Con l’avanzare della transizione energetica in Norvegia, le miniere di carbone nell’insediamento più a nord del mondo stanno chiudendo e i minatori se ne vanno. Ma una nuova economia incentrata sul turismo e sulla ricerca può soddisfare gli obiettivi di sostenibilità delle Svalbard e garantire il sostentamento degli abitanti? 

©Federico Ambrosini

Vista di Longyearbyen dalla cima di Sarkofagen (513 metri sopra il livello del mare), rilievo montuoso a sud-ovest della città e una delle mete escursionistiche più popolari per il turismo locale. Longyearbyen, sviluppatasi nel fianco sud di Isfjorden (il “fiordo del ghiaccio”), è la capitale amministrativa dell’arcipelago delle Svalbard, un protettorato norvegese. La città, oggi importante meta turistica e di ricerca, è un ex insediamento minerario. Fu fondata nel 1906 da John Munro Longyear, un ricco uomo d’affari americano, da cui prende il nome. Oggi conta circa 2600 abitanti.  

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Carbone accatastato in attesa di essere trasportato via nave dalla banchina di Adventfjorden, a nord-ovest di Longyearbyen. La qualità del carbone che si scava a Longyearbyen è molto alta; si tratta di una delle più giovani riserve di antracite al mondo, formatasi tra i 2 e i 65 milioni di anni fa. Ogni anno, circa 80mila tonnellate di carbone estratte a Longyearbyen vengono esportate ogni anno in Europa per essere utilizzate nel settore industriale. Fino al 2023, erano invece circa 30mila le tonnellate utilizzate solo per la produzione di energia locale.  

    Per più di un secolo il carbone ha dettato i ritmi di vita della comunità di Longyearbyen. Oggi sono molti gli usi e i costumi lasciati in eredità dai tempi in cui la cittadina era un insediamento minerario (un esempio è la pratica di lasciare le scarpe all’entrata di case e alcuni luoghi pubblici). La graduale chiusura delle miniere ha progressivamente ridotto la presenza della popolazione norvegese sull’isola, mentre l’aumento delle opportunità nel settore dei servizi, del turismo e della ricerca ha attratto una popolazione sempre più internazionale. 

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    Il porto e la centrale elettrica a carbone di Longyearbyen visti dalla zona aeroportuale. Il 19 ottobre 2023, la centrale elettrica a carbone è stata chiusa e la città ha iniziato a generare elettricità e calore con diesel importato. La chiusura della centrale fa parte del piano di conversione energetica voluto dalla Norvegia. L’ultima miniera di carbone ancora attiva alle Svalbard è Gruve 7, in mano alla compagnia statale Store Norske Spitsbergen Kulkompani. La chiusura di Gruve 7 era inizialmente prevista per il 2022, ma la crisi energetica che ha colpito l’Europa dopo lo scoppio della guerra in Ucraina ha indotto a posticipare la fine delle operazioni all’estate del 2025.  

      Nonostante a Longyearbyen oggi si scavi ancora, il carbone prodotto viene interamente esportato. Tra i residenti si anima un dibattito sull’efficacia del nuovo piano energetico. Molti criticano i costi economici e ambientali della nuova dipendenza della città dal diesel importato. C’è la consapevolezza che il carbone non faccia più parte del futuro dell’isola, ma alcuni credono che in mancanza di un’alternativa valida e sostenibile, le miniere dovrebbero restare aperte. Nel frattempo, la Norvegia sta testando l’utilizzo di pannelli solari e parchi eolici nell’arcipelago. Nel settembre 2023 è stato lanciato un progetto pilota con 360 pannelli solari alle Svalbard. 

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      La carcassa di una renna alle pendici di Sarkofagen. Negli ultimi anni molte renne sono morte di fame a Longyearbyen a causa dell’aumento delle temperature (i ricercatori sul posto riportano più di 200 carcasse con evidenti segni di malnutrizione trovate solo nel 2019. I licheni di cui le renne si nutrono diventano irraggiungibili a causa dello strato di ghiaccio che si forma dopo piogge inaspettate. Il cambiamento climatico alle Svalbard ha portato la pioggia nel cuore dell’inverno artico: secondo un report del 2023 pubblicato nel Western Norway Research Institute, le precipitazioni sono aumentate di più del 65 per cento dal 1971. A causa dei pascoli ghiacciati, le renne devono cercare alternative meno nutrienti o percorrere distanze più lunghe per sfamarsi.  

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      Abiti per bambini appesi in una stanza di Bruktikken, un negozio di seconda mano dove tutto è gratuito. Gestito dagli studenti dell’università, il negozio si basa sulle donazioni degli stessi residenti e ha lo scopo di limitare gli sprechi. A Longyearbyen, studenti, turisti e ricercatori si alternano incessantemente, lasciandosi dietro oggetti ed abiti. Ci sono travestimenti di Halloween sporchi di sangue finto, scarponi ed equipaggiamento tecnico da neve, DVD e libri in russo, oltre che tantissimi vestiti e giochi per bambini. 

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      Una folla di turisti fotografa l’aurora boreale sopra Sarkofagen. Questo fenomeno è meno comune alle Svalbard rispetto ad altri luoghi nel nord della Norvegia. La vista dell’aurora rimane però una delle maggiori attrazioni dell’arcipelago. Il turismo è in crescita da quando è stato aperto il primo aeroporto di Longyearbyen nel 1975, seguito dal primo hotel vent’anni dopo. In città si discute molto sui benefici del passaggio da un’economia mineraria a una basata sul turismo: per lungo tempo molti residenti sono stati critici sull’impatto ambientale che il mercato turistico e delle navi da crociera può avere su un ecosistema fragile come quello delle Svalbard. Nel nuovo Libro Bianco (2023-2024) della Norvegia per le isole Svalbard si riconosce come l’aumento dell’attività turistica entri in contraddizione con lo Svalbard Environment Protection Act. Sono stati perciò introdotti una serie di emendamenti per ridurre l’impatto negativo del turismo sulla fauna selvatica.

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      Fiaccolata natalizia che ricorre ogni anno, nel cuore della notte polare, quando il buio in città è perenne e il sole non sorge mai. Secondo la tradizione locale, Santa Claus (l’equivalente di Babbo Natale) risiede nella struttura abbandonata della miniera Gruve 2. Ogni anno, durante la fiaccolata, i bambini vengono portati ai piedi della miniera in disuso per depositare la propria lettera a Santa Claus e poi dirigersi nel centro di Longyearbyen per intonare canti natalizi. Sono tante le ricorrenze e festività tradizionali durante le quali i residenti si ritrovano, rafforzando il senso di comunità. Tra i principali luoghi di ritrovo c’è anche una chiesa luterana, che accoglie credenti di diverse nazionalità e religioni. 

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      Il quartiere di “Beverly Hills”, uno dei complessi residenziali più nuovi a Longyearbyen. Gli alloggi in città sono limitati e la loro assegnazione è spesso riservata a chi ha un contratto di lavoro.

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      Uno studente attraversa la strada in una mattina di ottobre per andare dal locale docce alla sua stanza. Nel quartiere più periferico e a sud di Longyearbyen, Nybyen, gli studenti si muovono spesso da un edificio all’altro del complesso di alloggi a loro dedicato. C’è chi dice che siano stati messi là perché “gli piace far festa”, e il rumore avrebbe contribuito a tenere lontano dalla città gli orsi polari. Nel corso degli ultimi decenni, Longyearbyen è diventato un polo di ricerca importante per lo studio del cambiamento climatico: da quando l’Università delle Svalbard (UNIS) è stata fondata all’inizio degli anni ’90, è aumentato il numero di ricercatori e stazioni di ricerca in varie parti dell’isola.  

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      Una serata dedicata a fare l’inventario all’interno della compagnia escursionistica Poli Artici, fondata dall’imprenditore italiano Stefano Poli, che da più di vent’anni vive a Longyearbyen. Oggi il turismo è parte integrante dell’economia della città, offrendo impiego soprattutto ai residenti non-norvegesi. Sono ormai decine di migliaia i turisti che visitano Longyearbyen ogni anno, arrivando via nave o aereo. 

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      Lo Svalbardbutikken, l’unico supermercato presente a Longyearbyen. Viene rifornito circa una volta a settimana da una nave cargo proveniente dalla terraferma. Sulla montagna dietro l’edificio sono visibili le barriere protettive costruite nel 2018 in seguito a una serie di valanghe mortali negli anni precedenti. A Longyearbyen questo fenomeno nel periodo invernale è in aumento a causa del riscaldamento climatico: secondo un report del 2019 della Norwegian Environment Agency, le temperature alle isole Svalbard si sono alzate di 4-5 gradi Celsius negli ultimi decenni. Per far fronte alla situazione, molte case sono state spostate e parti della città vengono evacuate il rischio valanghe è più elevato.  

        Il cambiamento climatico ha aumentato il rischio di incidenti anche nei siti di scavo. Nel 2020, l’inondazione causata dallo scioglimento del ghiaccio della montagna ha costrettoalla chiusura di Gruve 7 per diversi giorni.  

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        Svein Jonny Albrigtsen, capo della sicurezza a Gruve 7. Nello Svalbardposten, il giornale locale in lingua norvegese, si parla della sua collezione ineguagliabile di francobolli, banconote e monete storiche delle Svalbard del Novecento. Albrigtsen vive qui da quando aveva 9 anni e, come suo padre, ha lavorato in quasi tutte le miniere norvegesi dell’isola. Per Longyearbyen, la chiusura delle miniere ha rappresentato un cambiamento sociale e culturale prima che economico: sono già molti i minatori che hanno lasciato l’arcipelago. Alcuni, come Albrigtsen, erano cresciuti sull’isola. 

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        Due minatori discutono davanti a un macchinario per la messa in sicurezza della cava a Gruve 7. Per garantire che i bassi soffitti non crollino sui minatori, questa macchina pianta nella parete barre di ferro lunghe circa un metro e mezzo per rinforzare la stabilità della volta della miniera. La foto è stata scattata nel punto più profondo della montagna, a più di sei chilometri dall’entrata. Le vene di carbone che si trovano nel complesso montuoso intorno a Longyearbyen si sviluppano orizzontalmente e sono circondate da spessi strati di roccia. Gruve 7 si trova a circa 15 chilometri a sud-est di Longyearbyen ed è attiva da cinquant’anni. La sua chiusura è pianificata per l’estate 2025.