di questo “futuro” di cui parla Franziska?

Franziska Brantner: Spero che non si riduca semplicemente a questioni istituzionali o a liste transnazionali. Si tratta di questioni che certamente sono importanti, ma se facciamo tutto questo dibattito per limitarci lì sarebbe un peccato, perché non è la principale preoccupazione dei cittadini. Sarebbe molto importante, per esempio, affrontare la salute e le questioni di competenza in questo settore. I limiti, i vantaggi e gli svantaggi dell’Ue in questa crisi sanitaria sono ormai sotto gli occhi di tutti. Una seconda questione urgente è il ruolo delle frontiere durante una crisi. Come gestire le regioni transfrontaliere? Ci sono molti argomenti degni di nota che dovremmo cercare di affrontare: il clima, la giustizia, la protezione delle nostre libertà…

Shahin Vallée: All’inizio ero abbastanza ottimista sulla conferenza. Pensavo che questo oggetto politico, inventato in occasione delle elezioni europee, fosse utile. Ma ora, esattamente due anni dopo, è chiaro che questa conferenza è in gran parte inutile. Non sappiamo esattamente quale sia il suo obiettivo, e la sua bizzarra governance mina seriamente la sua capacità di produrre qualcosa. Più passa il tempo, più mi ricorda un altro fallimento abbastanza miserabile: le consultazioni dei cittadini europei istituite nel 2017 dopo le elezioni presidenziali francesi — gestite dalla Commissione europea e dal servizio diplomatico francese — che non hanno prodotto praticamente nulla.

Franziska Brantner: A parte la frustrazione…

Shahin Vallée: Temo che la Conferenza sul futuro dell’Europa farà lo stesso. Detto questo, nonostante tutto, cerco di rimanere ottimista. A partire 2019, il profondo sconvolgimento dell’Europa — la crisi sanitaria e le domande sulle competenze, la risposta economica e le nuove questioni politiche come la capacità di emettere debito — ha come significato il fatto che non abbiamo più bisogno di questo forum artificioso per parlare del futuro dell’Ue. La mia posizione? Lasciare che la Conferenza muoia di una morte tranquilla in un corridoio di Bruxelles o in Lussemburgo, dopodiché lavoreremo per rimettere la politica nelle questioni istituzionali e costituzionali che sono emerse sulla Pandemia. Qual è il futuro delle risorse proprie dell’Ue? Qual è il futuro delle regole di bilancio europee? Qual è il futuro per la capacità di emettere debito comune? Questi sono i temi che dovrebbero guidare il dibattito pubblico e politico europeo.

Ma anche se ammettiamo che la Conferenza non ha soddisfatto le nostre aspettative, resta tutto il processo fatto per coinvolgere i cittadini.

Franziska Brantner: Non sono così negativa nei confronti della Conferenza: se ci fossero dei veri dibattiti sul clima, sull’euro, sulla politica estera, sulla salute si potrebbe generare un impulso al movimento. Riusciremo poi a farli entrare nel dibattito politico? Sta a noi dimostrare che siamo all’altezza del compito. Anche il processo è nuovo: i partecipanti saranno cittadini scelti a caso, insieme ad esperti. È un approccio nuovo e vedremo se ci porterà da qualche parte.

Shahin Vallée: In apparenza, l’unico aspetto innovativo di questa Conferenza è il desiderio dichiarato di coinvolgimento dei cittadini. Non sono ancora convinto del fatto che questo aspetto andrà oltre il simbolico: ci crederò quando lo vedrò. In ogni caso, coinvolgere i cittadini è una buona cosa in linea di principio. Ma, perché funzioni, dovremmo accettare di dare un potere reale a questi organismi, cosa che non sembra essere allo stato attuale. Ripenso alle delusioni della Convenzione dei cittadini sul clima in Francia, quando ai partecipanti fu promesso che le loro proposte sarebbero state adottate integralmente, ma non accadde. Peggio dell’assenza di democrazia deliberativa, c’è la falsa democrazia deliberativa. Temo che sia il caso di questa Conferenza, ma spero di sbagliarmi.

Franziska Brantner: È un nuovo metodo e dovremmo dargli una possibilità. Per esempio, nel Baden-Württemberg vogliamo organizzare un convegno di cittadini franco-tedeschi della regione transfrontaliera per dare un contributo alla Conferenza principale, con cittadini comuni scelti a caso dalla parte dell’Alsazia e dalla parte del Baden-Württemberg. In questo periodo in cui ci chiediamo “che cos’è l’Europa?”, penso che potrebbe essere utile. Spero che la regione del Grand Est sia disposta a lavorare con noi. Se riusciamo ad andare al di là di una semplice conferenza, ma verso un vero processo di diversi mesi con esperti e cittadini comuni, possiamo fare progressi. Se molti altri attori fanno lo stesso, tanto meglio. Lanciare iniziative e dinamiche che ci aiutano ha senso. Altrimenti, Shahin, non vedo da dove potrebbe arrivare la spinta politica per le riforme di cui parlavi.

Shahin Vallée: Da te (ride).

Franziska Brantner: In ogni caso, abbiamo bisogno che questi dibattiti prendano vita.

È così, spesso si fa affidamento su un cambiamento della situazione politica in Germania. L’idea di un’Europa guidata dal motore franco-tedesco è ancora attuale?

Franziska Brantner: In Germania tutti dicono che la relazione franco-tedesca è molto importante, compresi i Verdi. Ma al di là di questo, le persone sono disposte a farne la priorità? Non tutti. Anche tra i Verdi, c’è una certa sfiducia nella politica francese in generale. Qual è il vero obiettivo della politica europea della Francia? È davvero l’Europa o solo la Francia? Come bilanciare un’Europa sovrana con una forte alleanza con gli Stati Uniti? Oggi la relazione franco-tedesca è ancora necessaria, ma non è sufficiente.

Shahin Vallée: Sono d’accordo che la relazione franco-tedesca è una condizione necessaria per il progresso europeo, ma non è sufficiente. L’errore della Francia è stato troppo spesso quello di dare la priorità alla relazione franco-tedesca a tutti i costi, a volte a costo di accordi insoddisfacenti, o dell’abbandono e persino del rifiuto di altre possibili alleanze. In Germania, e questo non è chiaro a tutti, compresi i Verdi, la relazione franco-tedesca rimane il motore dell’Ue. È una lezione importante. Ricordiamo che l’accordo europeo raggiunto a Sibiu nel 2019, che ha fissato l’obiettivo della neutralità del carbonio entro il 2050, è stato raggiunto da un gruppo di stati guidati dalla Francia contro la volontà della Germania, che si è dovuta ricredere qualche mese dopo.

I sospetti tedeschi sulla politica europea della Francia sono comprensibili. Macron e i suoi predecessori hanno dato, per troppo tempo e troppo spesso, l’impressione che la politica della Francia sia quella di usare l’Europa come trampolino per i propri interessi. Capisco perfettamente che i nostri amici tedeschi non vogliono essere la leva o il trampolino per gli interessi geopolitici della Francia. È qui che bisogna ricostruire un vero dialogo e ristabilire la fiducia. E io penso che questa possa essere ripristinata, soprattutto tra i Verdi francesi e tedeschi. Sì, abbiamo una vera ambizione europea e non è quella di fare dell’Europa “una grande versione della Francia”.

Entrambi state dicendo che una delle strade per costruire la democrazia europea è fare politica a livello transnazionale. Allo stesso tempo, ci sono ripetuti richiami alla sovranità, sia europea che nazionale. Possiamo immaginare una democrazia europea sovrana, nonostante le istituzioni relativamente traballanti e l’assenza di un demos continentale?

Shahin Vallée: È vero che per i tedeschi non ci può essere sovranità senza democrazia. Mentre per i francesi, abituati a un esecutivo forte, la sovranità è fondamentalmente la capacità di decidere. Per questo, noi immaginiamo una “Europa sovrana” che, per esempio, potrebbe decidere su questioni come un intervento militare, una debito di 1000 miliardi di euro, o una nuova campagna di vaccinazione. Per i nostri amici tedeschi, questo tipo di decisioni esistenziali non possono essere prese senza un quadro democratico e la relativa supervisione parlamentare.

L’unico modo per riunire le due visioni è rafforzare i poteri esecutivi dell’Europa, aumentare i suoi poteri in materia di sanità, per esempio, ma anche – per placare le ansie francesi – i poteri in materia militare. Ma accanto a questo, dobbiamo rafforzare il controllo democratico che accompagna questi poteri. È su questo punto che i francesi non sono ancora sicuri della loro capacità di trasferire i poteri esecutivi e di associarli al controllo parlamentare. Fondamentalmente, i francesi immaginano un’Europa che decida come la Francia, cioè per volontà di Giove (secondo l’espressione usata da Macron per definire la sua Presidenza, ndt). E non credo che questo sia accettabile per gli altri 26 Paesi con cui la Francia è in Europa.

Franziska Brantner: La questione della sovranità torna alla ridefinizione degli interessi nazionali, per riuscire a definirli davvero come interessi europei. Faccio fatica a vedere come raggiungeremo la sovranità europea, con interessi europei, se non siamo in grado di definire meglio i nostri interessi comuni per metterli su un piano superiore agli interessi economici nazionali. Per arrivarci, dovremmo rifocalizzarci sui diritti fondamentali dei cittadini. La Carta dei diritti fondamentali dell’Ue deve essere la base di questa sovranità europea, in modo che questi diritti diventino applicabili nel diritto nazionale.

Non si tratta solo di rafforzare il Parlamento europeo. La sovranità si basa sulla difesa degli interessi. Se questi non sono territoriali, nel senso storico della difesa del territorio nazionale, quali sono gli interessi che la sovranità difende? Devono essere altri interessi, più grandi. E, secondo me, questi interessi sono i diritti fondamentali degli europei. Ma c’è ancora molta strada da fare, e se ci limitiamo alla questione della difesa, abbiamo già perso.

Tradotto in collaborazione con la Heinrich Böll Stiftung Parigi, Francia.

Democracy Ever After? Perspectives on Power and Representation
Democracy Ever After? Perspectives on Power and Representation

Between the progressive movements fighting for rights and freedoms and the exclusionary politics of the far right, this edition examines the struggle over democracy and representation in Europe today.

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